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Dopo Jiwo Jima, una vittoria pagata a caro prezzo, gli americani si apprestavano ad invadere il Giappone. L’isola di Okinawa fu considerata, così, la base naturale per sferrare l’ultimo attacco all’Impero del Sol levante.
La conquista dell’isola, che costituì il più grande assalto anfibio dell’intera guerra del Pacifico, si rivelò estremamente difficile e lo scontro vide gli eserciti opporsi da marzo a giugno del 1945.
Gli anglo-americani impegnarono circa 600.000 uomini tra forze di terra, marina ed aviazione, con l’uso di 1600 navi e 2000 aerei. Essi si contrapposero a circa 130.000 nipponici (110.000 soldati e 20.000 abitanti dell’isola arruolati) con 1000 navi e 2000 aerei.
Ad Okinawa la marina USA patì le più grandi perdite di tutta la guerra del Pacifico poiché in questo scontro i giapponesi usarono su grande scala le loro tecniche di assalto suicide. Più di settecento kamikaze si lanciarono sui mezzi alleati causando gravissime ferite, ma la superiorità degli attaccanti non poteva essere scalfita dall’ostinazione folle dei militari giapponesi. Per la prima volta furono anche usate navi suicide, di piccola e media stazza, per speronare il naviglio nemico.
Alla fine dello scontro navale gli alleati contarono più di settanta navi danneggiate ed affondate. Ma i giapponesi persero la più grande nave della seconda guerra mondiale, la corazzata Yamato, ed altre unità che sarebbero state essenziali per una eventuale difesa del proprio territorio.
La Yamato non fu fatta nemmeno avvicinare ad Okinawa. Fu affondata il 7 aprile sotto l’attacco di 300 caccia da picchiata provenienti dalle 40 portaerei americane (Quaranta!) che incrociavano al largo dell’isola.
Negli 82 giorni di battaglia terrestre, invece, si disvelò una nuova strategia giapponese contrapposta alla ferrea volontà del Generale americano Simon Bolivar Bruckner, che cadrà alla fine dello scontro, colpito da una granata nipponica.
Il comandante delle forze giapponesi Ushijima, anche lui caduto ad Okinawa, ritenne opportuno non attestarsi sul bagnasciuga, ma asserragliarsi sulle colline del sud dell’isola attorno al castello di Shuri, fortificando caverne e costruendo fortini e bastioni.
Al momento dello sbarco gli Americani sorpresi dalla mancanza di fuoco avversario, poterono attestarsi per alcuni km all’interno del sud di Okinawa e prendere possesso di tutta la parte nord della stessa.
Quando avanzarono per completare l’occupazione si scontrarono con una resistenza terribile. Dalle vicine isole bombardieri e kamikaze cominciarono ad attaccare le truppe di assalto statunitensi. I giapponesi avevano anche una divisione di carri armati che usarono nella parte pianeggiante di Okinawa.
Mano a mano che le divisioni americane convergevano verso Sud, la resistenza giapponese si irrobustiva, finchè l’avanzata venne definitivamente fermata sulla formidabile linea difensiva organizzata a Ushijima. “Le colline erano state scavate per nascondere postazioni di tiro, una serie di ostacoli erano stati posti per costringere le truppe attaccanti in percorsi obbligati tenuti sotto il tiro incrociato di cannoni e mitragliatrici. Ovunque si trovavano trappole esplosive e mine. Alcuni carri armati erano sti interrati e fungevano da postazioni di artiglieria”.

