In 5 dormono all’Osmannoro, in aperta campagna, «sotto i ponti» o qualche riparo di fortuna. Nelle ultime notti, prese dalla paura d’ammalarsi e senza un soldo per una sistemazione più decente, hanno sofferto il freddo. Un’altra decina se la cava un po’ meglio, perché ha casa e un permesso di soggiorno. E viivacchiano di solidarietà reciproca, in giornate vuote e disperate. Sono un gruppo di transessuali fiorentine, tutte originarie del Perù e tutte senza un soldo. «Siamo prostitute – dicono – e ora non possiamo lavorare». Né ci sono ammortizzatori sociali in vista per chi, non avendo né conoscendo altra via di quella della prostituzione, adesso non lavora. Si rischiano i contagi e non si trovano persone in giro.

Nella tarda mattinata si sono convocate. Non tutte hanno risposto all’appello ma c’è anche chi è arrivata da qualche chilometro di distanza. Appuntamento a mezzogiorno, per un sit-in in piazza Puccini, a poche centinaia di metri dal Parco delle Cascine, noto da sempre e ancor più in passato per l’esercizio delle prostituzione, e ora blindato per le norme di contenimento del coronavirus.

Di fronte alla macchina fotografica, con la mascherina che sa d’autodifesa della salute e della privacy, si sono poste a un metro di distanza l’una dall’altra. «Facciamo questo lavoro ma non diamo fastidio e non abbiamo mai creato problemi», dicono. Il problema ce l’hanno loro, semmai, le trans peruviane di Firenze. Che cosa e dove mangiare e, spesso, dove dormire? «Del virus abbiamo paura – dicono – Vogliamo poter dormire tranquille, vogliamo poter mangiare». C’è paura: d’ammalarsi, di non mangiare, d’essere sfrattate – quando la casa c’è – di finire in mano a qualche malintenzionato. E c’è paura del giudizio e pregiudizio altrui, di chi, pur vivendo situazioni ai margini e delicate, non le vuole intorno.
Da qui, telefonate, richieste di altri numeri ai quali rivolgersi, iniziative comuni, una minima, possibile solidarietà di un gruppo che presenta pure caratteri eterogenei.
Istituzioni ed enti si stanno ponendo il problema in queste ore. Già qualcosa si era mosso, scontrandosi però con una situazione del tutto particolare, in fondo imprevista, nel mezzo di un’emergenza difficile.

Se volte le porte si aprono, è appunto difficile trovare una soluzione per le trans disperate, senza entrate e che si sentono abbandonate a se stesse. «Sono giorni che chiediamo, al Comune come alla Caritas. Ci hanno provato – riprendono – Sappiamo che gli italiani non sono cattivi e che la situazione è d’emergenza».
Il punto è che si tratta di persone transgender. Pare difficile, per farla breve, assisterle in luoghi dedicati alle donne così come in quelli riservati agli uomini. Non c’è o per il momento non si trova un luogo idoneo. «Ci chiedono se siamo uomini o donne e, al limite, di scegliere – continuano – Ma non è una colpa essere così, non è colpa nostra se siamo trans». Donne transgender, per la precisione.

Di marginalità in marginalità, per altro in una situazione d’emergenza che complica le cose, i servizi sociali fiorentini stanno lavorando a una soluzione. «Domattina avremo forse qualche notizia» ma non è semplicissimo, di questi tempi in particolar modo, prendere in esame anche un caso particolare come quello delle trans peruviane in mezzo a tanti altri.
Un esperimento, per mangiare, è stato fatto. «Eravamo in una mensa dove ci hanno accolte – dicono – Ma c’erano persone di ogni tipo e alcune di queste, uomini, hanno cominciato a sputare ai nostri piedi». A scontrarsi sono pregiudizi di sempre e culture differenti con i loro differenti pregiudizi. Al punto che alle trans in piena disperazione, pronte ad affrontare in parte un’altra notte all’aperto, oltre ai soldi e alla casa – ed è dire poco – manca il riconoscimento, pure da parte di altre persone in difficoltà, della dignità e della stessa integrità, fisica e morale, di persona.