Mentre da noi si parla di guardie civiche al termine d’un rigido lockdown, a Taiwan la discussione coinvolge un aspetto particolare: coronavirus e prostituzione. Di fronte a quella Cina continentale che ha tanto ispirato i provvedimenti italiani, il Covid-19 è stato contenuto meglio che altrove e senza grosse restrizioni. Scuole, negozi, ristoranti e fabbriche sono rimasti aperti. Il dibattito locale verte ora sulle prostitute e su chi lavorava, nei bar, con loro.

Da poco meno di 10 anni, a Taiwan la prostituzione è legale e può essere esercitata nei bar designati. Non vere e proprie zone a luci rosse, ma locali diffusi all’interno di una città.

Ma se si parla di prostituzione e coronavirus, l’isola ha compiuto un balzo indietro a tempo indeterminato. L’occasione, l’8 aprile, è stata data dalla positività di una prostituta di Taipei, la capitale. Dopo il suo caso, il Central epidemic command center (Ccec) ha immediatamente chiuso a tempo indeterminato 437 bar e discoteche che forniscono servizi di hostess, col risultato che quelle relative alla prostituzione sono le uniche due attività chiuse dal governo a causa del Covid-19.
Segno che tutto il mondo è paese, anche laddove il lockdown è rigido, e che dietro una presunta necessità di prevenzione si nasconde spesso il (pre)giudizio morale. Siano le prostitute di Taiwan, dove i provvedimenti sono morbidi, o siano i giovani che escono la sera e che finiscono nel mirino di chi, più che proteggersi dal virus, vuole dormire tranquillo. Il coronavirus sta anche offrendo, osservato da un certo punto di vista, la migliore giustificazione a due istinti primari: quello di farsi i fatti degli altri per tutelare i propri – fermo restando il sacrosanto diritto alla salute complessivamente intesa – e quello di provar terrore così da scaricare la responsabilità del vivere sugli altri, eletti a eroi o a delinquenti a seconda dei casi.

Lockdown no o lockdown sì, Italia e Taiwan pari sono. Alcuni provvedimenti, i più ragionevoli, sono del resto simili se non identici. Il Cecc ribadisce che il governo adotta misure necessarie, come la chiusura dei confini, la quarantena per le persone che hanno viaggiato, l’obbligo di mascherina e il distanziamento sociale. Questo è quanto, spiegano dal Cecc, la scienza è finora riuscita a proporre. Ma il dibattito sui bar dove ci si prostituisce è acceso.

Il Cecc sostiene che le prostitute hanno «relazioni sociali più complicate» e rischiano di infettarsi e portare il virus in giro. Un ragionamento, spiegano coloro che si oppongo alla decisione, che «viene utilizzato dal Cecc per giustificare la chiusura di bar di hostess e sale da ballo». «La distanza sociale, secondo lo stesso Cecc, è di un metro e mezzo al chiuso – sottolineano coloro che vogliono la riapertura dei locali – Se tutti indossano una maschera, però, la distanza non va mantenuta, così come accade nelle altre aziende e a scuola. Non vediamo perché questa regola non dovrebbe valere per i bar dove vengono fornite prestazioni sessuali».

Per quanto riguarda il caso della prostituta positiva, nel volgere di due settimane il Cecc ha rintracciato e sottoposto a tampone tutti coloro che l’avevano incontrata. Su 123 persone, nessuna era stata contagiata ed il caso è stato chiuso. A Taiwan non si spiegano, allora, perché il Cecc non revoca il divieto e non tratta i locali a luce rossa come tutte le altre attività. C’è un bel dibattito e il tema, anziché prostituzione e coronavirus, poteva riguardare, a seconda dei paesi, la chiusura dei campi sportivi, delle piscine o di altro.

Da noi no. S’è chiuso tutto, si discute di guardie civiche e si mendica perché l’Europa è cattiva. Chapeau.