C’è un altro episodio, anzi tanti episodi, di guerra che bisogna pure contestualizzare ma condannare al contempo. Solo che ne parlano ancora in pochi, per convenienze geopolitiche, specie prima, e adesso per propensioni mai sopite al pensiero ideologico. Sono le marocchinate, violenze, razzie e stupri d’uomini e donne da parte delle truppe coloniali francesi che contribuirono, a loro modo, a liberare l’Italia.

Le marocchinate, contrariamente a quel che si pensa, non furono compiute soltanto al sud. In questi giorni, 76 anni fa, i coloniali francesi sbarcarono sull’Isola d’Elba. A  ricordare questi tragici avvenimenti è ora l’associazione nazionale vittime marocchinate, che mette a disposizione gli studi dei propri ricercatori storici e si dichiara disposta a partecipare a dibattiti e conferenze da organizzare nei comuni dell’Isola d’Elba.
La sera del 17 giugno 1944, una spedizione di 17.400 uomini, in maggioranza soldati marocchini e senegalesi, sbarcò sull’isola toscana che era difesa da un esiguo contingente italo-tedesco di circa 2000 soldati che resistette appena due giorni. Lo sbarco era un’operazione militare assolutamente inutile. Infatti, con l’avanzata degli alleati sulla terraferma, l’isola d’Elba sarebbe stata ben presto evacuata dalle truppe germaniche, senza spargimenti di sangue e combattimenti.
Invece, gli alti comandi francesi, ai quali era necessaria qualche operazione militare vittoriosa, imposero agli altri alleati questo sbarco e mandarono al massacro le truppe coloniali, le quali, una volta messo piede sull’isola si abbandonarono a violenze di ogni genere sulla popolazione civile elbana che si prolungarono anche dopo la resa dei difensori italo-tedeschi. 

Coloniali francesi salgono sulle navi per lo sbarco sull’Isola d’Elba

I senegalesi del 4° e del 13° Reggimento Tiratori e i marocchini del 2° Raggruppamento Tabors, misero a ferro e fuoco in particolare le località di Marina di Campo, Procchio, Capoliveri, Portoferraio e Porto Longone, oggi Porto Azzurro. I carabinieri, in un rapporto del 21 settembre 1944, firmato dal comandante generale dell’Arma, Generale Taddeo Orlando, accertarono che i magrebini inquadrati nell’esercito francese avevano commesso 191 stupri su donne, 20 tentativi di violenza carnale su donne e uno su un bambino, 11 omicidi e migliaia di furti e rapine. Anche la piccola isola di Pianosa subì lo stesso trattamento: su una popolazione di circa 150 persone, si contarono due tentativi di violenza, dieci rapine, razzie di bestiame e il saccheggio di tutte le abitazioni.

La storia di questo sbarco è costellata di episodi di violenza senza freni. A Portoferraio la giovane moglie di un operaio fu stuprata da sei senegalesi, mentre una giovanetta che a Porto Longone acclamava i liberatori fu violentata da un gruppo di marocchini e analoga sorte subirono una settantenne e un bambino di otto anni. 
Diversi uomini pagarono con la vita il tentativo di difendere l’onore e l’integrità fisica di mogli e figlie: a Capoliveri venne ucciso un padre che tentò di opporsi alla violenza sulla figlia, poi ugualmente stuprata dopo l’omicidio del genitore; un padre subì la stessa sorte anche a Portoferraio; a Portolongone due mariti pagarono con la vita il tentativo di difendere le loro mogli dalle bramosie dei coloniali; a Campo d’Elba altri due uomini ebbero la stessa tragica fine e un uomo venne massacrato mentre cercava di impedire il saccheggio della propria casa; a Portoferraio due uomini furono uccisi mentre tentavano di raggiungere la propria abitazione per recuperare dei generi alimentari e un giovane studente fu ucciso a colpi di pistola da un sottufficiale corso irritato dal pianto della madre del ragazzo.  Tutte le caserme dei carabinieri vennero saccheggiate e così moltissime abitazioni private. Sottufficiali e Carabinieri furono percossi e derubati di portafogli e orologi. Vennero razziati 31 bovini, 23 suini, 46 ovini, 569 conigli e 675 polli e asportati 33.587 litri di vino.

La popolazione, sentendosi in balia della soldataglia francese, abbandonò le proprie case e si ritirò sulle montagne, discendendone solo 25 giorni dopo, al momento del reimbarco del contingente francese. Molte donne si rivolsero ai medici per abortire dopo le violenze subite dai marocchini e dai senegalesi. I fatti dell’isola d’Elba ebbero una grande risonanza negli alti comandi alleati e costrinsero i francesi a prendere decisi provvedimenti disciplinari: diversi senegalesi furono fucilati e due comandanti di corpo destituiti dagli incarichi. Ma ormai il danno era fatto.
Circa 700 soldati della Rsi, quasi tutti giovanissimi e richiamati di leva, fatti prigionieri sull’isola furono trasportati in Corsica, spogliati degli abiti e delle scarpe, depredati dei loro oggetti personali e subirono atti di pederastia da parte dei carcerieri magrebini. Prigionieri in Corsica furono anche gli agenti del carcere di Pianosa e una dozzina di civili.

«Questa puntuale ricostruzione dei tragici fatti avvenuti sull’Isola d’Elba – conclude l’Anvm – è frutto degli studi dei nostri ricercatori storici, che hanno consultato numerosi documenti d’epoca. Le cosiddette “marocchinate” iniziarono con lo sbarco il Sicilia nel 1943 e terminarono solo nell’estate del 1944 con il ritiro del contingente francese dal fronte italiano. Purtroppo, ancora oggi, c’è chi tende a nascondere queste violenze, nel tentativo di farle dimenticare. La nostra associazione, invece, raccoglie da anni documenti e testimonianze e li mette a disposizione di tutti, perché crimini del genere non siano dimenticati».