I gappisti, senza tregua contro i nazifascisti

Premio letterario Raccontami una storia

Chi furono i gappisti? Potremmo dire che furono “commandos”. Ma questo non è esatto. Essi furono qualcosa di più e di diverso dei semplici commandos. Furono gruppi di patrioti che non diedero mai tregua al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi fortilizi. Con la loro azione i gappisti sconvolsero più e più volte l’organizzazione nemica, giustiziando gli ufficiali nazisti, i repubblichini e le spie, attaccando convogli stradali, distruggendo interi parchi di locomotori, incendiando gli aerei sui campi di aviazione. Ma ancora non sappiamo chi erano i gappisti. Sono coloro che dopo l’8 settembre 1943 ruppero con l’attendismo e scesero nelle strade a dare battaglia, iniziarono una lotta spietata, senza tregua contro i nazisti che ci avevano portato la guerra in casa e contro i fascisti che avevano ceduto la sovranità all’invasore, per conservare qualche briciola di potere.
Così scriveva Giovanni Pesce, in “Senza tregua-La guerra dei Gap”, edito da Feltrinelli.

Bruno Fanciullacci
Bruno Fanciullacci

Mi è piaciuto iniziare questa nota sui gappisti e sul loro ruolo nella guerra di liberazione citando Pesce, forse il più grande, sicuramente il più valoroso gappista italiano, medaglia d’oro al valor militare, eroe della Resistenza.
I Gap, Gruppi d’Azione Patriottica, erano tecnicamente dei piccoli nuclei di partigiani, mai superiore a cinque, formati dal Comando Generale delle Brigate Garibaldi.
I Gap, protagonisti di spericolate azioni antinaziste e antifasciste nelle città del nord e del centro, dipendevano esclusivamente dal Partito Comunista e dalle Brigate Garibaldi.
All’indomani dell’armistizio dell’8 settembre, gli occupanti tedeschi e i fascisti della neocostituita Rsi dovettero controbattere, nelle grandi città, la loro fiera opposizione. Quella dei Gap fu una dura lotta che comportò grandi rischi e sacrifici, producendo anche divisioni all’interno del Cln; un’aperta sfida senza possibilità di mediazione e compromessi, condotta anche con gli stessi metodi dei nemici e lanciata da subito, per dimostrare l’illegalità della Rsi e la volontà di lotta del popolo italiano per conquistare la libertà e riconquistare l’indipendenza.
Convinti che ogni attendismo non avrebbe che prolungato l’occupazione nazifascista col suo carico di lutti e rovine, i Gap non si fecero intimorire dalle minacce di rappresaglia e cercarono di smuovere l’opinione pubblica per condurla sulla via della rivolta. Incisero notevolmente sull’efficacia dell’organizzazione le grandi esperienze maturate dai militanti comunisti nella guerra civile spagnola e nella resistenza francese.

I gappisti vivevano nella più rigida clandestinità; per ragioni di sicurezza ogni gruppo era sconosciuto agli altri; all’interno di ogni unità si trovavano addetti al rifornimento d’armi ed esplosivi, staffette ed artificieri.
Si trattava di un’organizzazione assai complessa e articolata in modo che, tranne i nuclei operativi che portavano a termine le azioni (composti da tre-cinque partigiani), ogni altro non conoscesse più di due appartenenti all’unità. Ogni unità godeva di ampia libertà di azione e aveva un comandante e un commissario politico.
Tra i comandanti più noti citiamo Ilio Barontini, Giovanni Pesce, Giorgio Amendola, Antonello Trombadori, Carlo Salinari, Walter Nerozzi, Aldo Petacchi.
Decisi a colpire militarmente e moralmente i nazifascisti, in ogni luogo ed in ogni momento, questi nuclei rivoluzionari compirono sabotaggi, operazioni militari, operazioni di salvataggio, attentati su obbiettivi specifici quali ufficiali nazisti, dirigenti del Partito Fascista, membri della Milizia, collaboratori e spie. Mai una guerra cieca ed indiscriminata, ma una guerriglia urbana mirata a colpire gli elementi più pericolosi e connotati ideologicamente; una violenza rivolta soltanto contro i torturatori, le spie, i collaborazionisti.
Una delle azioni più conosciute di una squadra Gap è l’evasione di Sandro Pertini e di Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli, dove erano detenuti dall’ottobre 1943 e sui quali pendeva una condanna a morte per attività partigiana. La fuga avviene nel gennaio del 1944 ed è organizzata da Giuliano Vassalli, che si trova impiegato presso il Tribunale Militare Italiano, con l’aiuto di diversi partigiani socialisti e comunisti.

Giovanni Pesce e Nori
Giovanni Pesce (Visone) e Nori Brambilla che, dopo la fine della guerra, sarà sua moglie

