I campi di concentramento nazisti: produzione e sterminio

Raccontami una storia premio letterario

Quando si parla di campi di concentramento nazisti, il primo pensiero va allo sterminio degli ebrei. I primi Konzentrationlager (Kz) non furono tuttavia creati per questo. Appena vinte le elezioni del 1933, Hitler ordinò la costruzione di Buchenwald e di Dachau per i comunisti e per i dirigenti del Partito socialdemocratico tedesco. Seguirono gli internamenti degli zingari, degli omosessuali, degli inabili.
Successivamente, poiché al regime serviva un nemico da porre di fronte alla rabbia popolare per la situazione economico sociale della Germania, a seguito delle conseguenze della prima guerra Mondiale e del fallimento della Repubblica di Weimar, gli ebrei furono indicati come i corruttori della razza ariana, i pescecani che affamavano i lavoratori, i finanzieri che strangolavano l’economia tedesca. Già nel Mein Kampf, Hitler aveva indicato l’esistenza di un nemico razziale da porre di fronte al popolo come elemento da estirpare.
Una volta eliminati tutti i nemici politici il regime si poteva dedicare così alla realizzazione del progetto di “bonifica razziale” eliminando, con l’internamento nei campi di sterminio e la successiva soppressione, il “pericolo” ebraico.
Ancora una volta, fu organizzato tutto in maniera estremamente razionale. Gli internati dovevano rendere economicamente il massimo che il loro fisico avrebbe permesso, al minor costo per il sostentamento che il regime era disposto a garantire.
Gli uomini di Himmler, responsabile massimo del progetto di sterminio ed in particolare Heidrich, studiarono un piano che prevedeva addirittura i tempi di sopravvivenza nei campi. Da 6 mesi a un anno era il periodo stimato per trarre dagli internati i maggiori frutti per il lavoro che potevano svolgere, spendendo il minimo per la loro sopravvivenza in termini di cibo, vestiario, coperte, servizi di guardia.

