Un noto critico televisivo ha definito Bridgerton, serie che ha con incredibile rapidità scalato le classifiche di Netflix, una sorta di soap opera. Ma lungi dall’esserlo, questo sceneggiato british colpisce, come molti altri di Netflix, per la grande accuratezza e bellezza degli scenari, dei costumi e delle acconciature, ripercorre la migliore letteratura inglese, benché discenda dalla penna delle americane Julia Quinn e dalla sceneggiatura di Shonda Rhimes, creatrice di Grey’s anathomy.

Ci troviamo Shaekespeare, Jane Austen, Mary Louise Alcott, persino un pizzico di malignità di Ivy Compton-Burnett, oltre che di utopia. Perché ci troviamo in una Londra di inizio Ottocento, quella della Reggenza nella quale un matrimonio d’amore, quello del Re Giorgio, poi sprofondato nella demenza, con la nera Regina Carlotta ha decretato la parità delle razze, con un gran fiorire di dinastie aristocratiche nere. Di Sofia Carlotta di Meclemburgo, anfitriona di Mozart e Bach, amica di Maria Antonietta, si diceva fosse mulatta, avendo lei presunte ascendenze africane, ed è per questo stata usata come vessillo della diaspora africana. Shonda Rhimes è stata capace di generare dalla storia una coraggiosa ucronia premiata dai 63 milioni di famiglie spettatrici e dal quinto posto assoluto in classifica in sole due settimane.

Le questioni narrative e sociali rimangono però sempre le stesse della tradizione britannica ottocentesca, vale a dire la competizione delle giovani debuttanti per trovare un marito facoltoso e possibilmente piacevole, narrata dal velenoso pennino di Lady Whistledon, cui presta la voce Julie Andrews. Nel firmamento delle esordienti splende un diamante, quello della bellissima e impeccabile Daphne Bridgerton (Phoebe Dyvenor), posseduta dal sogno di contrarre un matrimonio d’amore come i suoi genitori, che hanno costruito una famiglia numerosa e felice. Al contrario di lei il bellissimo e nero Simon Basset, duca di Hastings (il bellissimo zimbabwese Regé Jean-Page, figlio di un’infermiera zimbabwese e di un predicatore britannico), non è per nulla incline al matrimonio né alla procreazione, orfano e con un padre che più anaffettivo non si potrebbe. Come succede nei migliori romanzi rosa i due si incontreranno e si scontreranno. E qui interviene anche un pizzico di Sfumature di rosso. Simon incoraggia la partner, ignara persino di come nascono i bambini, alla libertà sessuale.

È un gran piovere di scene osé ma non troppo con masturbazioni e cunnilingus, anche se alla fine, sia tra i due che in altri personaggi del film, la fa da padrona la posizione del missionario, e ci spiace che la protagonista salga sopra il nostro eroe solo quando lo scopo è procreare ( si è parlato addirittura di stupro). Altre saranno le trasgressioni e altri i problemi legati al gap sociale, ma non vogliamo spoilerare più di quanto non abbiamo già fatto. La narrazione ha un piglio sicuramente ardito per sgonfiarsi in alcuni punti come un soufflé. Se sicuramente il significato psicoanalitico sotteso mostra come la voglia di generare, che siano relazioni, famiglia, figli, derivi da un ambiente familiare accudente, come il suo contrario da uno respingente, pare un po’ troppo deterministico sfociare necessariamente nella prole. I due protagonisti avrebbero potuto decidere di non avere figli, come ad esempio la coppia giapponese protagonista di My husband won’t fit, altro sceneggiato giapponese sempre di scuderia Netflix. Ma forse per i limiti di quei tempi va bene così.