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La guerra finì, ma molti tardarono a fare ritorno. Vi erano prigionieri di guerra italiani in Russia, in America, in molte parti dell’Africa e soprattutto in Germania. Gli alleati iniziarono velocemente le operazioni di rimpatrio dei soldati catturati e, in ogni caso, permettevano loro di scrivere a casa. Per coloro che erano in Germania non fu così.
Prima la costrizione in molti campi di sterminio nazisti, poi metà paese occupato dai Russi e metà dagli alleati occidentali. Il territorio e le città completamente distrutti. Chi si trovò prigioniero di guerra in quel territorio o nei paesi dell’est ritardò il rientro in patria: alcuni per molti mesi.
A Prato, come in tutte le città d’Italia, vi erano giovani partiti per il fronte all’inizio del conflitto dei quali si era perduta ogni traccia: nessuna notizia, nessun segno in 5 anni. Tutti pensavano che quei ragazzi non avrebbero rivisto mai la loro casa.
L’immenso teatro di guerra aveva visto nell’intera Europa più di trenta milioni di morti, venti dei quali solo cittadini e soldati dell’Unione Sovietica. La Germania, salvo il Sud del Baden Wuttemberg, interamente distrutta.
Nei primi mesi del ’46 chi era stato prigioniero di guerra degli Alleati aveva fatto ritorno a casa e la vita era ripresa con i problemi di sempre, aggravati dalle miserie causate dal conflitto. L’Italia cominciava piano piano a risollevarsi dalla tragedia e dalla fame nelle quali il fascismo l’aveva condotta ed i giovani avevano voglia di vivere dopo lunghi anni di patimenti e sofferenze.

Maria aveva visto il suo Roberto partire per l’Africa del Nord nord nel 1940. L’ultima lettera che aveva ricevuto era stata del 1942. Poi più niente.
Il dolore l’aveva avvolta , consapevole del significato di quel silenzio.
Ricordava gli sguardi furtivi per le vie del paese, quando si incontravano non ancora ventenni.
Ricordava i primi baci e le passeggiate, mano nella mano, lungo l’argine del torrente che scorreva vicino alle loro abitazioni. Si erano conosciuti alle elementari e la loro storia era simile a quella di tanti altri semplici ragazzi di campagna.
Lui era partito promettendo di tornare. Come tutti i soldati in cuor suo aveva una gran paura, ma al momento dei saluti si atteggiò ad uomo e stringendola, prima di salire sul camion che l’avrebbe condotto alla Caserma Settesoldi per l’arruolamento, le chiese di pregare e di stare tranquilla. Alla fine della guerra sarebbe tornato da lei.
Gli anni di solitudine furono lunghissimi per Maria. Il silenzio di Roberto pesava sulla sua vita richiamando alla mente tristi presagi.

Dopo un tempo interminabile, venne l’8 settembre 1943 e ci fu chi credette alla fine dell’incubo. Invece arrivò l’occupazione tedesca sostenuta dai fascisti, lo sbarco in Sicilia, il lento avanzare degli Alleati, che consideravano il fronte italiano esclusivamente un fronte di alleggerimento per tenere impegnate alcune divisioni tedesche, mentre il maggior sforzo bellico veniva prodotto a nord, con lo sbarco in Normandia e l’invasione della Francia, che consentiva di puntare dritti al cuore della Germania.
Tutti coloro che avevano pensato ad una veloce fine del conflitto dovettero ricredersi presto. Sofferenze e patimenti sembrarono non avere più fine.

Dopo l’8 settembre 1943 molti Ufficiali e soldati del Regio Esercito Italiano, non volendosi schierare con i fascisti ed i nazisti, furono passati per le armi. Numerosi altri fatti prigionieri e deportati in Germania. Una Monarchia imbelle insieme ad un Alto Comando dell’esercito di pari livello, non seppero dare ordini precisi nel momento dell’armistizio né seppero gestire una fase tanto traumatica. L’esercito italiano fu lasciato allo sbando: alcuni reparti si unirono agli alleati, altri ai partigiani, molti nell’incertezza o posti nell’impossibilità di combattere finirono prigionieri degli ex alleati tedeschi.
Il 1944 vide la Liberazione della Toscana. Lo sfondamento della Linea Gotica, nella primavera del ’45, portò gli eserciti alleati in pianura Padana e da lì presto sarebbero arrivati in Germania. Nel settembre del ’44 anche a Prato la guerra finalmente terminò, proseguendo al Nord di fronte all’irriducibile volontà nazista che rifiutava la oramai palese disfatta.

Fu in quei frangenti che Maria incontrò Gualtiero.
Dopo l’8 settembre si era dato alla macchia come molti suoi coetanei e non aveva risposto alle chiamate per l’arruolamento nella Rsi, tenuta in piedi dai nazisti.

Maria amava ancora Roberto, ma da più di tre anni non riceveva sue notizie. Gualtiero era un semplice amico. Non c’era alcun male a frequentarlo.

Passò anche il 1944 ed il 1945 vide l’entrata dell’Armata Rossa a Berlino e la decapitazione del Giappone per mezzo di due bombe atomiche.
Iniziò quindi la ricostruzione. Anche quella degli affetti. Nel paese non vi era famiglia che non fosse stata toccata dalla guerra: figli, nipoti, cugini, amici morti o feriti.
Si ricominciò a parlare liberamente, a discutere, ad accapigliarsi. C’erano Coppi e Bartali, i democristiani e i comunisti, la Russia e l’America. Era la frenesia di voler vivere dopo un ventennio cupo, dove la parola fiducia era stata sostituita dal motto “credere, obbedire, combattere” ed in tutti i locali pubblici era stato affisso il cartello: “Qui non si parla di politica”. Ora si voleva vivere e parlare di politica, amare e arrabbiarsi, criticare e sposare le cause più diverse, dichiarare il proprio pensiero e ricostruirsi un futuro.