La lapide che ricorda lo sterminio di Rom e Sinti a Mauthausen
La lapide che ricorda lo sterminio di Rom e Sinti a Mauthausen
Le maggiori aziende tedesche, che l’economia di guerra aveva riconvertito alla produzione di armi e materiali necessari per il conflitto, avrebbero tratto molto vantaggio dallo sfruttamento degli internati in quell’anno stimato di vita.
Quando si parla di campi di concentramento e di sterminio si pensa ad Aushwitz, Buchenwald, Mauthausen, Dachau, Sacsenhausen, Sobibor senza pensare che ognuno di essi era un campo principale con attorno una costellazione di sottocampi collocati nelle cittadine ove avevano sede le aziende belliche o nei luoghi, ben occultati, dove gli alleati mai avrebbero pensato di individuare una qualsiasi produzione di armi. Ogni campo principale aveva 40/50 sottocampi e tenendo conto di questi numeri si può considerare quanto vasto ed importante per la pruduzione bellica fosse il sistema dei campi di sterminio.
All’ingresso di ogni campo o sottocampo vi era un’insegna: “Arbeit macht frei” (Il lavoro rende libero) per ricordare, forse solo ai tedeschi, la stretta connessione tra produzione e sterminio e non per tranquillizzare i prigionieri al loro arrivo, come alcuni sostengono.
Sfruttare fino all’ultima stilla di vita coloro che non venivano nemmeno considerati uomini, utilizzando la loro forza e la loro capacità per gli interessi del Terzo Reich era lo scopo principale.
Fu così che la Krupp potè utilizzare quasi gratuitamente gli internati di Sachsenhausen, la Solvay potè produrre benzina sintetica e gas Ziklon b, grazie agli internati di Ebensee, sottocampo di Mauthausen (dove morirono la maggior parte dei deportati pratesi); la Messerschmidt produceva le ali degli Stukas a Gusen, altro sottocampo di Mauthausen, nelle stesse gallerie ove oggi si producono i migliori funghi coltivati di tutto l’occidente. La Volkswagen non fu da meno e tutti i sottocampi di Buchenwald e Dachau fornivano manodopera gratuita per la costruzione di mezzi di trasporto. La Ciba e la Pfizer, odierni colossi nel campo della produzione farmacologica, poterono avvalersi degli esperimenti fatti sul corpo umano ad Harteim. In questo castello, che dipendeva anch’esso da Mauthausen, il dottor Mengele a capo di una nutrita equipe medica si sbizzarrì nei più inimmaginabili esperimenti. Si dice che nessuno sia uscito vivo da questo vero e proprio castello delle torture. Mengele, e forse non è un caso, non è mai stato catturato. E l’elenco delle aziende potrebbe continuare, lunghissimo e triste.
Una tristemente nota foto scattata nel campo di Buchenwald
Una tristemente nota foto scattata nel campo di Buchenwald
Vi era poi la raccolta degli indumenti, dei denti d’oro, delle scarpe, dei cappelli, dei coltelli e di tutto ciò che i prigionieri avevano al momento dell’arrivo. Tutto serviva e poteva essere riciclato nell’economia di guerra. Si può affermare che il nazismo abbia inventato la raccolta differenziata ed il riuso dei materiali.
Due terzi del popolo ebraico tedesco, polacco, austriaco, olandese, francese, russo fu così internato, sfruttato, ucciso e cremato in quei forni di cui ogni sito era dotato. I campi principali erano strutture solide, evidentemente avrebbero dovuto lavorare molto tempo.
La produzione bellica aveva infatti le sue necessità. E dopo gli ebrei iniziarono ad internare i prigionieri di guerra. Sovietici soprattutto, molti dei quali, fra l’altro erano anche ebrei, insieme a greci, scandinavi, italiani (dopo l’8 settembre 1943), slavi ecc. (Si calcola in 5 milioni il numero di internati sovietici).
Chi visita oggi Mauthausen, ad esempio, si trova di fronte ad una vera e propria fortezza dotata di tutti gli strumenti di eliminazione e di tortura necessari per annullare volontà e voglia di vivere. Vi è una grande camera a gas, le stanze per il colpo alla nuca ai prigionieri (premio riservato alle SS distintesi al fronte), camere di tortura, 4 forni crematori, una grande cava da cui trarre materiale per l’ampliamento della struttura… una prigione (sic!).
L’accesso alla cava ha una particolarità: una scala formata da 186 gradini sconnessi che i prigionieri dovevano percorrere avanti e indietro, estate ed inverno, carichi di pietre e con ai piedi zoccoli di legno lisci, almeno 8 volte al giorno. Nessuno sa quanti prigionieri sono deceduti scivolando dalla scala con una pietra di 80/100 kg sulle spalle.
Ogni nazione che ha avuto martiri a Mauthausen ha eretto un monumento sulla collina a fianco della fortezza. Ma il monumento più bello e più terribile è quello dedicato all’unico uomo che riuscì ad organizzare una fuga dal campo di sterminio, un generale russo. Un blocco di marmo bianco con una somiglianza vaga ai “Prigioni” di Michelangelo lo ricorda: è “Il generale di ghiaccio”.
Gettando coperte sui reticolati e sui compagni mitragliati dalle SS, via via che saltavano, una ventina di soldati ed il generale riuscirono ad evadere. Ma la fuga non ebbe esito positivo. Una volta catturato fu ucciso a colpi di secchi d’acqua dalle SS, congelato in pieno inverno, con la temperatura a -20 gradi, di fronte a tutti gli internati come monito per disincentivare ulteriori tentativi.
Il campo di Mauthausen oggi
Il campo di Mauthausen oggi
I forni crematori erano di norma a legna e necessitavano di notevole manodopera per assicurare il loro funzionamento. Ad Auschswitz, o meglio nel suo sottocampo di Teresin, che oggi si trova nella Repubblica Ceca, si sperimentò invece la tecnologia tedesca applicata allo sterminio. Forni creamatori a combustibile liquido, alimentati automaticamente da nastri trasportatori che li collegavano direttamente con la camera a gas ed in grado di funzionare ininterrottamente 24 ore su 24. La cosa più terribile è che Teresin era un campo ove venivano internati solo bambini e donne. Gli unici prigionieri uomini erano quelli necessari al funzionamento degli impianti che la nomenklatura nazista considerava all’avanguardia.
Teresin è sempre stata una prigione, prima degli Asburgo, poi dei Nazisti. Da li passò Silvio Pellico prima dello Spielberg e successivamente vi fu rinchiuso Gavrilo Princip, il giovane indipendentista slavo che, con l’attentato di Sarajevo del 1914, fece scattare il pretesto per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
La cosa che più colpisce è la raccolta dei disegni dei bambini internati, dei quali pochissimi sono sopravvissuti, che si offre al visitatore nel centro documentazione del campo di sterminio, in tutta la sua drammaticità.
Il dolore disegnato dai bambini, graffiti e colori nei quali è possibile intravedere, tuttavia, un segno di speranza: un sole, un fiore, un arcobaleno che ognuno di loro ha tratto dai ricordi e che si illude di poter vedere in un prossimo futuro. Molti di questi disegni sono esposti anche nel centro visite del Cimitero monumentale ebraico di Praga, accanto alla Sinagoga Vecchia Nuova.
I colori colpiscono duro, macchie sincere di dolore e di speranza contro la follia umana.

Marco Nieri