Estra offerta luce

«Pronto? Buongiorno signore, mi presento, sono… ha riattaccato».
«Pronto? Sono Filippo telefono per… No, non siamo tutti dei ladri, se solo mi… ha riattaccato».
«Pronto? Buongiorno signora… ma signora mi sente? Stava dormendo? Le rubo solo due minuti… ha riattaccato ».
Filippo riagganciò la cornetta e si lasciò cadere sulla sedia girevole e leggermente sfondata. Dopo ore e anni di telefonate fatte a tanti, per tanti prodotti inutili ancora non si arrendeva all’idea di essere lui il cattivo. In quello strano sistema che i capi si ostinavano a chiamare lavoro, che a Filippo sembrava soprattutto delirio, lui ancora non aveva trovato una collocazione propria. Perchè telefonate su telefonate e telefoni malamente riattaccati ancora non l’avevano schiacciato abbastanza sotto il peso di quella frustrazione sociale che si respirava quotidianamente nell’aria viziata del call-center. Stava pensando alle 6 ore al giorno spese vendendo piani telefonici. Solo se fosse riuscito a venderne almeno 60, sarebbe riuscito a racimolare 500 €. Il sistema impostato da quella azienda era illegale, ma a nessuno sembrava importare. Se non vendeva non guadagnava nulla, nonostante avesse lavorato. E questo mese era decisamente indietro sulla tabella di marcia. La cosa più logica da fare in quelle condizioni sarebbe stata concentrarsi esclusivamente sul lavoro. Avrebbe dovuto attivare la modalità automa, escludendo qualsiasi pensiero potesse fargli perdere anche solo un attimo prezioso, occupando la sua mente nella lucida analisi della situazione. Ma non ci riusciva. Stava guardando i suoi colleghi. Aspiranti designer, artisti, ragazzi in grado di parlare ben cinque lingue straniere, madri di famiglia. Sentiva per loro lo stesso affetto che un soldato prova per i suoi compagni di guerra. Tra i suoi sogni nel cassetto c’era anche quello di trovare un lavoro dignitoso che gli permettesse di mantenere uno stile di vita normale. Ma si sentiva assolutamente imbrigliato da una società dove tutto sembrava cambiare vorticosamente. Professioni, impieghi, mestieri, tutto appariva così effimero e inconsistente che le prospettive, per chiunque, di trovarsi improvvisamente senza lavoro dovevano essere prese in considerazione in modo sempre più rilevante. Stava riflettendo su tutto questo, cercando giustificazioni alla sua infelice condizione, ma si rendeva conto sempre più chiaramente che tutto ciò serviva solo a reprimere l’oppressivo, schiacciante senso di fallimento. Quella presa di coscienza lo stava colpendo in pieno, all’improvviso. In un unico istante, gli erano tornati alla mente mille brandelli di telefonate inutili che ora stava paragonando alle sue amate letture di Croce, Nietzsche e Schopenhauer. Quelle letture in cui tuttora si rifugiava, illudendosi che esse fossero sufficienti per esentarlo dalla lotta, dalle sofferenze del quotidiano. E invece il quotidiano tornava puntualmente a tormentarlo. Gli ricordava, ogni mattina, che lui era parte integrante di un mondo in cui sei miliardi di formichine lavoravano alacremente, giorno dopo giorno, per tagliare il ramo su cui stavano sedute. E lui era solo l’ennesima formichina. L’orario di lavoro era finito. Filippo si alzò di scatto dalla sedia, la sua mano scivolò automaticamente oltre la scrivania ed afferrò il cappotto, che indossò con un fluido movimento unico. Per le prossime diciotto ore sarebbe stato libero di respirare. Uscito dallo stabile, grigio come il suo umore della mattinata, si fermò al chiosco di fronte al semaforo, dove un ragazzo infreddolito gli allungò il solito pacchetto con il pranzo da portar via. «Sono in ritardo». Pensò Filippo, mentre guardava affannato l’autobus scivolargli, indifferente, davanti agli occhi.