Marines combattono a Okinawa

Marines combattono a Okinawa

I combattenti americani registravano perdite impressionanti. I rincalzi venivano sbarcati a gruppi di 2500. Le piogge ostacolavano le operazioni e spesso le unità in prima linea rimanevano a corto di munizioni e viveri.
I giapponesi non avevano tuttavia la possibilità di ricevere aiuti o rinforzi. Ushijima sapeva che gli alleati non potevano essere fermati, tuttavia voleva far pagare loro il prezzo più caro per ogni metro di terra giapponese conquistato.
Bruckner era un generale della vecchia scuola militare. Aveva deciso per l’attacco diretto alle fortificazioni nemiche e così si mantenne fedele alle sue idee, che forse erano più in linea con le concezioni del primo conflitto mondiale che con quelle del secondo. A guerra finita molti hanno criticato la sua scelta. I giapponesi avrebbero potuto essere aggirati. Lui non fece nemmeno un tentativo in tal senso. Si spiga così l’altissimo numero di morti degli alleati, anche se naturalmente fu molto minore di quello dei difensori.
Finalmente il 29 maggio il generale Pedro del Valle, comandante della 1° divisione marines, ordinò l’attacco al castello di Shuri. Il combattimento fu aspro ma la cima più alta dell’isola fu conquistata.
La presa di Shuri fu un colpo terribile per il morale dei difensori. Fu a questo punto che iniziò a verificarsi un fenomeno tutto giapponese. Il suicidio di centinaia di soldati e cittadini di Okinawa.
Nonostante alcuni irriducibili continuassero a combattere l’isola capitolò definitivamente il 21 giugno 1945.
The butcher’s bill, il conto del macellaio come dicono gli americani, fu terribile per entrambi le parti.
20.000 morti o dispersi, 40.000 feriti per gli alleati; 70.000 morti o dispersi, 20.000 feriti, 8.000 prigionieri per i giapponesi. 800 aerei persi dagli alleati, 7.000 dai giapponesi (praticamente il grosso della riserva).
“Quella di Okinawa non fu una battaglia come le altre. I combattimenti non finivano quando veniva conquistata una cresta o una postazione fortificata…..Lo scopo dei difensori era quello di uccidere. Gli americani non lo capirono subito, ma quando lo capirono fecero lo stesso.” (WordPress-2012).
Ad Okinawa entrarono in gioco due variabili di cui gli alleati non avevano tenuto conto: Gli abitanti ed i kamikaze. Dei secondi conosciamo bene la storia e l’atteggiamento. Dei seicentomila abitanti di questa isola, invece, non tutti sanno che avevano una storia in gran parte ostile al Giappone. Ma i militari nipponici fecero una propaganda terribile contro gli alleati. La maggior parte dei civili viveva nel terrore di cadere nelle mani dei marines che chiamavano “mangiatori di bambini” (Sembra di parlare dei comunisti sovietici).
Complici la propaganda e la convinzione che morire per l’imperatore fosse la più grande delle virtù ed un sacro dovere, molti preferivano togliersi la vita che cadere prigionieri.
Già alcune settimane prima della sconfitta, i militari distribuirono ai cittadini bombe a mano per suicidarsi collettivamente o farsi saltare in aria insieme a qualche americano.
Gli ultimi combattimenti di Okinawa divennero così guerra sporca. Con l’intensificarsi degli attacchi kamikaze aumentò anche la tensione a terra. “Correva voce che uomini donne e bambini si facevano saltare vicino ad un ponte, a una pattuglia ad una installazione americana”. (WordPress-2012).
Così, chi veniva trovato con granate veniva immediatamente passato per le armi. Né avevano possibilità di scampo i civili rintanati nelle grotte. Come quelle 85 studentesse, infermiere dell’esercito nipponico, carbonizzate nella caverna dove si erano rifugiate.
“In parte sappiamo perché tutto questo accadde. Ma si trattò di scelta condivisa o di scelta imposta?. Le migliaia di suicidi di civili furono indotti dai militari o fu atto di fedeltà all’imperatore? Di sicuro per i giapponesi Okinawa doveva essere un ammonimento per chi coltivava l’idea dell’invasione. Una volta messo piede sul sacro suolo giapponese, l’invasore avrebbe trovato in ogni uomo, in ogni vecchio, in ogni donna, in ogni bambino, un soldato pronto ad uccidere prima di essere ucciso” (Ibidem).
Anche questo atteggiamento, con ogni probabilità, influì sulla decisione di Truman per l’attacco atomico di Hiroshima e Nagasaki.
Il governo giapponese di Shinzo Abe nel 2007 consigliò addirittura ad alcuni editori di togliere dai manuali di storia delle scuole qualsiasi riferimento sulla responsabilità dei militari riguardo ai suicidi di massa verificatisi durante la seconda Guerra Mondiale fra la popolazione civile. Per il governo i comandi militari non c’entravano, non erano stati loro ad ordinarli.
Ma la reazione dell’opinione pubblica fu immediata e veemente. Il governo fu costretto a fare marcia indietro. Evidentemente ad Okinawa qualcuno aveva soffiato sul fuoco della follia e dell’integralismo reazionario.
E la gente comune lo aveva capito.

Marco Nieri