Ritrovarsi con una lettera scritta a penna nella cassetta delle lettere, dove più che altro arrivano bollette e qualche grana, non è più esperienza di tutti i giorni. Il fatto è che in tempi di coronavirus bisogna adeguarsi, se non si vuol interrompere ogni attività. Ed ecco che la vecchia abitudine di servirsi di carta e penna la stanno riscoprendo i Testimoni di Geova, almeno a Roma con l’intestazione manoscritta di una Sala del Regno. Se ne sono accorti gli inquilini di un bel po’ di stabili visitati in questi giorni. I Testimoni di Geova non hanno cessato la loro attività di contatto con le persone ma sono tornati al vecchio, caro manoscritto per informare gli eventuali interessati e accompagnare depliant e libretti. Semplicità e intraprendenza, insomma, per un amarcord che al di là di come la si pensi in fatto di religione suscita simpatia.

Al campanello si suona per farsi aprire, certo, ma è meglio evitare contatti ravvicinati. Meglio la lettera di un faccia a faccia o di una stretta di mano, prassi intrapresa da un paio di giorni e che, in definitiva, rispecchia lo spirito delle direttive del Governo. E nella lettera si spiega anche che l’iniziativa inconsueta è dovuta all’emergenza coronavirus.

Dentro la loro busta dal formato una volta tipico, le lettere oltre a spiegare con gentilezza contenuto e altro pongono interrogativi che si ritrovano nel materiale allegato. Il tutto con l’invito a studiare la Bibbia.

Più che un rimedio alla visita a casa, riguardo alla quale non è (o non è più) consuetudine dei Testimoni di Geova suonare a tappeto i campanelli, l’iniziativa colma la difficoltà di incontrare le persone per strada. Difficile far quattro chiacchiere e ancor di più far capannello. Meglio la lettera. Che se non altro ci riporta tutti al tempo in cui scendere le scale a ritirare la corrispondenza era anche un piacere: meno fatture e più letterine scritte a mano.