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Carla aveva accettato con gioia l’invito di Ada per la fine settimana in montagna. La tranquillità dei luoghi che le erano familiari, i ricordi di un periodo felice dell’adolescenza, le passeggiate in una natura rassicurante con la sua veste autunnale le avrebbero sicuramente giovato.
La casa della sua amica faceva parte di un gruppo di baite ben curate, poco oltre la “Fontana della sposa”, lungo la strada che da Vernante conduce alla riserva di Palanfrè, abitate soltanto nel periodo estivo e pochi giorni durante l’inverno, soprattutto da Francesi, nipoti di quei montanari che si erano trasferiti in Francia all’inizio del Novecento per cercare un lavoro. Quanta dignità in quella gente, abituata a camminare curva, a sollevare raramente gli occhi da terra ed a rivolgerli al cielo solo per qualche preghiera o per rare imprecazioni, subito soffocate da sensi di colpa.
Proprio a questo stava pensando Carla mentre scendeva verso il paese. Si era offerta di andare a fare qualche provvista per vedere ciò rimaneva del paesino che aveva frequentato ragazzina, quando vi trascorreva con la famiglia il mese di agosto.
Ricordava l’estate in cui erano arrivati “i romani” e fra questi anche Loretta Goggi, agli esordi della sua carriera televisiva. Soltanto Gianfranco, un po’ più grande, faceva parte della sua compagnia. Gianfranco. Per due anni aveva occupato i suoi pensieri di adolescente che ricamava sogni su qualche cartolina l’inverno e la speranza di rivederlo l’estate. Ricordava che si offriva di andare a comprare il pane per controllare il suo arrivo. I genitori affittavano un appartamento sopra la panetteria e la certezza della sua presenza era l’auto del padre, una Dauphine azzurra parcheggiata proprio sotto casa. E poi, finalmente, brevi passeggiate alla Fontana Blu o agli allora ruderi del castello “Tourusela “ dei Lascaris, in compagnia della madre e della sorella di Gianfranco. Qualche volta il percorso accidentato favoriva l’offerta di aiuto con una stretta di mano che faceva battere il cuore. Quanta tenerezza in quei ricordi e quanta nostalgia della magia che potevano suscitare i ruderi di un antico castello. Magici i luoghi, i profumi, gli incontri o semplicemente magici gli anni.
«Come mi è piaciuta» – pensava Carla camminando – «l’intervista a Pupi Avati su La Stampa in cui il regista ricordava il suo primo bacio a 12 anni. Elogio della timidezza e del pudore dei sentimenti che non ha età. Certo io sono stata più timida di lui e questa valle ne è in qualche modo testimone».
Carla considerava dolce e rassicurante la valle Vermenagna come le sue graduali salite, il suo clima clemente anche in pieno inverno, le sue cime, la Bisalta, vigile accompagnatrice dei suoi viaggi in Costa Azzurra. Ed intanto, mentre scendeva con passo spedito verso il paese e si guardava intorno, senza neanche esserne consapevole entrava nella trappola dei ricordi.
Percepiva appena il rumore delle scarpe sull’asfalto che rompevano il silenzio e la voce pacata del torrente che scorreva alla sua destra, ritmata dallo scontro dell’acqua con i grandi massi del suo letto. Per la montagna era finita la stagione turistica insieme con il chiasso ferragostano della festa dell’Assunta.
«In questa valle, a Limone, ho trascorso il primo capodanno fuori casa, ospite di Cristina. Mi commuove ancora il ricordo del vestito bianco di crepella che mia madre mi aveva cucito per l’occasione e che conservo, del veglione danzante e, soprattutto di lui, Riccardo, arrivato in treno con altri amici la sera e ripartito il mattino successivo, all’alba. Che stupida: non avevo capito che era venuto per me. Era il ragazzo che occupava i miei pensieri, che consideravo bellissimo, ma che anche stimavo, che apprezzavo per i suoi interessi come la poesia e la pittura. Era alto, biondo, aveva vivaci e penetranti occhi azzurri. Quando mi aveva chiesto di ballare non mi sembrava vero di poter essere accolta nelle sue braccia. Un ballo lento dopo l’altro e poi le sue labbra sul collo, sulle guance fino a cercare la mia bocca che però non si schiuse in un bacio. A lui parve un rifiuto. In realtà era paura, paura di non saper baciare: quello era – o avrebbe dovuto essere – il mio primo bacio e non potevo sprecarlo. Non ho osato confessargli: scusami, non ho mai baciato nessuno. Avrei voluto dirgli che era la cosa che più desideravo, ma temevo il suo giudizio. Non l’ho fatto allora ed il tempo, dopo, non mi ha offerto altre occasioni per rimediare all’errore. Ancora oggi, se ripenso a quella sera, mi emoziono e sento le morbide labbra di Riccardo sulla mia pelle e la voglia di stringerlo a me, di scaldargli l’anima coprendolo di coccole. Chissà come sarebbero state le nostre vite se quel bacio ci fosse stato. Chissà se i nostri destini si sarebbero intrecciati dopo quel lontano capodanno. Ci siamo rivisti più volte, ma nessuno dei due ha mai osato accennare a quella notte. Quante volte avrei voluto poter tornare sui miei passi nella speranza che Riccardo mi concedesse un’altra possibilità. Né io, per timidezza o per pudore, l’ho cercata. Da allora in amore ho preferito il silenzio, la dolcezza del non detto, il controllo del gesto e della parola.
