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I

Nei paesi limitrofi, così anche in quello di Bivàra, si narra di una leggenda legata ad un fantomatico gallo d’oro che apparirebbe, almeno in base al racconto dei più anziani, in cima a Lu casteddru – “Monte Castello”, tradotto dal siciliano – un colle situato nei pressi del paese di Bivàra, sulla strada che conduce ad Agrigento, in Sicilia. Nonostante la sua modesta altitudine, la vista di quel sito desta una certa soggezione: è imponente, soprattutto il versante scosceso e ripidissimo che si affaccia sul fiume salato che scorre lungo le sue pendici. Le alture circostanti, che per millenni ospitarono le tribù delle antiche popolazioni indigene dei Sicani, gli fanno da cornice quasi a rendergli omaggio, mostrandosi come fossero suoi fedeli sudditi. Proprio su questo versante, sono ancora evidenti – anche a notevole distante – i ruderi, diroccati e rotolati giù dal colle, di un vecchio castello appartenente ad un potente re dell’antica civiltà micenea.

La leggenda, dunque, narra della misteriosa apparizione di un gallo, tutto d’oro, che avverrebbe puntualmente ogni cento anni, e precisamente dalla mezzanotte alle tre del mattino tra il 20 e il 21 giugno: giorno che segna il solstizio d’estate. Si dice che passando per quel luogo, ci si può imbattere nel canto di un gallo. Non ci sarebbe nulla di tanto strano udire cantare un gallo, dopotutto quella zona è in aperta campagna; la cosa strana, invece, sta nel fatto che le ore in cui tale canto si snoda, non sono quelle in cui solitamente un gallo possa cantare, perché non è ancora giunto il suo momento, visto che il gallo canta solo all’alba!

Nonostante ne parlino quasi tutti gli anziani del paese, di questa strana e misteriosa storia nessuno ne sa niente! Non se ne conoscono i particolari, tantomeno quali possano essere gli eventi o i possibili esiti ottenuti dall’eventuale fortunato che riuscisse a vedere questo fantastico gallo d’oro.

Qualcuno continua a insistere dicendo che in un paese vicino, un certo zì Cola, una persona in età ormai avanzata che prima di andare in pensione faceva il contadino – come la stragrande maggioranza degli uomini di quella terra e di quel periodo – è l’unico ancora in vita ad aver visto questo fantomatico gallo… Ed è anche l’ultima cosa che ha visto, dato che perse la vista dopo aver tentato di afferrare il gallo, rimanendo così accecato dai potenti bagliori che il misterioso animale emanava. In realtà, ha sempre raccontato di aver perso la vista in guerra, a causa dello scoppio di una granata, ma chi lo conosce bene è pienamente consapevole che quella non è affatto la verità!

Zì Paolino, un anziano arzillo e sorridente, soprannominato “il gazzettino di Sicilia” perché sa sempre tutto di tutti, e spesso è il primo a diffondere le notizie in paese, racconta che molti anni prima ebbe modo di conoscere personalmente zì Cola e, a quanto pare, fu proprio quest’ultimo a confidargli l’accaduto: chissà come mai a tutti gli altri ha sempre raccontato la storia della granata, mentre a zì Paolino una storia completamente diversa!?

In base al suo racconto, cioè a quello che si ostina a dire zì Paolino, quel canto condurrebbe proprio allo stesso gallo d’oro. Quest’ultimo sarebbe circondato da un ampio alone di luce, e intorno a sé sarebbero disseminati disordinatamente oggetti di inestimabile valore: monete d’oro, pietre preziose, monili, vasellame di alto valore… tutti di provenienza mediorientale. Chi avesse la fortuna di entrare in possesso almeno di uno di questi oggetti, diventerebbe ricco anche a distanza di qualche solo giorno; oppure – cosa assai più probabile – potrebbe viaggiare per tutta la notte attraverso un luogo esotico, precisamente in uno dei posti relativi alla provenienza dell’oggetto in questione. L’importante, però, è non prendere il gallo d’oro, né cercare di toccarlo!

Soltanto uno, e solo uno, potrebbe essere il fortunato individuo: nessun altro, dunque, riuscirebbe mai a vedere quell’uccello finto e misterioso, tantomeno sentirebbe il suo canto; o, meglio, nella medesima notte, perché lo strano evento si ripete solo una volta in ogni secolo.

II

Melo Spiranza era un giovane geometra disoccupato, ma per necessità svolgeva l’attività di contadino lavorando le terre di famiglia. Era uno dei pochi abitanti di Bivàra e stava appena rientrando da una serata trascorsa ad Agrigento, in compagnia dei suoi vecchi colleghi dell’istituto per Geometri di quella città.

