La consapevolezza dell’aumento vertiginoso della povertà nel nostro Paese serve a ben poco (gli interventi caritatevoli di donne ed uomini impegnati nelle organizzazioni volontarie sono quasi sempre utili ad attenuare il loro senso di colpa; sono – come si dice – un pannicello caldo che limita provvisoriamente i danni e ci provoca l’amara riflessione, quasi conclusiva, che tutto ciò sia meglio di niente); occorrono interventi strutturali a breve, medio e lungo termine che affrontino la piaga della disoccupazione, del lavoro nero, dello sfruttamento e garantiscano a pieno la dignità di un lavoro per tutti, adeguato alle effettive potenzialità pratiche di ciascuno. Per fare ciò occorre un patto tra persone di buona volontà, che fornisca a ciascuno dei contraenti il giusto riconoscimento (agli imprenditori la possibilità di un guadagno tale da poter creare utili sia per il mantenimento di uno standard qualitativo elevato sia per investimenti che rendano strutturali i posti di lavoro ma ne creino di nuovi; ai datori d’opera la garanzia di poter soddisfare con il salario i bisogni, materiali e ideali, delle proprie famiglie, restituendo dignità al lavoro).

Non è certo attraverso la politica dei “bonus” o dei “salari sociali o redditi di cittadinanza” che si affrontano per risolverle le problematiche del lavoro così come oggi appaiono. Non si possono ascoltare le reiterate e diffuse promesse dell’attuale mondo politico. A quel che oggi appare ad un lieve approfondimento l’imprenditoria italiana nella stragrande maggioranza dei casi ha solamente approfittato a proprio vantaggio delle clausole espresse dal “Job’s Act” senza che da parte del Governo (prima quello di Renzi poi quest’ultimo di Gentiloni) vi sia stato un benché minimo cenno di autocritica (anzi, ha continuato a vantare effetti positivi praticamente inesistenti: l’aumento di posti di lavoro “vertiginoso” ha riguardato contratti a tempo determinato e di durate varie ed effimere – uno o due giorni a settimana e non tutte le settimane). In tal modo non si è prodotto un mutamento di tendenza e la crescita della produzione è collegata all’arricchimento a dismisura dei “produttori” senza nel contempo creare posti di lavoro stabili.
In un intervento futuro da parte di un Governo di Sinistra come prima dicevo occorrerà stringere un patto condiviso che colleghi gli incentivi statali all’imprenditoria capace di creare posti di lavoro a tempo indeterminato, scoraggiando l’utilizzo di personale a tempo ridotto. Proprio l’inverso di quanto finora accaduto, grazie al “Job’s Act”. In tale contesto ha senso, a difesa degli interessi dei datori d’opera (operai, impiegati, ecc), la reintroduzione di clausole simili a quelle dell’art.18 abolito, semmai estendendolo a tutti i contesti.

Quando parlo di “patto tra persone di buona volontà” mi riferisco anche alla funzione dei Sindacati che non può essere limitata alla difesa “a prescindere” dei lavoratori ma dovrebbe porsi anche l’impegno a sostenere un orientamento tale da consentire un’adeguata copertura dei posti di lavoro secondo competenze specifiche preventivamente comprovate. A parte che ognuno può imparare a svolgere qualsiasi lavoro dopo un periodo di prova, è tuttavia necessario evitare che vi siano tempi morti nella produzione e dunque ogni datore d’opera possa essere utilizzato nel modo migliore possibile. E’ del tutto evidente che la “giusta causa” in presenza di gravi manchevolezze ed inadempienze dovute a incapacità nello svolgere quel tipo di lavoro è elemento incontrovertibile ed indifendibile da qualsiasi Sindacato. In passato, questo aspetto di una difesa “tout court” del lavoratore da parte del Sindacato ha prodotto storture che quasi certamente hanno poi spinto ad interventi che sono apparsi chiaramente antisindacali ed antioperai.