Un quarto d’ora più tardi, schiacciato contro il finestrino umido e sporco del bus 31, sempre sovraffollato, Filippo guardava la periferia scorrergli sotto il naso. Quella era l’unica tratta che serviva quell’angolo della città, dimenticato da Dio. Alla fine degli anni settanta, quell’area era stata pensata per essere una ricca zona residenziale, lontano dal traffico cittadino e immersa nel verde. Purtroppo le cose non erano andate secondo i piani. La mancanza di servizi e la lontananza dalle zone commerciali della città ne avevano causato il rapidissimo declino. Ora la maggior parte dei lussuosi condomini altoborghesi giaceva semi abbandonata, o occupata. Ciò nonostante, o forse, proprio per questo, essa mostrava orgogliosa e disperata le sue facciate decadenti e piene di graffiti, lavati dalla pioggia incessante degli ultimi giorni. Solo certe realtà ridimensionano il tuo credo
le tue certezze, anche se ne sei mero spettatore inerme. Esse disarmano la tua presunzione di sapere che volto ha la vita, sgretolano la tua convinzione di avere il passo giusto. Fanno vacillare, con un solo sguardo tutte le tue solidissime certezze, mostrandoti quanto è ridicola la materialità, schiaffeggiata da una sofferenza che aleggia inesorabile come un cielo scuro. Così tutta la tua rinnegata superficialità viene smascherata in un secondo e la verità ti si mostra effimera e lontana, come il riflesso di un arcobaleno che non puoi afferrare, ma accende la tua ammirazione.
Filippo era arrivato. Scese dall’autobus ancora sovrappensiero ed un rivolo gelato, insinuatosi dentro il bavero del suo cappotto lo costrinse a tornare alla realtà. Aveva ricominciato a piovere. Automaticamente si strinse nelle spalle e sollevò il colletto, inutilmente. Guardando la punta delle sue scarpe di pessima qualità si mise in marcia. Non aveva bisogno di guardarsi intorno per trovare la strada, le gambe, ben addestrate, ormai, lo portavano automaticamente. E la vista del quartiere, ogni volta, gli lacerava il cuore.
Fino a quindici anni prima quello era stato il suo quartiere. Per la precisione, quello era proprio il suo indirizzo: Via Matteotti 1/A. Ma anche oggi si sarebbe fermato al civico 1. Li viveva ancora il signor Aldo, da ormai cinquant’anni. Vi si era trasferito, con la moglie Maria nei primissimi anni settanta e non si era mai rassegnato all’idea di andarsene. Anche se ormai viveva solo in una casa troppo grande. Il signor Aldo era nato appena prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale, ed aveva imparato a crescere in fretta. Orfano di padre, aveva fatto molta fatica ad andare a scuola. Aveva cominciato a lavorare prestissimo, costretto dalle ristrettezze economiche familiari; avrà avuto sì e no tredici anni. Quando i genitori di Filippo avevano deciso di trasferirsi nella casa di fianco alla sua, il signor Aldo ne era stato felicissimo. Lui e la moglie avevano ormai superato l’età della pensione ed entrambi i loro figli vivevano lontani, quindi sapere che avrebbero avuto come vicini una giovane coppia con un figlio li aveva subito riempiti di gioia. Il quartiere, infatti, aveva già cominciato a spopolarsi e i due anziani se ne stavano quasi sempre da soli. Aldo era sempre stato presente nei ricordi di Filippo, come i suoi genitori e il loro cane Snoopy. Molto spesso i genitori di Filippo rientravano tardi dal lavoro e non avevano tempo di andare a prendere il figlio a scuola. Così, quando Filippo usciva dalla classe e vedeva che ad attenderlo c’era la signora Maria faceva fatica a contenere la gioia. Voleva dire che mamma e papà avrebbero tardato a tornare, e questo significava un’intera giornata a casa di Aldo e Maria. La loro casa sembrava, al piccolo Filippo, un enorme castello pieno di misteri. L’arredamento antico gli trasmetteva una sensazione di grandi gesta cavalleresche e Aldo aveva sempre tantissime storie interessanti da raccontare. La signora Maria, invece, che da giovane era stata una maestra, aveva dei libri bellissimi e portava sempre il piccolo Filippo a lavorare con sé nel loro enorme, profumatissimo giardino. Quando i suoi genitori avevano deciso di cambiare nuovamente casa, perché entrambi erano troppo scomodi al lavoro e ormai potevano permettersi una casa più vicina al entro, Filippo era disperato. Aveva promesso al signor Aldo e alla signora Maria che sarebbe tornato a trovarli spessissimo, ma dopo poco non era più riuscito a mantenere la parola data. Era ritornato a far visita assiduamente al signor Aldo solo dopo la scomparsa dell’amata moglie. Da allora le sue visite si erano fatte sempre più assidue fino a quest’ultimo periodo, quando ormai erano diventate giornaliere. Il signor Aldo, infatti, si era ammalato. Viveva solo in quella grande casa, i figli, lontani, non avevano la possibilità di venire a trovarlo spesso, e lui ormai parlava da solo. Filippo si rendeva conto che la sua era, purtroppo, una storia come tante. Fatta di silenzi e di dolore, di sentimenti tristi, di senso di abbandono e di impotenza. Il signor Aldo era un uomo come tanti, buono, onesto e forte. Ma per Filippo, Aldo era un uomo speciale. Quando era bambino lo vedeva come un supereroe che non si fermava mai davanti a niente e che sarebbe stato in grado di muovere persino le montagne, con la sola forza di volontà e la determinazione.