Per tutto il 1946 Gualtiero cercò di incontrare Maria e lo fece nelle occasioni più diverse.
Alla Messa della domenica prendeva posto nelle panche vicine a lei, cercava di frequentare gli stessi amici, alle feste le era sempre nelle vicinanze. Lei aveva capito che a lui piaceva molto e dapprima era confusa. Ma di Roberto nessuna notizia e tutti dicevano che molti ragazzi di cui non si sapeva niente erano sicuramente morti in guerra.
Fu così che accettò la corte discreta di Gualtiero, che pian piano si trasformò in affetto e, all’inizio del 1947, si celebrò il matrimonio. Nessuno ebbe da ridire: tutti erano convinti della morte di Roberto.

Nel Paese che risorgeva dalle macerie del conflitto, nuovi amori si intrecciavano, nuove famiglie si formavano e molti bimbi nascevano.
Nacque anche Caterina, bella mora e piena di riccioli, vera felicità per Maria e Gualtiero.
Passarono alcuni mesi, il Paese aveva ritrovato il suo ritmo di crescita. Acquedotto, ponti strade venivano incessantemente ricostruite.

Sulla facciata di una Casa del Popolo, in una domenica d’aprile, fu scoperta una lapide con i nomi dei caduti nella guerra partigiana e di tutti i militari scomparsi nel grande conflitto mondiale.

L’anno successivo, era il 1948, a fine primavera un treno arrivò alla stazione centrale di Prato. Scese un ragazzo alto, magro emaciato, vestito di pochi indumenti militari logori.
Si sedette su una delle panchine della piazza. L’edificio della Stazione era stato distrutto dai bombardamenti alleati ed alcuni operai stavano collocando dei ponteggi che facevano capire come presto si sarebbe posto mano alla ricostruzione.
La fontana al centro della piazza non funzionava, ma gli alberi assicuravano una buona frescura.
Pianse, Roberto, vedendo la sua città ferita. Ma dentro il suo cuore scoppiava di gioia, per la voglia di rivedere i suoi cari e soprattutto Maria.
Chiese un passaggio ad un barrocciaio, che con il proprio carro trainato da un robusto cavallo francese, trasportava rena del Bisenzio ad un cantiere non lontano dall’abitazione di Roberto.
L’ultimo tratto di strada lo fece a piedi, così come a piedi aveva percorso molte vie di quella che si apprestava a divenire la Germania dell’Est.
Era stato molto provato dalla prigionia. Dopo El Alamein, il suo battaglione era stato trasferito in Albania e lì era arrivato l’armistizio. Fatto prigioniero dai tedeschi era stato trasferito in una città della Pomerania, fino all’arrivo delle truppe sovietiche.
Non sapeva nemmeno lui come aveva fatto a sopravvivere nel campo di concentramento. Ma ce l’aveva fatta. Era tornato a casa vivo. Dalla sua Maria.

Gli abbracci, i pianti, le urla di gioia al suo apparire a casa, fecero rischiare l’infarto ai suoi genitori e al fratello maggiore. Subito la notizia si sparse per il paese. Nessuno aveva più creduto al suo ritorno e questo fatto appariva come un miracolo agli occhi di molti.

Maria si mise a tremare quando qualche conoscente la informò che Roberto era tornato a casa sano e salvo e strinse a sé la piccola Caterina.

Dopo l’euforia iniziale anche per Roberto ricominciò la vita. Trascorse molti giorni tristi quando lo informarono che Maria era la moglie di un altro e che aveva anche una figlia. Non riusciva a darsi pace. Voleva parlare con lei per capire almeno cosa fosse successo. Maria cercava di uscire di casa il meno possibile: temeva di incontrarlo e Gualtiero presto notò il nervosismo di sua moglie.

Passarono alcune settimane, Roberto aveva ripreso a lavorare nell’azienda del padre, dopo un periodo di riposo. La sua famiglia era abbastanza abbiente e presto avrebbe avviato un’azienda tessile destinata a far molta fortuna.
Una mattina fece ritardo nell’andare al lavoro. Pensò bene di fermarsi al bar vicino casa a prendere un caffè. Uscito dal bar inforcò la sua Bianchi e cominciò a pedalare, ma, fatti pochi metri, frenò di colpo.

Maria camminava sul marciapiede alla sua destra tenendo in braccio la piccola Caterina.
Appena lo vide divenne paonazza ma lui non indietreggiò.

“Perché?” le chiese con le lacrime agli occhi.
“Credevo fossi morto”, rispose.

Si abbracciarono piangendo entrambi e si incamminarono mano nella mano fino a casa di lui.
Lo scandalo colpì forte. Il paese non era ancora pronto a simili eventi.
Si trattava di fatto della prima separazione con abbandono del tetto coniugale del dopoguerra.

Tutti si aspettavano una denuncia da parte di Gualtiero nei confronti di Maria. Ma lui non fece mai questo passo. Anche il nuovo parroco fu intelligente. Tacque, senza gridare allo scandalo e senza creare un caso che avrebbe ben potuto superare i confini della città.

Gualtiero non si risposò.
Maria e Roberto si unirono in matrimonio quando fu approvata la legge sul divorzio.

Marco Nieri