Matteo Salvini

Decreto sicurezza bis? Il raglio da prima repubblica d’un capitano in crisi

Raccontami una storia premio letterario

Ci sono le elezioni europee e amministrative, ci sono i sondaggi e ci sono due alleati che litigano. Niente di più normale e niente di più italiano, dagli anni Cinquanta in qua. C’è la forza politica del cambiamento che per ora ha cambiato poco ma ha portato a casa il reddito di cittadinanza e c’è l’alleato che ha moltiplicato i voti senza di fatto incidere sulla realtà italiana. Un alleato in crisi, al punto che la lite di questi giorni è sul decreto sicurezza bis annunciato da Matteo Salvini. L’alleato in questione.

Matteo Salvini è in crisi. Una crisi particolare ma pur sempre tale. Sa che più di un terzo dei voti degli italiani – quelli che votano, s’intende – non può prendere. Sa pure che per restare dov’è deve barcamenarsi su due staffe: quella del governo con il Movimento 5 stelle e quella dell’allenanza di centrodestra, che è ben più destra che centro. Più in là, non può andare. Anche se è tanto, quel che ha in termini di consenso non gli basta: Matteo Salvini potrà al massimo essere un uomo al comando ma non un uomo solo al comando.
Solo rischia d’esserlo, semmai, perché a capo di tanti interessi divergenti, rivalse, cordate.

Non esser solo non sarebbe un male. Manco per lui. Ma lui – e chi per lui – sull’uomo solo al comando, sul capitano ha costruito proprio buona parte del suo consenso. Un consenso di quelli che, se non s’ampliano, si riducono. E non c’è bisogno di ricordare l’implosione dei grandi imperi della storia, per dir che le cose stanno da sempre così. Anche in politica.
Il tempo, neppure troppo, è sempre galantuomo.

Così nasce il decreto sicurezza bis, una sorta di legge fascistissima all’acqua di rose, con avocazione di poteri (per sé) da parte del ministro dell’Interno, piccole riduzioni della libertà personale e tanto ma proprio tanto rumore in stile democristianissimo (ma allora c’era la compiacenza del Pci) degli anni di piombo. Solo che gli anni di piombo erano roba seria, fermo restando che tre quarti dei democristiani del tempo erano grigi e untuosi, per dirla con Gaber, come il capitano, tanto sorridente da sembrare quello del dentifricio, non può permettersi d’apparire. E invece appare.

Difficile uscirne fuori, dunque, tra l’annuncio d’un decreto sicurezza bis (e se il primo era insufficiente, allora a che serviva?), una lite col sodale Di Maio, una telefonatina al Berlusca e tanti selfie a distanza con la Meloni. Che poi proprio lì, a destra laddove egli rappresenta l’estrema destra, Matteo Salvini si pone.

Impegni e grattacapi, insomma. Al punto che qualcosa bisogna pur annunciare, fosse anche, com’è, il decreto sicurezza bis. E questo anche se la cosa sembra tutta un raglio da prima repubblica.
Una parentesi: di colpe, se si parla di decreto del governo, ne hanno parecchie anche i predecessori dell’esecutivo gialloverde, va detto, che per anni forse decenni hanno fatto a gara nel ricorrere sempre più di frequente a uno strumento d’urgenza quale il decreto legge.

Urgenza, appunto.
Il decreto proposto ora da Matteo Salvini ritiene che sia urgente, per sommi capi, intervenire su sbarchi e ong (o non erano diminuiti?), rimpatri, assunzioni di poliziotti stranieri (un milione stanzato, ovvero una dozzina d’agenti in tutto) e rischi di barricate in strada (che poi le fanno quelli messi su dai fascisti di borgata). Ebbene?
Ebbene, tanta urgenza non si vede. Se si dovesse vedere, anziché varare un nuovo decreto, il ministro che ha gestito la questione finora, reclamando peraltro successi e sminuendo altre situazioni, dovrebbe dimettersi. Punto e basta.
Ma è roba, dicevamo, da prima repubblica. Le dimissioni, a quei tempi, erano cosa rara benché più frequente di quelle mai date da qualche sottosegretario e stretto consigliere dello stesso Matteo Salvini (non facciamo nomi, per carità) della Lega.

E allora? Allora è un raglio. Pericoloso quanto può essere pericolosa ogni norma che riduce le libertà; quelle di tutti noi, beninteso. Ma sempre un raglio.
Sarebbe auspicabile invece che Matteo Salvini, persona intelligente pur sempre all’apice di un’organizzazione fatta d’interessi, paure, contrasti, desideri e scontri, facesse il leader (o se preferisce il capitano) lasciando che a ragliare siano gli altri.

Fabio Barni