Ora quell’uomo indistruttibile si era trasformato in un essere fragile e delicato, in una cornice il cui contenuto era stato completamente svuotato. Un mostro interiore si era impossessato della sua mente e l’aveva condannata all’oblio. Così il signor Aldo, poco a poco, si era chiuso in un mondo che apparteneva solo a lui e aveva lasciato fuori tutti quelli che lo avevano conosciuto e amato, e che ora non riuscivano a trovarlo più. Filippo era arrivato. Suonò, cocciuto, il campanello ma nello stesso momento si infilò una mano in tasca in cerca delle chiavi. Le trovò ed entrò. Già lo sapeva che Aldo non gli avrebbe aperto. Da tempo ormai non riconosceva più il suono del campanello. Il ragazzo entrò, si tolse il cappotto ormai fradicio e lo appese vicino alla stufa. Si avviò verso il soggiorno e trovò il signor Aldo seduto sul divano che fissava la televisione, spenta.
«Buongiorno Aldo, sono venuto a trovarti e ti ho portato il pranzo. Come stai oggi?»
«Buongiorno caro, sto bene grazie, e tu? Vieni, accomodati, la Maria ha preparato da mangiare.»
Filippo continuò quella assurda conversazione sentendosi il cuore stretto, ogni minuto di più, dentro una morsa d’acciaio.
«Ma no Aldo, oggi mangiamo panini. Li ho portati io. Come è andata stamattina? Vedo che è passata la signora delle pulizie ad accendere la stufa.»
«Non lo so caro, stamattina ero fuori. Ma dimmi, non mi ricordo come ti chiami…»
«Filippo, sono sempre io, il bambino dei vicini…»
«Ma caro ragazzo! Come sei cresciuto… ti sei proprio fatto uomo! Da quanto tempo non venivi a trovarci! Dai siediti e mangiamo qualcosa insieme. Raccontami cosa stai facendo adesso che ti sei trasferito in città…»
Questo scambio di battute si riproponeva praticamente identico a se stesso ogni giorno, con qualche leggerissima variazione sul tema. Filippo cercava di convincersi che anche questo facesse parte del diventare adulti, però non poteva nascondere a se stesso quanto faceva male. L’irraggiungibile signor Aldo, con tutte le sue storie pazzesche ed impressionanti, ora non era più nemmeno in grado di articolare un discorso di senso compiuto. Filippo stava provando a trascinare il signor Aldo fuori dallo spettro dalla solitudine e dall’abbandono, ma si rendeva conto che stava fallendo. Pagava una signora che la mattina lo aiutasse a svegliarsi, gli accendesse la stufa e gli preparasse qualcosa da mangiare, ma non poteva permettersi di pagarla per più di tre o quattro ore al giorno. Per il resto lui passava dopo il lavoro, per pranzo, quando i turni glielo permettevano, sennò dopo cena. Molto spesso, quando faceva tardi, trovava Aldo addormentato sul divano, tremante e con la stufa ormai spenta. Filippo aveva provato, in passato, a contattare i figli di Aldo, ma loro non ne volavano sapere di tornare ed erano convinti che Filippo esagerasse. L’ultima volta che aveva parlato con loro il figlio maggiore aveva sentenziato che se davvero le cose stavano come sosteneva il ragazzo, avrebbe provveduto al più presto a ricoverare il padre in una casa di riposo. Filippo aveva riagganciato e non li aveva richiamati mai più.
I due avevano finito di divorare i loro panini, affamatissimi, ed il signor Aldo stava spiegando a Filippo, ormai laureando in Ingegneria Aerospaziale, con estrema dovizia di particolari, come costruire un aquilone, da portare a scuola il giorno successivo.
«Basta prendere della carta leggera, ma che sia resistente anche, magari di quella un po’ plastificata…»
«Di che colore?»
«Il colore? No, non importa il colore, quello basta che sia un colore felice! Per la struttura invece conviene che tu ti faccia accompagnare da Maria in uno di quei negozi di botanica, dova va sempre a comprare gli strumenti e i semi per il suo bel giardino. Dille di chiedere un paio di quei bastoncini che si usano per far stare in piedi i germogli. Dovete prenderne uno un po’ più lungo e spesso e uno un po’ più corto e sottile. I bastoncini vanno messi a croce, e poi alle estremità va attaccato il foglio di carta. Capito ragazzo… e poi, secondo te cosa manca ancora per farlo volare?»
