A proposito di cannabis, legalizzazione e pareri fumosi

Premio letterario Raccontami una storia

Cannabis legalizzata. Il Parlamento italiano, a breve, sarà chiamato a pronunciarsi su un annoso tema che fin dagli anni ’80 ha interessato particolarmente la società giovanile; quella società, oggi adulta, insieme alla nuova, vuole la stessa cosa: la legalizzazione della cannabis. Il senatore Della Vedova ha depositato un disegno di legge che porta le firme trasversali di oltre 200  parlamentari per un sostegno concreto al progetto.

Come spesso accade, per tradizione non meritoria, gli schieramenti  a favore o contro si insinuano in modo  precostituito,  talvolta  con l’aggravante dell’utilizzo del tema del contendere quale oggetto contundente nei confronti della parte politica avversa.
I media, dal canto loro,  registrano varie dichiarazioni e recentemente anche quelle di due noti magistrati.

Raffaele Cantone, autorità anticorruzione, cambia idea e si esprime favorevolmente.  Nicola Gratteri, dell’antimafia,  critica le  modalità di approccio al tema facendo trasparire il dissenso.

Leggere le dichiarazioni, così come ci vengono offerte dalla stampa nazionale, ci porta ad essere perplessi in ambedue i casi, in quanto le affermazioni di corredo al consenso/dissenso, costituiscono aspetti che possono essere giudicati come lontani dalla realtà, talvolta addirittura inibitori dell’idea proprio laddove si genera la volontà di realizzazione.  Vediamo perché.

Cantone, che cambia idea, dice «sì alla cannabis ma con intelligenza». Ma cosa vorrà dire  con  il termine “intelligenza”? Si potrebbe affermare  che solo lui lo sa ma ciò che traspare è un assenso correlato ad una implicita e collaterale indicazione di divieto. Pare di assistere  alle famose frasi (o definizioni) fatte come quelle delle “bombe intelligenti”, espressioni riduttive che inficiano gravemente sul tema in trattazione.
Quando si trova il  coraggio di fare un passo avanti lo si deve mettere a punto senza porre limiti che di fatto sgretolano l’origine del disegno legislativo e rischiano di determinare, poi,  effetti contrari alla volontà originaria del legislatore.

Il coraggio della legalizzazione è da ritenere un dato positivo anche perché non fa riferimento alla produzione da laboratorio  di sostanze stupefacenti da porre sul mercato, ma soltanto di legalizzare  ciò che in natura esiste allo stato puro ed esclusivamente connesso al principio della cannabis: la marijuana.
Un eventuale divieto o limitazione sull’acquisto e sull’uso della marijuana nonché l’indicizzazione di prezzi di mercato esosi, determinerebbe , di fatto, una inversione di tendenza, la perdita dei valori fondanti del disegno di legge,  accrescerebbe la sfiducia istituzionale e  l’offerta da parte della criminalità fiorirebbe nuovamente  insieme all’accostamento degli assuntori ai pusher.
Quindi “l’intelligenza” del provvedimento, se proprio così la vogliamo denominare,  non dovrà  mirare a porre steccati, anche se lievi, ma  a rendere pienamente fruibile  ciò di cui si è assunti l’onere di  legalizzare.

 
L’illustre Gratteri, invece, che appare esternare contrarietà sull’approccio al tema, porta ad esempio i dati sulla tossicodipendenza e in tal senso si riporta fedelmente la sua dichiarazione: «di questi temi – dice – bisogna parlare con i dati e mai facendo un dibattito ideologico o dichiarazioni di principio. E i dati dicono che su 100 tossicodipendenti, 5 fanno uso di hashish e marijuana e solo il 25% di questi ultimi è maggiorenne, il resto è minorenne. Quindi affermare che legalizzare la cannabis aiuta a colpire la criminalità non è vero, perché i guadagni legati alle droghe leggere sono risibili rispetto al totale».

 
Premesso che qualsiasi  legge,  quando viene promossa, tiene solitamente conto dello stile di vita del luogo ove la norma dovrà svolgere il proprio ruolo,  i dati citati da  Gratteri  sulla tossicodipendenza  non possono assolutamente esser presi ad esempio  in quanto la cannabis non porta dipendenze pari agli oppiacei e altro, bensì una dipendenza di tipo psicologico se si esagera. Come potrebbe succedere con la nutella, per intenderci. È poi del tutto evidente che solo 5 su 100 (delle persone in cura) fanno uso di hashish e marijuana in quanto in quei “centri” ci vanno le persone affette da tossicodipendenza, cioè coloro che necessitano di cura e riabilitazione per l’assunzione di droghe volgarmente dette pesanti. Solo in rari casi si accerta la presenza dell’assuntore di cannabis, quasi sempre minore che ha scelto un percorso d’intesa con i genitori, che spesso vuole assecondare.
Se cerchiamo dati occorre quindi cercare altrove e gli assuntori, sia giovani che adulti,  sono così tanti che è impossibile circostanziarne il numero.

 
Riflettiamo un attimo:  quante persone ogni giorno, contattano i pusher?  Moltissimi non hanno nulla a che fare con il mondo della criminalità. Questo contatto si potrebbe evitare! I “guadagni minori”, di cui parla Gratteri, sono connessi esclusivamente al prezzo del prodotto, naturalmente inferiore alle altre sostanze più nocive. Tuttavia, proprio per il largo utilizzo i profitti sono egualmente ingenti perché puntano sulla quantità. Il profitto economico non si identifica dal numero delle persone in cura, peraltro per altra causa, ma da quello relativo agli assuntori, ai sequestri effettuati, all’esito delle indagini relative che lo stesso magistrato  conosce  benissimo!

 
Se proprio vogliamo fare qualcosa di “intelligente” e preziosa per la lotta alla criminalità, occorrerebbe legalizzare l’uso della marijuana ed in modo collaterale, ristabilire e aggravare, in caso di recidiva, la norma che punisce lo spaccio delle sostanze stupefacenti anche di piccole quantità, articolo recentemente depenalizzato dal Parlamento italiano e che ha creato il collasso della lotta ai pusher, per lo più, extracomunitari, che continuano così a godere della libertà anche dopo essere stati più volte tratti in arresto in flagranza di reato.

 
Quando si tratta un tema così ampio occorre che lo Stato si muova a 360 gradi facendo ben comprendere il proprio ruolo e l’ambito di spazio in cui è possibile muoversi e quello in cui non sarà ammessa occupazione arbitraria.
Quando una condotta, non ritenuta  eccessivamente dannosa alla persona e non limitante i principi di libertà altrui, diventa fenomeno sociale fino ad entrare a far parte degli usi e costumi, si disciplina favorendone gli attori e sfavorendo chi, da tale condotta, vorrebbe trarre un illecito profitto.

Salvo Ardita