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Un’altra fitta. Lancinante, terribile, spaventosa.
Non ho più la forza di gridare. Mi limito a rantolare sottovoce, come se avessi paura di disturbare qualcuno, con i miei lamenti, e, prima ancora, con la mia stessa presenza. Sento le forze che mi abbandonano, non so quanto ancora potrò andare avanti. Mia madre me l’aveva detto, che a un certo punto si ha l’impressione di morire, ma io non le avevo creduto più di tanto: pensavo che esagerasse. Ha sempre esagerato, lei, in tutto. Ma, d’altronde, non credo che avrebbe mai potuto immaginare in quali condizioni sarebbe successo a me.
Il vento sferza questa tenda bianca, precaria sotto la sua forza devastante, e penetra in ogni fessura con tutto il suo gelo. Una stufetta, piazzata accanto alla mia brandina, cerca inutilmente di darmi sollievo dal freddo paralizzante, che neppure i miei sforzi riescono a mitigare. La luce del neon sembra volermi accecare, anche se mi rendo conto che è talmente fioca da rendere difficilissimo qualsiasi tentativo di porgermi aiuto.
Due camici bianchi sono chini su di me. Sono donne, lo intuisco dai loro occhi, e dalle ciocche che sfuggono ai loro berretti. Parlano in inglese, nel vano tentativo di farsi capire. Riesco ad afferrare solo alcune parole sparse: non ho mai brillato, a scuola. Imparare una seconda lingua non mi interessava, anche perché credevo che non ne avrei mai avuto bisogno, che avrei passato tutta la mia vita vicino a casa, al massimo nel paese accanto. Non volevo altro.
Se solo avessi saputo.
Intuisco che mi stanno chiedendo di spingere, gentilmente ma con preoccupata urgenza. Raccolgo quelle che sento essere le mie ultime forze. Il rantolo nella mia gola si rinforza, esce più chiaro, gonfio di disperazione. Afferro brandelli di conversazione. «Non ce la farà, è troppo debole!» «Deve farcela. Ci siamo quasi, resisterà». «Povera donna! Se penso a quello che ha dovuto affrontare, in questo stato!» «É una fortuna che sia arrivata fin qui. Non è da tutti».
Il rantolo rientra nella mia gola, la stringe. Quella frase, cinica quanto vera, lo ha trasformato nuovamente in un nodo di pianto. Ma non devo, adesso. Non devo pensare a chi non ce l’ha fatta, non devo neppure ripetere i loro nomi. Non ora. Trattengo il fiato per non piangere, ma un’ondata di nausea mi invade a tradimento. Acqua, fango, acqua, fango. E’ tutto quello che ricordo. Acqua, acqua, acqua, fango, fango, fango. Acqua, per giorni e giorni acqua, acqua della nascita e della morte, liquido amniotico che porta alla vita e trappola mortale che la strappa dalle mani. E poi fango, corpi infreddoliti ammassati l’uno contro l’altro, ciotole tiepide fra le mani, bimbi che giocano, finalmente con i piedi per terra. Terra della salvezza, terra dell’oblio, terra che ci dà conforto, terra che non ci vuole.
Improvvisamente, un altro grido mi forza le labbra, e stavolta si fa udire chiaramente. Mi sconquassa il petto, mi squarcia la gola, mi devasta le membra. Mi sento come se la vita mi venisse succhiata via dal corpo: è la fine, ne sono certa. Ma, dopo un attimo, un vagito mi
punge le orecchie, mescolato a un «Sì! Sono vive! Sono vive!»
Poi sento un peso sul mio petto, e istintivamente chiudo le mani per proteggerlo. Sento dita minuscole serrarsi attorno al mio mignolo. Sono viva. E’ viva. La mia Wyarda.
Il mio fiore che si affaccia alla primavera della vita.

Mi hanno lasciata sulla brandina: sono ancora troppo debole per tornare con gli altri. Ho diritto a qualche giorno di relativo tepore e di lenzuola relativamente pulite, almeno fino a che non arriverà un altro caso come il mio. Mi chiedo se succeda così spesso. Il gelo sulla mia pelle aumenta, mentre rifletto che molte donne come me cadono molto prima, confuse in un numero, senza più nome ne’ identità, inghiottite da quello stesso liquido che dovrebbe essere la loro strada verso la libertà, e che diventa invece la loro trappola mortale.
