Distretto cinese: le colpe della sinistra secondo il centrodestra

Raccontami una storia premio letterario

Il ministro Maria Elena Boschi è solo l’ultimo dirigente della sinistra – in ordine di tempo – a venire a Prato per emettere sentenze sull’immigrazione cinese senza, evidentemente, conoscerla. Per il ministro Boschi “i cinesi possono essere anche una risorsa e le responsabilità sono anche degli italiani che li sfruttano come i loro connazionali”. Un giudizio che poteva avere qualche attinenza con la realtà venti anni fa, non certo oggi.
Lo rilevano, in un documento congiunto, le forze che sostengono il sindaco uscente, Roberto Cenni.

Oggi, infatti, il distretto illegale cinese muove un giro di affari di 1,8 miliardi di euro che sfuggono a ogni controllo e un’evasione annua stimata in circa 800 milioni. Il settore dell’abbigliamento pronto moda è diventato un paradiso fiscale con il costo del lavoro di trenta punti inferiore a quello del distretto pratese. Sono 360 milioni i capi d’abbigliamento che questo distretto parallelo sforna ogni anno senza avere punti di contatto con il tradizionale distretto tessile pratese. Dunque, che colpe hanno i pratesi?

La giunta Cenni, attraverso il corpo di Polizia municipale, unitamente con il gruppo Interforze, in questi anni ha intrapreso per la prima volta nella storia della città un lavoro straordinario nella lotta alla concorrenza sleale, soprattutto cinese: 29.837 i macchinari sequestrati e 651 gli immobili. 1.665.611 euro incassati dal Comune, cifra entrata nel bilancio comunale e in larga parte destinata all’attività dell’amministrazione nel campo del sociale.

La realtà è molto semplice: la sinistra ha fatto prosperare nell’illegalità il distretto cinese e, da quando la giunta Cenni ha iniziato per la prima volta a contrastarlo, la sinistra si è avvitata in una serie di contraddizioni alternando buoni propositi a soluzioni drammatiche.

La nota prosegue citando alcuni esempi.

– Regione e Provincia hanno voluto realizzare un laboratorio di ricerca sul tessile insieme alle aziende cinesi che dovrebbe svendere a costo zero anche il nostro know-how tecnologico senza peraltro chiedere nulla in cambio. Eppure Prato è rimasta in piedi in questi anni difficili soprattutto grazie ai suoi prodotti di nicchia, eccellenze che hanno permesso di mantenere ad alcune aziende qualificate un’alta competitività su un mercato sempre più complesso e difficile. Ebbene, questo clamoroso suicidio industriale è stato concepito solo per dare un senso a quella scatola vuota che si chiama Creaf, l’ennesimo carrozzone messo in piedi dalla sinistra con i soldi dei pratesi. Non è certo questa la base per arrivare all’allungamento della filiera e all’integrazione fra i due distretti, perché ne manca il presupposto indispensabile: la preventiva disponibilità delle autorità cinesi a una piena emersione dell’illegalità

– Il governatore Rossi ha proposto di offrire indiscriminatamente la cittadinanza italiana a tutti i cinesi che vivono a Prato per convincerli a integrarsi. Un’autentica sciocchezza, prima di tutto perché la cittadinanza non è merce di scambio e va conquistata alla fine, e non all’inizio, di un reale percorso di integrazione, e poi perché non è certo questo l’obiettivo in testa ai pensieri di una comunità dedita soprattutto al guadagno. Per integrarsi bisogna rispettare le leggi, pagare le tasse e rispettare i diritti umani che sono tra i fondamenti della nostra Costituzione. Questi sono principi non negoziabili.

– Il ministro dell’Interno, alla prima e unica riunione del Tavolo nazionale per Prato ha annunciato che “lo Stato è pronto a mettere in campo anche ipotesi di interventi specifici nella normativa” per la zona di Prato, pur di risolvere il problema della diffusa irregolarità e del lavoro sommerso – con 4mila aziende fuori norma – che ha portato alla morte di sette lavoratori cinesi in un capannone-lager; Alfano ha definito quella di Prato una ”situazione grave”, e si è poi detto convinto che lo Stato deve impedire tutto ciò per salvare vite umane nel rispetto dei diritti evitando che altri gravi danni si ripetano e per questo ha parlato di due livelli di intervento: rafforzamento della presenza dello Stato sul territorio e normative specifiche a partire dalla confisca e della restituzione al territorio dell’enorme flusso di denaro illecito che parte da Prato attraverso i money transfer; Nel recente incontro al Quirinale con una delegazione composta dai massimi rappresentanti delle istituzioni pratesi il Presidente Napolitano ha auspicato una convocazione più puntuale del Tavolo nazionale per Prato, ma al momento non c’è stato alcun incremento degli organici delle forze dell’ordine e gli Uffici legislativi del Ministero dell’Interno non hanno ancora avviato lo studio di quella normativa specifica per Prato annunciata dal ministro Alfano.

Conclusione: la sinistra pratese ha lasciato campo libero alle organizzazioni criminali che hanno gestito l’immigrazione clandestina cinese e l’attuale governo di centrosinistra, nonostante le promesse di Alfano e l’interessamento del presidente della Repubblica, non ha ancora mosso un dito per Prato. Con la ciliegina del ministro Boschi che viene qui in campagna elettorale ad annunciare che il governo aiuterà Biffoni e che l’illegalità cinese è colpa anche dei pratesi. Perché il governo non si muove subito, prima delle elezioni? Renzi come premier si muove nell’interesse delle comunità locali o nell’interesse elettorale dei suoi amici?