Il più famoso dei partigiani gappisti, Giovanni Pesce, forte della sua esperienza nella guerra di Spagna, riuscì ad organizzare talmente bene l’attività a Torino e nei primi mesi del 1944 le azioni di guerriglia furono così efficaci e numerose, che il Federale fascista telegrafò allarmato a Mussolini affinché gli mandasse ingenti rinforzi, stimando in almeno 5000 il numero dei gappisti operanti in città. In realtà, a Torino non operarono mai più di 50 gappisti, ma le azioni furono organizzate in modo tale da far credere al nemico di essere costantemente sotto attacco di diversi gruppi partigiani.
Nel capoluogo piemontese, furono effettuati attentati a diverse linee ferroviarie e tranviarie, furono eliminati alcuni torturatori fascisti, oltre al direttore della Gazzetta del Popolo che si era distinto per i ripetuti inviti alla deportazione. L’azione più importante fu la distruzione della stazione radio che disturbava le trasmissioni di Radio Londra. Dei quattro gappisti partecipanti all’attacco, due furono catturati e Dante di Nanni rimase ucciso. Il giovane operaio, circondato dai nazisti e dai fascisti, riuscì tuttavia a ucciderne a sua volta 10 e a ferirne 17, prima di gettarsi dal balcone di casa. Il sacrificio di Dante di Nanni costituisce una delle pagine più intense della resistenza italiana.
Pesce fu quindi inviato dal Comando delle Brigate Garibaldi, anche perché era ormai saltata ogni sua copertura, a riorganizzare i Gap di Milano che dopo ben 56 azioni di attacco militare ai nazifascisti avevano subito ingenti perdite e arresti. Egisto Rubini comandante della Terza Brigata Lombardia, sottoposto a pesantissima tortura, preferì uccidersi piuttosto che rivelare i nomi dei compagni).
L’arrivo di Pesce a Milano rigettò i nazifascisti nel terrore. L’azione di “Visone”, nome di battaglia di Pesce, entrata nella leggenda fu l’eliminazione di Cesare Cesarini, chiamato a Milano il “doberman” del Fascismo.
Responsabile di torture, fucilazioni e della deportazione di 63 operai della Caproni nel campo di sterminio di Mauthausen, Cesarini sembra imprendibile: gira sempre scortato da due miliziani armati di mitra e pistole. Ma il 16 marzo 1945 Cesarini e la sua scorta incontrano Visone. Il partigiano li affronta da solo, con due pistole, in via Mugello. I fascisti quasi non credono ai loro occhi, ma Visone spara, uccide il Doberman e ferisce le due guardie. Poi grida frasi di rivolta ai milanesi presenti che, vista la scena, dopo un primo momento di paura, si mettono ad applaudire. A quel punto Pesce, inforcata la bicicletta, si dilegua fra le vie della città. Nell’occasione, Visone si nasconde dalla madre della sua ragazza, Nori, che nei giorni precedenti è stata catturata e, dopo essere stata torturata, reclusa nel campo di Bolzano in attesa del trasferimento a Mauthausen.
A Firenze, i Gap, al comando di Alessandro Sinigaglia, sono suddivisi in quattro gruppi operativi, il gruppo B è guidato da Bruno Fanciullaci (Maurizio) che insieme al quindicenne Aldo Fagioli, Tebaldo Cambi e Luciano Suisola organizza sabotaggi di grande importanza strategica alle linee elettriche, ferroviarie e telefoniche. Degna di nota l’azione nella quale Maurizio, da solo, travestito da ufficiale fascista, entra nella sede del Partito in Via dei Servi, lascia un pacco bomba e si allontana tranquillamente. La sede fiorentina del fascio viene completamente devastata. Successivamente farà discutere l’azione che porterà il Fanciullacci alla eliminazione del ministro Giovanni Gentile.

Via Rasella
Un soldato tedesco dopo l’attentato di via Rasella

Così come a Roma farà discutere l’attentato di Via Rasella del 23 marzo ’44, che portò alla rappresaglia nazifascista con la strage delle Fosse Ardeatine.
Ogni critica, come ogni dissenso, vanno tuttavia inseriti nello spirito del tempo.
L’azione di Via Rasella compiuta dai gappisti al comando di Carlo Salinari (Spartaco) e Franco Calamandrei (Cola) è considerata un’azione di guerra. Altrettanto non si può dire della spregevole rappresaglia compiuta sulla popolazione inerme. Rappresaglia che non fermò comunque l’azione dei Gap romani: appena 10 giorni dopo compirono una attacco al Circo Massimo, distruggendo numerosi camion tedeschi e facendo perdere la vita a tre nazisti.
Per tutto il mese di aprile vi fu un susseguirsi di attentati alle forze di occupazione. Il 29 aprile i nazisti catturarono un partigiano addetto ai documenti, che, sotto tortura della Banda Koch, fece i nomi dei partigiani che conosceva. Furono così arrestati, Carlo Salinari, Franco Calamandrei, Raul Falcioni, Duilio Grigioni, Luigi Pintor, Silvio Serra. Calamandrei riuscì a fuggire dalla sede della Banda Fascista in modo rocambolesco, gli altri si salvarono poiché il 4 giugno arrivò la Liberazione di Roma.
Nel dopoguerra vi fu un processo contro alcuni partigiani per i fatti di Via Rasella. Il Tribunale sentenziò, in tutti e tre i gradi di giudizio, che ogni azione dei partigiani doveva considerarsi “atto di guerra”.
Successivamente, attaccati dal direttore de “Il Giornale” Vittorio Feltri, quali responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, i Gap romani nella persona di Rosario Bentivegna, sono stati riconosciuti combattenti per la libertà ed Il Giornale condannato a risarcire i gappisti.
A conclusione di queste brevi note pare giusto ricordare una frase di Giovanni Pesce che riteniamo sintetizzi molto bene lo spirito e gli ideali che animarono quei valorosi combattenti.
«Ricordo che un pomeriggio all’Anpi, stavamo bevendo un bicchiere di vino circondati da alcuni giovani compagni e amici, quando, d’un tratto, un signore tutto sorridente si è avvicinato e ha chiesto a Giovanni con fare festoso: “Allora, dicci, quanti ne hai fatti fuori di fascisti?”. Tutti si sono zittiti. Pesce ha risposto seccato: “Io non ho fatto fuori nessuno. Io ho combattuto perché la guerra finisse». Da Giovanni e Nori, di Daniele Biacchessi, Laterza, 2014.

Marco Nieri

Nella foto di copertina una staffetta ferita (sito Anpi di Brescia)