Mussolini viene fucilato

I corpi di Mussolini (secondo da sinistra) e di Claretta Petacci (riconoscibile dalla gonna) esposti a Piazzale Loreto; il primo corpo a sinistra è di Bombacci; gli ultimi a destra sono Pavolini e Starace

Nel 1945 Benito Mussolini muore, fucilato dai partigiani italiani assieme all’amante Claretta Petacci.

Figlio del fabbro Alessandro Mussolini e della maestra elementare Rosa Maltoni, Benito Amilcare Andrea Mussolini, noto anche con il solo appellativo di Duce (29 luglio 1883 – 28 aprile 1945), è stato un politico, militare, giornalista e dittatore italiano. Il nome “Benito Amilcare Andrea” fu deciso dal padre, socialista, desideroso di rendere omaggio alla memoria di Benito Juárez, leader rivoluzionario ed ex-presidente del Messico, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e socialista, e di Andrea Costa, imolese, leader del socialismo italiano.

Esponente di spicco del Partito Socialista Italiano, Mussolini fu nominato direttore del quotidiano di partito Avanti! nel 1912. Convinto anti-interventista negli anni della guerra italo-turca e in quelli precedenti la prima guerra mondiale, nel 1914 cambiò opinione, dichiarandosi a favore dell’intervento in guerra. Trovatosi così per questo cambio di posizione sull’intervento in guerra in netto contrasto con la linea del partito, si dimise dalla direzione dell’Avanti! e fondò Il Popolo d’Italia, schierato su posizioni interventiste, venendo quindi espulso dal partito socialista. Nell’immediato dopoguerra, cavalcando lo scontento per la “vittoria mutilata”, fondò i Fasci italiani di combattimento (1919), poi divenuti Partito Nazionale Fascista nel 1921, e si presentò alle elezioni con un programma politico nazionalista e radicale. In seguito, forzando la mano alle istituzioni, con l’aiuto di atti di squadrismo e d’intimidazione politica che culminarono il 28 ottobre 1922 con la marcia su Roma, Mussolini ottenne l’incarico di formare il Governo (30 ottobre). Dopo il contestato successo alle elezioni politiche del 1924, instaurò nel gennaio 1925 la dittatura, risolvendo con forza la delicata situazione venutasi a creare dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, leader socialista che ne aveva denunciato in parlamento le azioni violente contro gli oppositori. Negli anni successivi consolidò il regime, affermando la supremazia del potere esecutivo, trasformando il sistema amministrativo e inquadrando le masse nelle organizzazioni di partito. Nel 1935, Mussolini decise di occupare l’Etiopia, provocando l’isolamento internazionale dell’Italia. Appoggiò quindi i franchisti nella guerra civile spagnola e si avvicinò alla Germania nazionalsocialista di Adolf Hitler, con il quale stabilì un legame che culminò con il Patto d’Acciaio nel 1939. È in questo periodo che furono approvate in Italia le leggi razziali.

Nel 1940, ritenendo ormai prossima la vittoria della Germania, decise per l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale. In seguito alle disfatte subite dalle Forze Armate italiane e alla messa in minoranza durante il Gran Consiglio del Fascismo (ordine del giorno Grandi del 24 luglio 1943), fu arrestato per ordine del Re (25 luglio) e successivamente tradotto a Campo Imperatore. Liberato dai tedeschi, e ormai in balia delle decisioni di Hitler, instaurò nell’Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. In seguito alla definitiva sconfitta delle forze italotedesche, abbandonò Milano la sera del 25 aprile 1945, dopo aver invano cercato di trattare la resa.

Il 27 aprile 1945 Mussolini viene catturato dai partigiani presso Dongo, un comune in provincia di Como in Lombardia, dove fu interrogato e in serata, per sicurezza, trasferito a Germasino, nella caserma della Guardia di Finanza. Durante la notte fu ricongiunto con Claretta Petacci e insieme si pensava di trasferirli a Brunate, per poi condurli in un secondo tempo a Milano, ma durante il percorso numerosi posti di blocco convinsero gli accompagnatori Luigi Canali (“Neri”), Michele Moretti (“Pietro”) e Giuseppina Tuissi (“Gianna”) a desistere e a trovare una diversa destinazione. Per questo vennero portati a Bonzanigo e ospitati presso amici.

Pochi giorni prima era stato emesso un comunicato del CLN nel quale si esprimeva la necessità di una rinascita sociale e politica dell’Italia, attuabile solo attraverso l’uccisione di Mussolini e la distruzione di ogni simbolo del partito fascista. Il documento era firmato da tutti i componenti del CLN (Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Democrazia del Lavoro, il Partito d’Azione, la Democrazia Cristiana, il Partito Liberale Italiano). La decisione di dar corso pratico al comunicato fu presa da coloro che detenevano Mussolini nell’arco di poche ore, in un contesto in cui era molto difficile mettersi in contatto con Roma e far riunire il Comitato di Liberazione Nazionale.

L’esecuzione avvenne così il 28 aprile 1945. Mussolini venne fucilato assieme a Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra in via XXIV maggio, in corrispondenza del muretto del cancello di Villa Belmonte, a 21 km da Dongo. I tempi e i modi dell’esecuzione furono dettati anche dalla volontà di evitare interferenze da parte degli alleati, che avrebbero preferito catturare Mussolini e processarlo davanti a una corte internazionale.

A Dongo nel frattempo venivano fucilati anche i gerarchi del seguito di Mussolini, tra i quali il filologo Goffredo Coppola (allora rettore dell’Università di Bologna), Alessandro Pavolini (segretario del PFR), Nicola Bombacci (che era stato uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia e aveva successivamente aderito alla RSI), il Ministro dell’economia Paolo Zerbino, il Ministro della cultura popolare Ferdinando Mezzasoma e Marcello Petacci (fratello di Claretta), che si era unito alla colonna a Como nel tentativo di dissuadere la sorella dal seguire Mussolini.