Estra offerta luce

Da bambino, di fronte al presepe domestico, passavo ore ed ore a contemplarlo, in un silenzio quasi religioso, a guardare i singoli particolari, dagli aspetti più minuti alla visione d’insieme, e c’era sempre un dettaglio che lo rendeva incoerente con la realtà, che mi ripromettevo di correggere l’anno successivo. Poi, per magia, l’anno dopo ne spuntava fuori un altro, imprevisto.

Ogni volta ero ingannato dalla umana tendenza a scambiare per uguali cose che tra loro sono solo simili.

È come il mondo rovesciato delle favole, anzi no, dei sogni, dove ciò che è non è e ciò che appare non sempre esiste. Paradigma del grande dilemma esistenziale tra essere e dover essere e tra l’essere che è e il non essere che non è.

Come sono strani i sogni, sospesi tra inganno e verità, illusione e delusione, eppure parte ineluttabile della nostra vita, forse perché realmente – come scriveva Shakespeare – siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra vita ruota intorno ad essi.

Sul presepe non ci sono persone ma personaggi, simboli, e ogni cosa riconduce a una morale, a un insegnamento di vita, a una verità nascosta.

Mi sono sempre chiesto chi fosse Benino, per tradizione messo un po’ in disparte, in un ambiente bucolico, il pastore che dormiva sfrontatamente mentre Gesù Bambino nasceva. Il personaggio che trova conferma della sua esistenza nel Vangelo di Luca, dove si afferma che: «c’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge». Lui invece dormiva, tanto profondamente da non riuscire ad udire l’invito dell’Angelo del Signore che annunciava una grande Gioia, né il rumore del chiacchiericcio che ne seguì. Chissà perché tutti lasciarono che dormisse. Sta di fatto che lui alla Grotta Santa non ci è mai andato.

Pensavo che fosse il “pastore silenzioso”, volutamente indifferente, con il sorriso indecifrabile sul volto, epigono di quella umanità distratta, noncurante del mistero e della novità cristologica, che ha innegabilmente segnato la storia dell’umanità più di ogni altro avvenimento.

Invece no, la risposta è più profonda ed emerge ancora dal silenzio di Benino, un silenzio assordante. La chiave di lettura, fornita dalla tradizione, è da ricercare nella fervida immaginazione onirica del pastore, da cui dipende tutto il presepe, che costituisce la rappresentazione plastica del suo sogno. L’esistenza del presepe stesso dipende dunque dal sogno di Benino e dal suo mancato risveglio, per questo tutti i personaggi preferiscono non disturbarlo.

Il pastorello dorme e sogna Gesù Bambino, circondato dall’umanità dolente e indolente, uomini e donne portatori e portatrici di storie antichissime eppure umanamente sempre uguali e soprattutto contemporanee a ogni epoca.

Al silenzio onirico di Benino si contrappone la rumorosa quotidianità immaginifica del presepe, che a sua volta si oppone, con la sua quiete, con la sua autentica assenza di rumore, al frastuono del mondo reale.

Il presepe è un viaggio nella conoscenza del mondo, col suo caleidoscopio di colori, odori, rumori, dialoghi, silenzi, gesti creativi e personaggi.

Il sogno bello di Benino, che nasce dal profondo della sua anima di fanciullo, va quindi interpretato come il riflesso in uno specchio: alla rovescia.

Allora, se è sogno vuol dire che nulla è privo di significato, che siamo di fronte a un coacervo di simboli, archetipi, immagini, allegorie e metafore della vita: una miniera d’oro nascosta sotto l’apparente semplicità di cartapesta.

Forse anche per questo, a Napoli, il presepe non è solo una tradizione centenaria, ma è una suggestione che è diventata una vera e propria passione, che coinvolge sia il maestro presepiale, che lo sogna tutto l’anno, nell’intimità della propria anima e della propria sensibilità di uomo e di artista, e sia l’avventore che “crea” il presepe a casa sua, realizzando il proprio sogno, perché tutti sperano di trovare nei sogni qualche segno, qualche risposta che ci riveli la strada.

È a questo punto che interviene la tradizione che, con le sue regole non scritte, è tramandata oralmente di padre in figlio, insieme alle tecniche di costruzione e all’uso dei materiali e dei colori.

Alle mani sapienti dell’artigiano spetta creare, dare forma alla materia; al fruitore infondere l’anima.

La prima volta che vidi Benino era adagiato su un giaciglio di fortuna con il capo reclinato su un lato, all’aperto, l’espressione beata, del giusto e del puro, stampata sul giovane volto, sfrontato e incurante dei rigori termici della incombente notte mediorientale.

Il corpo, liberato dalle fatiche diurne, era sdraiato sul terreno, come se fosse stato travolto da un sonno inatteso, e malgrado l’asperità del suolo appariva perfettamente a suo agio.

Aveva la gamba sinistra leggermente piegata e il cappello inclinato sul ginocchio, che in quella posizione costituiva il vertice alto di un angolo isoscele. Le mani erano incrociate dietro la testa, a mo’ di cuscino. La bisaccia dell’acqua ancora a tracolla e i calzerotti scesi sui piedi a far respirare gli arti inferiori dopo un lungo cammino. Si percepiva il senso di profondo abbandono al riposo che aveva colpito il giovane, forse per un’improvvisa spossatezza.

