Jacopo Buono, questa è arte. Anche se non mi piace

Premio letterario Raccontami una storia

Sul retro del palazzo comunale di Prato, l’installazione di Jacopo Buono – o MOalla seconda che dir egli voglia – è arte. L’arte non conosce definizioni ben precise, del resto, e spesso rifiuta le catalogazioni, ferma restando la sua ambizione a compare su un catalogo. L’arte è pure contraddizione, non pura e semplice, lineare rappresentazione. L’arte non è necessariamente bellezza. Ciò premesso, e in modo spiccio, aggiungo pure che l’opera in questione non mi convince né mi piace. Fatti miei, certo.

Didascalia all'installazione di Jacopo BuonoUna riflessione, pur breve, merita di essere fatta. Non pretendo di contribuire a un dibattito che si protrae da qualche settimana, tra battutine, spiegazioni e speranza che intervengano gli spazzini, sui social forum (parecchio) e altrove (poco). Aver rimesso insieme materiali di scarto, vecchi pancali e truciolati vari, con l’aggiunta di plastica e qualche tubo, è un gesto artistico. E come tale ha pure colpito nel centro, al di là dei suoi propositi manifesti, sollevando la discussione. È già qualcosa, nel torpore natalizio.

Quel che può apparire come gesto irriverente e di rottura, tuttavia, pretende di essere accettato – ed è qui il peccato originale – quale qualcosa che omaggia Natale e tradizione in chiave «contemporanea». Lo sforzo, quello di invadere e riappropriarsi di piazza del Pesce con qualcosa di morto e tornato in vita, che cambia forma di continuo, è apprezzabile, ben oltre il fatto che a colpo d’occhio possa piacere o fare schifo. A chi scrive, come premesso e a scanso d’equivoci tanto verso Jacopo Buono quanto verso denigratori e ammiratori, l’installazione in sé non piace. E non tanto per il posto dov’è collocata. È pur meglio, ad essere sinceri, delle auto sistemate sul marciapiede o delle bancarelle che, quelle sì, avevano invaso la piazzetta, affidandola a colori e forme di varia chincaglieria.

Installazione di Jacopo Buono in piazza del PesceQuel che l’opera, un’opera di street-art che come tale va vista e valutata, ha di pregio è il fatto stesso di colmare un vuoto, sottrarlo al rischio di esser preda di un degrado che come tale non viene neppure percepito, giacché composto dai simboli più poveri del consumo. Ben venga allora il materiale consumato, in luogo di lucine viste centomila volte. Tra buchi e colori spenti, sprazzi più appariscenti e volumi colmati, quella sorta di giostra che campeggia sul retro del Comune – ovviamente in via del tutto provvisoria – non ha un impatto troppo sgradevole.

Non racconta molto, però, né raccoglie consensi pur con quella ampia didascalia che la precede, facendo cenno a tradizioni e recupero dei luoghi, e che suona quale una captatio benevolentiae del tutto inutile che fa addirittura sorridere. Perché mai spiegarsi e avvertire il bisogno, sopratutto, di piacere e compiacere? Il tentativo di risultare gradevole, addolcita – quale è rispetto a quel che poteva essere – riporta l’installazione al livello di tante altre “opere” e “operette” che, più digeribili e capaci d’incontrare i favori di pubblico e acquirenti, risultano alla fine tutte simili tra loro, vuote di significato, prodotte da una generazione così tecnicamente brava da essere portatrice di bei pacchetti natalizi. Tutti vuoti.

Va da sé che per sua stessa natura l’installazione verrà tolta, destinata forse a morire in qualche discarica vera. Rimarrà, come un ragazzo rimandato a settembre in qualche materia, un’idea da mettere meglio a fuoco, col germe dell’arte al suo interno. Che lo rimanga, se non vuol bocciare, senza la pretesa di colmare sempre e comunque quel centro storico al quale ci si affeziona soltanto quando qualcosa non va e senza ripetere la litania, ora natalizia e domani pasquale, della tradizione da far in qualche modo rivivere.

Di tradizioni, culture, contaminazioni siamo pieni. Non c’è bisogno di sbandierarle o di limitarsi a reinterpretarle. Basta lasciarle parlare, senza concedere loro di alzare la voce, per tirar fuori dal passato e dal presente qualcosa che sappia rompere davvero con la monotonia di un Paese che non crea più e che vive del già visto.

Purtroppo, di già visto, pur sotto altre forme e in altri momenti, c’è anche l’installazione di Jacopo Buono. Prendiamola però come un primo tentativo e aspettiamo gli esami di riparazione. Rispetto a una bocciatura senza appello, sono meglio quelli. E consigliamo pure una lettura su autonomia ed eteronomia dell’arte – non solo riguardo alle idee e alle ideologie ma anche per quel che concerne pubblico da compiacere e collezionisti da accontentare – sganciata dalle mentali pugnette degli anni Settanta. Se tra un anno l’installazione migliorerà nei suoi proposito e  consistenza, prima ancora che pura apparenza in movimento, sarò ben contento. A patto che non divenga il prodotto di uno dei tanti, troppi e più affermati artisti che si “accontentano” di mance indirettamente pagate, e a un prezzo ben più caro, da una collettività distratta.

Fabio Barni