Tra qualche giorno, il 30 dicembre, ricorreranno 20 anni dalla morte di uno dei più grandi intellettuali mondiali, riconosciuto per la sua attività non-violenta come il Gandhi italiano (riconoscimento che egli divide con un altro grande personaggio a lui contemporaneo, Aldo Capitini).
Straordinaria figura di antifascista naturale, Danilo Dolci nasce nel 1924 a Sesana nell’immediato entroterra triestino.

Durante il periodo fascista sviluppa un’avversione totale verso il regime e rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale, finendo per essere arrestato dai nazifascisti a Genova. Riesce rocambolescamente a fuggire e trova riparo sugli Appennini abruzzesi presso una famiglia di pastori.

Danilo Dolci libro LaterzaAbbandonati gli studi di Architettura nel dopoguerra, Danilo Dolci Conosce don Zeno Saltini e condivide con lui per qualche tempo l’esperienza di Nomadelfia, una comunità di accoglienza ai bambini privi di genitori, nata a Fossoli nell’ex campo di concentramento nazista non lontano da Carpi, in Emilia. Dopo questa esperienza estremamente formativa decide di recarsi in Sicilia, a Trappeto laddove il padre ferroviere di origini siciliane in una delle sue molteplici trasferte era stato capostazione. Nei suoi ricordi quella terra, le donne e gli uomini di quei poveri miseri borghi avevano bisogno di essere risollevati moralmente e realmente. In quelle realtà egli, anche grazie a tante altre persone che lo seguiranno da lontano e poi anche da vicino.

Nel gennaio del 1956, a San Cataldo, oltre mille persone danno vita ad uno sciopero della fame collettivo per protestare contro la pesca di frodo, tollerata dallo Stato, che priva i pescatori dei mezzi di sussistenza.

Di questa esperienza Danilo Dolci parla in uno dei libri più intensi sia dal punto di vista letterario che da quello socio-antropologico e sociologico. Il punto di partenza è soprattutto quello di ristabilire una giustizia sociale che consenta ai poveri pescatori di poter svolgere regolarmente la propria attività. Il titolo del libro, “Banditi a Partinico”, è significativamente collegato a quanto Danilo Dolci successivamente subirà. Il banditismo era stato ormai quasi debellato ma la tendenza alla ribellione ed alla violenza permanevano come unico sbocco alla rabbia cui il Potere mafioso e statale spingevano gli incolti contadini senza terra e pescatori senza mare.
La Prefazione al libro “Banditi a Partinico” è di Norberto Bobbio.

“Vorrei che queste pagine fossero lette da tutti coloro che, in Italia, hanno una cattedra o un pulpito, e se ne servono per esaltare glorie nazionali magari remote o per flagellare terribilmente i vizi dei cattivi cristiani. Sono pagine che scuotono sia la pigra sicurezza dei ripetitori compiaciuti di formule patriottiche sia il sussiego moralistico degli accusatori secondo le leggi stabilite. Sarebbe pure da augurarsi che le leggessero gli ideologi che pretendono di conoscere, essi soli, i segreti dell’ottima repubblica. Sono pagine che costringono a rivedere i principi troppo alti, le sintesi troppo ambiziose, le dichiarazioni troppo solenni.”

Lo sciopero della fame tra l’altro viene presto sciolto dalle autorità, con la motivazione paradossale che «un digiuno pubblico è illegale». La protesta organizzata da Danilo Dolci prosegue Il successivo 2 febbraio  a Partinico, con un’altra forma non violenta, lo sciopero alla rovescia. Alla base c’è l’idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare invece lavorando. Così centinaia di disoccupati si organizzano per riattivare pacificamente una strada comunale abbandonata; ma i lavori vengono fermati dalla polizia e Dolci, con alcuni suoi collaboratori, viene arrestato. L’episodio suscita indignazione nel Paese e nel mondo (da Norberto Bobbio ad Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo Levi, da Aldous Huxley a Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm) mentre una parte della società italiana lo dileggia e lo considera come pericoloso sovversivo. Dolci viene successivamente scagionato, dopo un processo che ha enorme risalto sulla stampa: a difenderlo è il grande giurista Piero Calamandrei.

In un prossimo post continueremo a parlare di Danilo Dolci e della sua opera, a partire proprio da questo ultimo documento, testo di altissimo valore giuridico universale.

Giuseppe Maddaluno

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