Mentre stava arrivando a casa, dopo aver percorso un viaggio seppur di solo un’ora ma molto stancante, a causa della difficoltà nella guida della sua piccola FIAT 126 di colore rosso, un po’ per via della strada poco agibile, tra buche nell’asfalto e tornanti ardui e pericolosi, e un po’ anche per l’ora tarda che si era ormai fatta, visto che erano già le due del mattino, ebbe la fortuna di trovarsi nel luogo di quella strana apparizione.

Era la notte tra il 20 e il 21 giugno del 1985.

Il caldo che cominciava a farsi sentire si associava alla stanchezza e al sonno che così tormentavano il viaggio di Melo; per ovviare a questa difficile situazione, il giovane geometra aprì il finestrino e si accese una sigaretta. Intanto, mentre stava affrontando un tornante nei pressi del fiume salato, sentì un gallo cantare: quel verso era intenso, penetrante… piuttosto inquietante!

Si fermò, spense il motore della macchina e rimase in attesa nella speranza di risentire quel canto. Il frinire delle cicale, che si distingueva tre le leggere folate di un afoso venticello, rendeva l’ambiente notturno sempre più tetro e misterioso.

Quel canto non tardò a farsi risentire.

Melo aprì lentamente lo sportello della macchina, piano piano… come se temesse che qualcuno lo potesse sentire; lo chiuse con la medesima delicatezza e si avviò verso il sentiero che portava alla montagna da cui aveva intuito provenisse quello stridulo e prolungato verso del gallo. In quel determinato momento credette che lui, e solo lui, fosse predestinato a dover incontrare la leggendaria statua dell’animale di cui tanto si parlava in paese.

Al buio di quella notte, andò in soccorso il chiarore della luna piena. Il giovane continuò a camminare procedendo a piccoli passi e guardandosi indietro, di tanto in tanto, fino a giungere ad un sentiero sempre più stretto e tortuoso. Intanto che andava avanti, quel viottolo diventava gradualmente più ripido, rendendo così quella camminata molto faticosa.

«Maledette sigarette! Mi tolgono il fiato e mi fanno sentire come un vecchio, quando invece ho appena vent’anni!» disse a bassa voce, parlando tra sé e sé.

La vetta del colle che stava lentamente raggiungendo, la conosceva piuttosto bene perché da bambino c’era stato una volta non da solo, come in questa circostante, ma in compagnia di alcuni suoi coetanei quando andarono alla ricerca di qualche probabile ritrovamento prezioso appartenuto al castello diroccato. In realtà, quando vi era salito lo aveva fatto dalla parte opposta, e cioè da quell’altro versante, quello a strapiombo.

Quando finalmente arrivò in cima, la mezzanotte era passata da un bel pezzo: si era già fatta l’una.

Il gallo non cantò più; intorno a sé c’era solo buio e silenzio. E il venticello che soffiava contro i rami rinsecchiti di qualche mandorlo, rendeva l’atmosfera notturna sempre più lugubre e tenebrosa.

Vedendo che in quel luogo non c’era niente di particolarmente interessante, ma che molto probabilmente si fosse trattato di un’illusione o del fatto che la stanchezza gli avesse giocato qualche brutto scherzo, si girò per tornare indietro. Tutt’a un tratto, però, vide un bagliore intenso alle sue spalle, accompagnato da un canto stridulo e assordante provenire anch’esso da dietro; si girò e, finalmente, il sogno divenne realtà: un gallo luminoso e dorato troneggiava nel mezzo di quello spiazzo buio e arido di Monte Castello. Tra le tante cose che colpirono la sua attenzione, però, si lasciò rapire da un particolare oggetto: un’anfora di madreperla, di pregevole fattura, costruita artigianalmente e, probabilmente, in una località del Medio Oriente; inoltre, conteneva alcune pietre preziose. Si avvicinò a quel cumulo di tesori scintillanti e tra tutti quelli prese proprio quella che sembrava fosse una preziosa anfora.

Senza provare neppure a voltarsi, imboccò il tortuoso e ripido sentiero che lo aveva condotto fino alla cima di Monte Castello e cominciò a scendere velocemente, stringendo a sé il prezioso vaso di madreperla, fino ai pendici di quel colle, giungendo così alla sua utilitaria. A differenza di quando scese dalla macchina, che lo fece comodamente e con movimenti piuttosto rallentati, nel salirvi su, invece, cercò di fare più in fretta possibile: un po’ per paura che qualcun altro gli potesse sottrarre quel prezioso oggetto, un po’ per paura che qualche presunta forza ultraterrena facesse lo stesso.

