Dalla Toscana fascista e poi rossa, alla Toscana con Renzi

Premio letterario Raccontami una storia

Gli elettori di allora son tutti morti. Rarissime, se ci sono, le eccezioni. Quella del 1924, elezioni politica in Italia, era una Toscana fascista. Mussolini e i suoi, con due liste, si aggiudicarono in regione 38 seggi: il 79% (o poco meno) del totale. Il paragone è impossibile, naturalmente. All’indomani del referendum, e comunque in tempi di trasformazione, è curioso notare come la Toscana voglia stare con chi dice di cambiare. Regione nera, la terza in Italia dopo Abruzzi e Molise (nel 1924 insieme) e Puglia. Toscana fascista con quasi 12 punti di distacco su Lombardia o Piemonte, per citare due esempi. E con 13 sull’Emilia in cui (in Romagna) nacque quello che di lì a poco sarebbe stato il Duce. Benito Mussolini era al potere, in coalizione, fin del 1922 (elezioni del 1921 e Marcia su Roma del 1922). Nel 1924, furono poste le basi della dittatura.

Il premio di maggioranza

Si votò, va detto, con la legge Acerbo, dal cognome, dell’allora segretario alla Presidenza del Consiglio. Fu la prima e l’ultima volta che gli italiani, solo maschi, andarono al voto con quella norma, voluta da Mussolini per conseguire un ampio premio di maggioranza.

La fine della Toscana fascista

La Toscana era tra le regioni più nere d’Italia. E fu così, pur senza elezioni che lo rivelassero, fino a tutti gli anni Trenta. Qualcosa scricchiolò con la guerra e molto, in Paese e in una regione spaccate in due, con l’invasione tedesca e la Resistenza.

La Toscana rossa

Da regione nera, attraverso il tragico travaglio del 1943 e 1944, la Toscana uscì fuori come regione democratica e poi, per diversi decenni, regione rossa. Scelse di votare pressoché compatta il Partito Comunista Italiano, mostrando ancora una gran voglia di cambiamento.

La Toscana con Renzi

E cambiamento per cabiamento, l’essere oggi una delle poche regioni ad aver votato in maggioranza Sì, la rende, a torto o a ragione, una realtà insofferente ma in cerca di qualcuno o qualcosa di forte. Per cambiare, in bene o in male. E allora, ci stacchiamo da una prima analisi che vuole i toscani più vicini al toscano Renzi. Di decennio in decennio, la Toscana ha una tradizione tutta sua.
Certo, bisogna prendere tutto questo con beneficio d’inventario. Parliamo di tempi lontani, di gente che non c’è più, di contesti differenti. E la vittoria del Sì non avrebbe del resto significato dittatura.

I risultati del referendum

A leggere così il risultato toscano, ma in fondo è solo per togliersi una curiosità, le percentuali non sorprendono. In tendenza opposta col resto d’Italia, il 52,51% dei toscani si è espresso per il Sì. Al no è andato il 47,49% dei voti. Insomma, più insofferenti che renziani. Più votati al cambiamento che a Mussolini o Togliatti. E allora, chiudiamo con una sorta (forse) di provocazione: stante la disomogeneità del No, che ha chiaramente vinto il referendum, gli interpreti della rivolta sono, almeno in parte, quelli che hanno votato Sì.

Fabio Barni