«Non saprei Aldo, vediamo…» cominciò Filippo, evidentemente pensieroso «Beh manca la coda, e il filo!» Concluse il ragazzo sorridendo, con un lampo di divertimento negli occhi.
Entrambi gli uomini scoppiarono a ridere.
«Bravo ragazzo!» Si complimentò Aldo, «C’eri quasi… vanno appese delle code alle punte! Più di una… vedi, sono essenziali perché l’aquilone voli. Infatti le code lo stabilizzano, creano più peso dove sono appese e fanno sì che l’aquilone non sia sbattuto dal vento.»
«Va bene» iniziò a ripetere Filippo «Più code, per stabilizzare l’aquilone e adesso però ci serve il filo!»
«Si, mio caro!» Rispose teneramente il signor Aldo, «Adesso ti spiego come deve esse il filo. Quello è facile, basta procurarsi della lenza da pesca, leggera e resistente. Devi annodarla proprio al centro, dove i due bastoncini si incrociano.»
«Ho capito! Non sembra difficile concluse il ragazzo.»
«No, per niente! Ci vuole, solo un po’ di pratica. Se più tardi ti fai accompagnare a comprare tutto il materiale domani lo costruiamo insieme!»
Il signor Aldo era così felice all’idea di attuare quel progetto che per un attimo Filippo pensò davvero di andare a comprare i materiali per fabbricare un aquilone. Ma fu solo per un attimo. Poi realizzò che il signor Aldo si sarebbe dimenticato del loro progetto dopo qualche minuto e il suo cuore sprofondò ancora un po’ più giù, verso il fondo del petto.
Si era fatto tardi e Filippo rischiava di perdere l’ultimo autobus.
«Aldo adesso devo proprio andare, sennò resto a piedi.»
«Come? Vai via da solo ragazzo o ti vengono a prendere?»
«Vado con l’autobus, prendo l’ultima corsa…»
«Hanno messo l’autobus?! Oh, come sono contento! Così puoi venire a trovarci più spesso.. che bellissima notizia!V Il viso di Aldo si era illuminato di una gioia sincera.
«Certo Aldo, passo anche domani. Vengo più tardi, però vengo! Aspettami, mi raccomando!» A quelle parole il ragazzo si era alzato dal divano e stava aiutando Aldo ad alzarsi a sua volta, per farsi accompagnare alla porta. Sapeva che il signor Aldo ci teneva molto.
«Arrivederci allora caro» Disse Aldo, salutando Filippo dalla porta, «E a domani! Avviso anche la Maria così ti fa trovare qualcosa di pronto da mangiare. Sarà felicissima di sapere che passi a trovarci! Anche lei parla sempre di te sai?! Le sei rimasto proprio nel cuore.»
«A domani Aldo» Rispose Filippo, cercando di sfoderare il suo miglior sorriso, mentre un nodo gli stringeva la gola.
Avviandosi verso il cancello si ritrovò a pensare che anche le frasi di commiato si ripetevano pressochè sempre uguali a se stesse. Non essere più tornato a salutare la signora Maria era tutt’ora uno dei suoi più grandi rimpianti. Quella era stata la sua seconda casa per tutta l’infanzia e quei due signori, così gentili e vitali erano stati la sua seconda famiglia. Un altro grande cruccio per Filippo era quello di non potersi permettere un’auto. Con quella sarebbe stato molto più facile raggiungere quella zona della città, così malservita e sarebbe potuto passare anche nei weekend. La pioggia gli aveva concesso una tregua, ma il freddo della notte gli si insinuava nelle ossa, filtrando attraverso il cappotto ancora umido. Era arrivato alla fermata dell’autobus. Era male illuminata e la panchina era stata distrutta. Stessa sorte era toccata al tabellone degli orari. Solo il cestino dei rifiuti, ignorato da tutti, resisteva, un po’ sbilenco. Un mare di grigi pensieri gli affollava la mente e Filippo si ritrovò a fissare, cupo, una lattina abbandonata sul ciglio della strada. Lo squillo del telefono lo riportò alla realtà.
«Pronto?!» Riuscì a sbiascicare con voce roca e tremolante.
Era la sua Maria, studentessa all’ultimo anno di Medicina. Aveva finito il turno all’ospedale e lo avrebbe raggiunto a casa. Diceva che portava la pizza.

 

Martina Zuccolo