Era da solo, intorno a lui c’era un silenzio come di veglia. Un’attesa ancestrale, che lo aveva colto impreparato, anzi lo aveva stremato.

Quando ero giovane pensavo che la sua unica colpa fosse quella di non aver saputo dosare le energie e interpretare il segno dei tempi. A quell’epoca, credevo che fosse roba da poco, come un peccato veniale. Qualche anno più tardi, a mie spese, ebbi modo di convincermi del contrario.

A ben vedere, ciò che conferiva vita a quel corpo supino, appoggiato a terra come un sacco, adagiato su di uno scomodo sasso, apparentemente accolto da amorevoli e invisibili braccia, materne e compassionevoli, era solo il sorriso, sereno e compiaciuto, stampato sul viso del dormiente, come se stesse sognando qualcosa di bello.

Altre volte mi è capitato di incontrare il pastorello, sempre senza gregge, con un agnellino anch’esso addormentato e accucciato accanto al padrone con la testina curiosa rivolta verso di lui, con il cappello sulla spalla o poggiato sulla fronte, le mani incrociate sul grembo e disteso di lato, come se durante il sonno avesse cambiato posizione.

Pochi, forse insignificanti cambiamenti, tra una rappresentazione e l’altra di Benino, che mi avevano trasmesso però l’apparente visione di una figura in movimento, benché perennemente silenziosa nel suo ruolo di persona addormentata.

Poco più avanti del pastore dormiente, al di là dei monti brulli e rocciosi, è facile essere attratti dal rumoroso incedere di una carovana. È il convoglio dei Magi, dai nomi esotici: Melchiorre – il moro, Baldassarre – il vecchio e Gaspare – il giovane, provenienti da molto lontano: regnanti dei Persiani, degli Indiani e degli Arabi, guidati da una stella più lucente delle altre.

Una stella con una scia lunga, simile a una coda. Apparsa improvvisamente nel firmamento, che pochi avevano notato. Forse appena adocchiata da sguardi distratti, abituati più a districarsi nella rumorosa quotidianità mondana che nel silenzio degli spazi siderali. Sguardi superficiali, che non potevano mettere a fuoco ciò che era realmente: un presagio.

I tre Re sono i testimoni autorevoli dell’Epifania, della manifestazione della divinità di Gesù, i primi veri adoratori dell’Emmanuele, del Dio con noi, del Dio fattosi uomo, a cui portano in dono oro, per riconoscere la regalità del Bambino appena nato, incenso, a memoria della sua divinità, e mirra (una resina usata per la mummificazione) per parlarci ante litteram della Passione di Cristo e della Sua morte (in croce). Una visita misteriosa, di cui non si conoscono i dialoghi nelle Scritture, forse perché non sono importanti, perché in fondo più importanti sono i gesti silenziosi, profondi e significativi, che si perpetuano nei secoli dei secoli e si tramandano di generazione in generazione. E che ci spingono verso l’epifania dello spirito, come disse il Vate, Gabriele D’Annunzio.

Sono tre sapienti, forse tre sacerdoti o semplicemente tre astrologi, che scrutavano il cielo non per leggere negli astri il futuro ma per cercare la vera luce, convinti che nella creazione esista quella che potremmo definire la “firma” di Dio. Così affermò efficacemente Benedetto XVI la notte di Natale di tanti anni fa, parole illuminanti che conservo gelosamente nel mio cuore.

E pensare che per gli Ebrei erano solo dei “gentili”, cioè pagani, i quali sono riusciti a conoscere l’arrivo del Messia prima del clero di Gerusalemme. Un’altra veglia tradita!

Ciò accade quando l’attesa è soporifera, non è vigile. Quando si lascia la postazione di vedetta e ci si cala nel frastuono della quotidianità, che crea nuovi bisogni da soddisfare e da inseguire, apparentemente più urgenti e immediati, e ci fa tardare all’appuntamento della vita.

Poco più avanti all’imponente incedere dei Magi, che procedevano a dorso di cammello o di dromedario, di cavallo e di elefante – per simboleggiare la diversa provenienza geografica: Europa, Africa e Asia – ma lontani dalla scena principale, c’erano le chiassose strutture dei mercanti e degli osti, dei portatori di ogni sorta di animale: pollami, ovini, suini e di ogni genere di frutta e di verdura, quella che noi chiamiamo esotica in particolare.

È l’agorà, il foro, la piazza, dove si consuma la vita vera, o almeno quella che usiamo riconoscere come tale, solo perché è il centro dell’attività economica, sociale e politica della comunità.

Lì ogni personaggio rappresenta un’azione, un agire, un fare, un atto, un dire. Colto, immortalato per sempre nella posa, nel gesto tipico più rappresentativo.

Il cacciatore mentre punta la preda, il pescivendolo con il banco del pesce assortito, la lavandaia con il pozzo e la zingara – figura inquietante, ispirata alle Sibille, profetesse che vaticinano il futuro – con un cesto di arnesi di ferro, il metallo usato per forgiare i chiodi della crocifissione.

