I testimoni raccontano: Fiorenzo Fiondi

Premio letterario Raccontami una storia

Nel settantesimo anniversario della Liberazione, i testimoni raccontano, parla Fiorenzo Fiondi: Come evitai l’arruolamento.

La mia famiglia era sfollata a Sofignano e lì fui raggiunto dall’ultima intimazione a presentarmi al distretto militare, entro il 28 febbraio 1944 (scadenza che fu poi prorogata all’8 marzo). Una settimana prima, Carlo Ferri aveva guidato ai Faggi di Iavello i primi quaranta uomini della formazione partigiana Orlando Storai. La sera del 28 febbraio era andato a Fornaci di Sofignano, in una casa in cui ascoltavano la radio, per avere la conferma dello spostamento della data ultima di presentazione all’8 marzo, lì fui catturato dai militi della GNR e condotto al distretto militare di Firenze.
Mia madre e mia zia si preoccuparono per la mia situazione e si rivolsero a un ufficiale medico che era in servizio all’ospedale militare di San Gallo, conosciuto attraverso comuni amicizie. Ne ricevettero l’indicazione, che mi fu fatta pervenire, di marcare visita. Da ragazzo mi avevano colpito a un occhio con una sassata, causando sulla pupilla una specie di macchia che non si è più cancellata, dunque accusai questo fatto alla vista e marcai visita. Il medico militare dispose che fossi inviato in osservazione all’ospedale di San Gallo. Sembrava fatta, ma prima che potessi essere avviato all’ospedale, giunse l’ordine di trasferire tutti alla caserma di Rovezzano: da Rovezzano si poteva essere inviati a Vercelli e poi in Germania, oppure a Spoleto e poi in linea di fronte, a Cassino.
Sfilammo lungo le strade della città, ci fu qualcuno che ebbe perfino il coraggio di cantare “Bandiera rossa”, era palese lo stato di disorganizzazione e la debolezza dell’ultimo fascismo, che si reggeva, oltre che sulle armi tedesche, sulla ferocia. A Rovezzano un ufficiale repubblichino ci mise in riga e urlò che dovevano fare un passo avanti tutti coloro che erano disponibili ad andare a Spoleto e poi a Cassino. Nessuno si mosse. Allora un ufficiale tedesco cominciò a minacciarci sbraitando e costringendo tutti a fare un passo avanti.
Rendendomi conto dello sbandamento generale, giocai una carta di grande temerarietà: presi la valigia e mi avviai verso la porta della caserma. Il piantone mi fermò ed io gli feci vedere la richiesta di ricovero all’ospedale militare; disse che aveva ordine di non far passare nessuno, ma parlando capì che ero di Prato e che avevamo comuni conoscenze e, dopo un po’ di incertezza, mi fece passare. A San Gallo, il medico cui si era rivolta mia madre, mi riconobbe un periodo di convalescenza, rilasciandomi un documento che mi permise di tornare a casa e di avere libertà di circolazione.

Giuseppe Gregori