Entrano di nuovo i due camici bianchi, sorridendo. Mi parlano, accennano alla bambina, e intuisco che vorrebbero conoscerne il nome. “Wyarda”, pronuncio, ma loro due si guardano perplesse. Faccio cenno di scrivere, e una di loro, con un sorriso, mi porge carta e un lapis. Scrivo “W-Y-A-R-D-A”, ma la loro perplessità non diminuisce. Allora disegno un fiore, e una freccia che lo collega al nome. Questa volta capiscono: Wyarda vuol dire fiore.

Ti ho voluta chiamare così, piccola mia, perché sei l’unica cosa bella che mi è rimasta, e perché sei nata dal dolore e dalla sporcizia, così come i fiori, bellissimi e odorosi, nascono dal fango e dal concime. Guardati intorno, mia piccola, e perdonami: purtroppo questa tendopoli fatta di freddo, dolore, attesa e illusione è l’unica primavera che io possa offrire alla tua nuova vita. Avrei voluto poterti regalare qualcosa di meglio, ma non è stata colpa mia. Del resto, non ho che sedici anni: anch’io dovrei essere, se non nella primavera della vita, quantomeno in un inizio d’estate. Invece sono scivolata nell’inverno, dove mio malgrado sto portando anche te, e non possiamo fare altro che tenerci strette per affrontare la cattiva stagione.
Una volta ero felice. Ero più piccola, e vivevo nel sole. Mi sentivo una principessa, anche se non avevo bei vestiti, ne’ gioielli. La nostra piccola casa, l’abbraccio dei miei genitori, i giochi con gli amici erano tutto quello di cui avevo bisogno per pensare che la mia vita fosse assolutamente completa. C’era una cosa, però, ancora più importante, ma non ne ero conscia: ti parlo di una cosa invisibile, che nessuno si rende conto di avere fino a che non la perde, e solo allora capisce quanto fosse fondamentale e quanto sia drammatico non averla più. Di tutte le cose che si danno per scontate, quella è la più pericolosa, quella che più facilmente sfugge di mano se non si vigila per preservarla. Ha un nome cortissimo: si chiama pace.
Il giorno in cui si inizia ad avvertire tensione intorno, nelle strade, sul lavoro, a scuola, fra i genitori degli amici, inizialmente non ci si fa caso. Si pensa che sia un periodo, come tanti, e che prima o poi il clima si rilasserà e si tornerà a vivere tranquilli come prima. Si assiste a discussioni, si ascoltano ragioni che non si comprendono, ne’ dall’una ne’ dall’altra parte. Nei piccoli litigi che si accendono, si cerca di mantenersi neutrali, per non dispiacere ne’ all’uno ne’ all’altro, e provare così a riportare un poco di sereno. Ma le liti, invece di placarsi, aumentano.
A un tratto, poi, si ode uno sparo, e le armi iniziano a parlare. Nessuno si può permettere di non ascoltarle, di tapparsi le orecchie e ignorarle. Nessuno più può chiamarsi fuori.
Così è stato per noi: da un giorno all’altro la nostra vita ha smesso di essere tale per trasformarsi in una mera lotta per la sopravvivenza. Bande di guerriglieri attraversavano il nostro paese gridando a destra e a manca di volerci liberare da questo o quel giogo che, fino a quel momento, non ci eravamo neppure resi conto di avere sulle spalle; ma in realtà, quello che ci regalavano era solo morte, razzia e distruzione. In nome di quella lotta che dicevano di portare avanti per noi, ci depredavano dei nostri pochi soldi, dei nostri animali e delle scorte di cibo, e, spesso, giusto per rinfrancarsi dalla fatica del combattere a nostro favore, si “rilassavano” con la ragazza più giovane e bella che trovavano.