L’osteria con gli avventori. Il beccaio con le salsicce e le teste di porco appese al muro. Stefania, la giovane vergine, il monaco, la meretrice, i giocatori di carte, detti ‘e duie cumpare, zi’ Vicienzo e zi’ Pascale. Fino all’immancabile “Ciccibacco ‘ncoppa a votta”, il trasportatore di vino, più ubriaco che sobrio, personaggio tipico del presepe popolare napoletano, che ricorda un po’ il vecchio Sileno, che fu il precettore del giovane Dioniso (un semidio, che i romani chiamavano Bacco).

Con questo personaggio, irrompe sulla scena presepiale il nettare degli dei, che nella tradizione classica è stato un dono celestiale dato agli uomini attraverso la vite e per gli Ebrei costituisce l’invenzione di Noé, l’agricoltore, che piantò una vigna dopo l’uscita dall’arca e si ubriacò.

Per i cristiani, quella inebriante bevanda, ha un significato ancora più profondo: segna il primo miracolo del Signore, alle nozze di Cana di Galilea, in obbedienza a sua Madre, con la trasformazione dell’acqua in vino, ma anche il suo ultimo prodigio con la trasformazione del vino in Sangue.

Sangue ed acqua che ritornano insieme come simboli di purificazione e di redenzione sulla Croce, nel momento della morte, quando dalla ferita del costato i due elementi zampillano dal Sacro Cuore di Gesù, inondando l’umanità colpevole di deicidio della misericordia di Dio.

Come si vede il simbolismo presepiale, nella sua silenziosa apparenza, non ha davvero limiti, per cui non possono mancare il venditore di ricotta e formaggio, il pollivendolo, la colombaia o il venditore di uccelli e di uova, la famigliola felice, il panettiere, il venditore di pomodori, il venditore di cocomeri, di fichi, di castagne e il pescatore accanto al fiume, il taglialegna ed il cestaio. Ogni statuetta rappresenta una storia, un mito, una leggenda, che ci riportano alla letteratura e alle tradizioni.

Personaggi della vita quotidiana, immortalati – come in una foto – nel momento tipico della loro azione, nel gesto più consueto, che riveste anche un profondo significato.

La visione d’insieme trasmette a tutta la scena una sensazione di grande operosità, di inconfutabile movimento benché virtuale. Si può immaginare il brusio del chiacchiericcio, le urla dei venditori, il verso incontrollabile degli animali. Chiudendo gli occhi è possibile sentire finanche gli odori dei cibi cotti, del vino, della terra arsa e della dissetante frutta succosa e zuccherina.

Al centro di ogni movimento è collocata la Natività: la Vergine Maria e San Giuseppe ai due lati della mangiatoia, nella quale è posto il Bambino Gesù, e poco più indietro il bue e l’asinello che con il loro alito riscaldano l’umida dimora di fortuna.

Davanti alla grotta i due zampognari con i loro strumenti: la ciaramella e la zampogna. Sono gli unici musicisti del presepe e – non a caso – sono rigorosamente posti fuori dalla grotta Santa. Ancora due personaggi dinamici, che sull’uscio della scena-clou diffondono il suono natalizio, quasi a creare una barriera sottile e ideale tra la mondanità e il trascendente.

Ogni visitatore del presepe può immaginare la sua canzone natalizia, quella che gli ricorda la nascita del Redentore.

La mia è «Tu scendi dalle stelle», composta nel dicembre del 1754 a Nola (NA), dal napoletano Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Mentre la musica celestiale irradia le sue note soavi, il frastuono assordante, il rumore fragoroso e il caos fatuo della vita quotidiana si allontanano, lasciando il posto alle domande ancestrali sul senso della vita e la ricerca delle risposte ataviche, che ogni persona può e deve cercare in se stesso. È il cammino dell’anima che passa davanti allo specchio della propria coscienza, mostrando i pesi e le ferite, i rancori e i rimpianti, gli odi e gli amori, traditi, vissuti, solo per un attimo dimenticati.

L’effetto catartico della musica celestiale è rappresentato dal pastore della “meraviglia ingenua”. È posto anch’egli davanti alla Grotta della Natività ma in ginocchio, con le braccia aperte in segno di ammirazione e di stupore di fronte al miracolo della nascita del Redentore, con la bocca spalancata è intento a gridare il suono muto e ineffabile della meraviglia di fronte a tanto prodigio. Il suo spirito infantile e semplice e la totale assenza di malizia, ricorda un po’ Benino, almeno a me.

Poi si entra nel cuore del presepe. Nella Grotta Santa, dove regna il silenzio e la luce. Luogo di contemplazione e di preghiera, di penitenza e di riconciliazione e di perdono.

Ai piedi della mangiatoia ciascuno lascia il proprio peso, la propria zavorra e la personale preghiera e ne esce sollevato, qualcuno anche rinato, intenzionato a portare nel proprio cuore quella pace e quella serenità, convinto di poterla rivivere ancora, anche nel baccano e nel trambusto della routine quotidiana.

Salvatore Esposito

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