Mise in moto la macchina, sistemò l’anfora tra il suo sedile e quello posteriore e partì alla volta del paesino di Bivàra. Appena giunse a destinazione, verso le due e mezza del mattino, prima volle appurarsi che nei dintorni non vi fosse anima viva; poi, silenziosamente, entrando in casa, depose quell’insolito vaso in un angolo della sua stanza, si denudò dei suoi vestiti e si mise a letto senza farsi sentire dai suoi anziani genitori che, data l’ora tarda, dormivano ormai da parecchio tempo.

Durante la notte, anziché essere felice e rilassato, Melo era particolarmente inquieto; aveva la sensazione che il materasso su cui giaceva si muovesse. La medesima sensazione la provò alla tenerissima età di tre anni, quando fu svegliato dalla madre proprio nel cuore della notte; in quella triste occasione, però, non fu solo il suo letto a tremare, ma quasi tutta la Sicilia occidentale a causa del disastroso terremoto che scosse l’intera Valle del Belice. Anche a Bivàra la scossa tellurica fu avvertita, provocando però solo il panico tra i suoi abitanti.

Melo non volle aprire gli occhi, facendosi cullare da quell’inconsueto movimento sussultorio che si sposava dolcemente con una nuova sequenza di immagini che, via via, si andava formando nei suoi sogni.

La situazione onirica di quel momento lo vedeva seduto su un tappeto volante: un morbido strato di velluto variopinto che effettuava irregolari movenze. Quel viaggio fantastico gli aveva fatto attraversare mari e deserti, fino a fargli sorvolare i tetti di una caratteristica cittadina della Giordania, tra dammùsi bianchi e rosse moschee che gli ricordavano le imponenti cupole arabo-normanne di Palermo e Cefalù.

Tra le strette viuzze che si aprivano al suo passaggio, scorgeva, con fugaci sguardi, una moltitudine di turbanti colorati che coprivano il capo di uomini e donne mentre, a passi lenti e distesi, si dirigevano verso qualche bazar posizionato in prossimità del luogo in cui si trovavano oppure si inoltravano tra gli angusti vicoli di quella kasbah ingarbugliata.

Intanto che i suoi occhi si estasiavano, nel vedere cose che lui non avrebbe mai neppure immaginato, rimase colpito da una scena a dir poco sconcertante e a tratti inaccettabili – specie per un animo docile e sensibile come il suo.

Dal punto in cui si trovava, e cioè in alto su un tappetto e a considerevole distanza, notò un manipolo di giovani spacconi alle prese con un atto di vile spavalderia nei confronti di un vecchio povero e cieco. Quest’ultimo era seduto su una grossa pietra di tufo, all’ombra, in una di quelle viuzze, e teneva stretta a sé una bellissima anfora dai riflessi stupendi. Melo la riconobbe subito: era identica a quella che aveva presa dal tesoro apparso assieme al fantomatico gallo d’oro quella stessa notte, a Monte Castello.

La meraviglia che apparve davanti ai suoi occhi si trasformò improvvisamente in un episodio di squallore e ingiustificabile cattiveria: quei ragazzacci, sicuri di sé e incuranti delle precarie condizioni del proprietario di quello splendido oggetto, cominciarono a schernire il povero vecchio fino a sottrargli, con la forza, l’anfora che questi stringeva a sé. In un semplice batter d’occhi, il gruppo di giovani delinquenti si dileguò, scomparendo tra i vicoli tortuosi della kasbah.

Quella scena di inaudita inciviltà e meschineria, fece svegliare Melo di soprassalto.

In verità, quell’oggetto, a causa di quell’inqualificabile episodio, divenne frutto di una vera e propria maledizione: quello era il solo bene che il vecchio possedeva, e che gli era stato donato in eredità da un ricco benefattore prima che quest’ultimo morisse.

Ormai sveglio, Melo si alzò dal suo letto e andò ad accostarsi all’angolo in cui, prima di andare a letto, aveva sistemato l’anfora di madreperla contenente alcune pietre preziose.

Il suo viso si irradiò, rivedendo così come lo aveva lasciato quell’oggetto unico nel suo genere; lo accarezzò dolcemente, poi tolse il tappo che lo teneva sigillato. Quando aprì la bocca dell’anfora, però, al posto del tesoretto contenuto in essa appena la notte stessa, vi trovò all’interno un mucchio di viscide larve.