Ecco perché, Wyarda, non conoscerai mai tuo padre. Io stessa non ho idea di quale sia il suo nome, ne’ se sia morto o ancora vivo; ma, credimi, è sicuramente meglio così. Per notti e notti l’ho maledetto, gemendo al ricordo del dolore che aveva inflitto al mio fisico e alla mia anima. Adesso, però, che ti stringo fra le mie braccia, mi sento di ringraziarlo per questo inconsapevole dono che mi ha lasciato, per avermi dato la possibilità di afferrare di nuovo la primavera.
É stata proprio la consapevolezza del tuo imminente arrivo che ha spinto i miei genitori a ribellarsi e a cercare una via di fuga. La loro nipote, hanno deciso, non avrebbe vissuto l’inferno della guerra. Ma per far sì che questo loro proposito divenisse realtà non c’era che una soluzione: avremmo dovuto, noi tre, affrontare un altro tipo di inferno.
Per pagare lo scafista, non voglio sapere che cosa mia madre e mio padre si siano inventati. Fatto sta che, una notte, ci siamo messi in cammino per raggiungere il luogo designato per l’appuntamento. Giorni e giorni di marcia che la mia mente ha cancellato, ma che ogni fibra del mio corpo porta ancora impressi come un marchio a fuoco. Mentre ci ammassavamo insieme agli altri, nel freddo e nel buio, per essere stipati su quello che somigliava più a un canotto da bambini che a una vera barca, ricordo di avere pensato che oramai eravamo quasi arrivati, che il più era fatto. Quanto mi sbagliavo.
L’ho pensato con ancora maggiore forza quando, stremata dalla traversata, ho visto le luci della costa. Ma è stato allora, a poche miglia dalla terra, che il mare è diventato il nostro cielo.
Siamo vive per miracolo, piccola mia. I tuoi nonni, purtroppo, non li conoscerai mai, e non so dirti quanto questo mi faccia male. Ti avrebbero adorata, coccolata, vezzeggiata in ogni modo; con loro accanto non avresti sentito ne’ freddo ne’ fame, e avresti potuto chiamare questi tuoi
giorni, con ogni diritto, la primavera della tua vita.
Non so se sarò capace di fare quello che avrebbero fatto loro, ma ci proverò, mia piccola. Ci proverò per ogni giorno che mi sarà concesso di passare insieme a te.

Siamo fermi qui da giorni. Immobili, stretti gli uni agli altri. Seduti nel fango che un pallido sole sta iniziando ad asciugare. Aspettiamo.
Non mi pesa, in fondo, aspettare qualche giorno. Anzi, forse riuscirò a riprendere le forze. Da quando siamo stati trascinati a terra, in un luogo brullo dove ci hanno sfamati con olive nere e uno strano formaggio che si sbriciolava e che ci hanno detto chiamarsi “feta”, e che nella mia bocca affamata ha avuto lo stesso effetto del cibo più gustoso del mondo, non c’è stato tempo neppure per fermarsi a pensare. Abbiamo ripreso subito il cammino, silenziosi, rassegnati, con l’ombra dei nostri morti appesa alle spalle, e alcune di noi, come me, con il loro prezioso fardello sul davanti, che rendeva ancora più dure le salite e le discese di sassi e pozzanghere, ma, allo stesso tempo, dava più forza per affrontarle.
Siamo arrivati qui stremati: un poco di riposo non può farci che bene. Noi aspettiamo, piccola Wyarda. Vedi, questo raggio di sole gentile che arriva a portarti un poco della primavera che ti spetta? Sentilo sul tuo viso, è ancora fioco, non può farti del male. C’è un leggero vento, ma per fortuna non è freddo. E’ solo una fugace carezza della vita a un fiore appena nato.
Siamo sedute qui, fra le donne più anziane. Istintivamente, ho cercato di tenermi distante dai giovani, perché ho sentito serpeggiare, fra di loro, l’inizio di quella tensione che so già quali devastanti conseguenze possa avere. La notizia sta correndo di bocca in bocca, si parla di “frontiera chiusa”, di “situazione di stallo”. Alcuni dicono che saremo dimenticati qui per mesi, forse per anni, che ci faranno morire di stenti. Altri cercano di calmarli, ma il malcontento sale a ogni ora che passa. Io resto ferma qui, e ti stringo fra le braccia offrendoti il poco che il mio seno può dare, per calmare almeno un poco la tua fame.
Ogni tanto, mani volenterose ci porgono qualcosa da mangiare. Capisco, dal loro abbigliamento e dai loro gesti talvolta impacciati, che non sono solo volontari, ma anche persone comuni mosse a compassione dalla nostra situazione. Ieri, una signora bionda mi ha porto un biberon colmo di latte. L’ho guardata con un sorriso timido, dispiaciuta di non poterla ringraziare nella sua lingua che non conosco. Lei, però, deve avere capito ugualmente, perché ha annuito. Poi ti ha fatto una breve, delicata carezza, prima di andarsene a distribuire altro cibo.
Oggi, invece, sono arrivati dei giornalisti. I giovani si sono assembrati dietro a un uomo di mezza età con un microfono in mano, cercando di far arrivare la loro protesta al resto del mondo. Due o tre fotografi si sono messi a girare fra di noi, fermando nei loro scatti gli attimi della nostra disperazione. Uno di loro si è arrestato davanti a me, che ti ho stretta ancora più forte, proteggendoti con un lembo di stoffa per paura che potesse portarti via. Lui ha scattato e scattato, facendomi capire, con la sua espressione, che ci trovava un soggetto estremamente interessante. Avrei voluto potergli chiedere perché, invece di catturare solo la nostra immagine, non cercasse di fare qualcosa di più concreto, lui che, a fine giornata, avrebbe dormito in un buon albergo, con la soddisfazione di avere mosso l’opinione pubblica, ma senza avere cambiato di un soffio la situazione, senza averci aiutate a fare un passo verso la primavera.
Non importa, piccola Wyarda. Noi aspettiamo.

Stamattina ci siamo svegliate al rumore delle grida che rimbalzavano di bocca in bocca. Inizialmente non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, poi ho afferrato parole sparse, e ho cercato di metterle insieme. Qualcuno aveva sentito dire che la chiusura delle frontiere era diventata definitiva, e che saremmo stati ributtati in mare, là da dove eravamo venuti.
In pochi minuti, la concitazione è diventata tumulto, poi protesta violenta. Mi sono alzata, stringendoti forte a me e nascondendomi dietro la tenda, quella dove sei nata qualche giorno fa. Da lì, ho visto tutto: sono bastati pochi minuti. Ho visto arrivare, a tutta velocità, alcuni furgoni, ne ho visto scendere uomini in divisa. Ho visto i ragazzi, ancora urlanti, venire immobilizzati e portati via, a sirene spiegate. Non mi sono chiesta dove li portassero.
Adesso, questo accampamento improvvisato è spoglio, ferito. Non una mosca vola fra i volti straniti, gonfi di dolore. Solo alcune donne, che fino a pochi minuti prima avevano i propri figli con se, rantolano la propria disperazione, rannicchiate su di un lato, come dimenticate.
Esco dal mio misero nascondiglio, ma questa volta non torno ad accucciarmi per terra. Cammino piano, ma decisa, fino al centro dello spiazzo. Con la testa alta e gli occhi asciutti, ti scopro la testa, offro il tuo viso al sole che, nel frattempo, si è fatto più vivo, più forte.
Ecco, Wyarda. Per il momento questa è la tua primavera. Ma non lo sarà per sempre: noi aspettiamo. Abbiamo lottato con unghie e denti per il nostro diritto alla vita, adesso chiediamo solo una mano per poter fare l’ultimo salto. E so che arriverà, prima o poi, perché ce la meritiamo. Perché la prima stagione della vita non può essere l’inverno: soprattutto, non può essere l’unica. Anche tu, io, noi abbiamo diritto di vivere la primavera della nostra vita.
Nel frattempo, aspettiamo: non abbiamo fretta. Conosciamo la pazienza.
Sappiamo che, quando dal fango nasce un fiore, è perché il sole della primavera vuole scaldarlo.
E, prima o poi, ce la farà.

Cristina Giuntini

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