Riccardo si è sposato subito dopo la laurea, da poco è diventato nonno e penso che il suo lavoro alla Procura di Cuneo l’abbia riempito di soddisfazioni. O almeno lo spero, per l’affetto che mi è rimasto per lui».
Con la mente traboccante di molti ricordi e qualche rimpianto, Carla non si era resa conto di essere ormai quasi arrivata al santuario della Madonnina e, poco dopo, attraversata la statale, si sarebbe inoltrata nella via del paese che conduce alla piazza, dove avrebbe comprato il pane e qualche dolce. Il sole che splendeva nel cielo terso non aveva ancora scaldato l’aria, ma la temperatura frizzante non faceva rimpiangere l’estate afosa. Aveva percorso quel lungo tratto senza incontrare anima viva: una sola auto nella direzione opposta alla sua.
Mentre apprezzava la pace del luogo e ne assaporava il silenzio, il suo sguardo si posò, dall’altra parte della strada, su un corpo disteso sul bordo, prono, tra l’asfalto e l’erba. Il viso era rivolto verso il prato, ma i lunghi capelli neri facevano pensare ad una donna, nonostante indossasse i pantaloni. D’istinto Carla urlò «Signora!» e si precipitò su quella persona che pensava svenuta e bisognosa di aiuto. Il cuore palpitava, le gambe erano diventate incerte. Nonostante la vita le avesse più volte fatto incontrare la malattia ed anche la morte, Carla era sempre colta dal panico e da una indicibile sofferenza quando vedeva qualcuno che stava male.
Raccolse tutte le energie, si abbassò sul corpo e vide il volto di una giovane donna in una pozza di sangue. Cercò disperatamente il cellulare per chiedere aiuto. La mano tremante riuscì a comporre faticosamente il 118. «Pronto. C’è una donna in una pozza di sangue. Forse una caduta. Vi prego: fate presto!» Dopo avere velocemente risposto alle domande dell’operatore che voleva accertarsi che non si trattasse di uno scherzo e fornito le indicazioni sul luogo, Carla chiamò i carabinieri di Vernante.
«Possibile che non passi nessuno?», pensava. Avrebbe voluto scappare, invece si sorprese ad accarezzare il volto della ragazza. Le tastò il polso e si rese conto che era morta. «Se fossi arrivata prima l’avrei vista inciampare o forse mi avrebbe chiesto aiuto» pensò, mentre l’ambulanza si annunciava con la sua inquietante sirena e, contemporaneamente, arrivavano le forze dell’ordine dalla vicina caserma.
I carabinieri le fecero le solite domande di rito a cui Carla non seppe rispondere: se aveva visto e sentito qualcuno o qualcosa che l’avesse insospettita, come aveva scoperto il corpo. Non poteva certo rispondere che era troppo assorta nei suoi ricordi per osservare quello che le succedeva intorno. Sì, ricordava di aver incrociato un’auto scura, ma nulla di più. Non aveva notato chi era alla guida.
Il maresciallo appariva turbato, anche se il suo mestiere l’aveva abituato a situazioni dolorose.
«Non ha avuto un malore» – disse – «e non è caduta accidentalmente. E’ stata colpita da un proiettile. E’ la figlia di un amico: il farmacista di Vernante».
L’angoscia di Carla si fece ancora più forte. Era ripiombata nella realtà, nella vita che ti fa confrontare con la morte. Non conosceva la ragazza, ma pensava a quella fine violenta, alla sofferenza dei genitori, forse di un marito, dei figli.
Il 118 se ne andò lasciando il corpo della donna pietosamente coperto sul ciglio della strada.
«Chiamate il magistrato, io vado ad avvertire la famiglia», disse il maresciallo ai suoi colleghi ed aggiunse, rivolto a Carla:
«Lei può andare, ma si tenga a disposizione perché sarà necessaria la sua testimonianza».
Carla non pensava più al pane, ai dolci, alla piazza dove un tempo trascorreva le vacanze Gianfranco. Ritornò sui suoi passi e raggiunge la casa di Ada.
«Non ho comprato nulla, non sono arrivata in panetteria», disse all’amica e le raccontò quello che era accaduto, tralasciando però i pensieri che avevano affollato la sua mente prima della scoperta del cadavere. Aveva visto una vita che non era giunta alla fine di un percorso, ma era stata violentemente stroncata chissà per quale ragione, perciò si vergognava delle nostalgie adolescenziali in cui si era rifugiata. Avere a che fare con la morte l’aveva riportata alla realtà, l’aveva costretta a chiudere il libro dei ricordi.
Carla non riuscì a prendere sonno quella notte. Nella sua mente si rincorrevano le immagini del corpo della figlia del farmacista abbandonato lungo la strada, ma anche quelle non viste e solo pensate del dolore dei genitori nel momento in cui il maresciallo comunicava loro la notizia. Provata per la notte insonne, si alzò più presto del solito sperando di distrarsi con il verde rigoglioso, macchiato qua e là di giallo intenso che vedeva intorno mentre le prime luci dell’alba sembrano volere ingentilire la valle. Preparò il caffè, aprì un pacco di biscotti , li appoggiò su un vassoio e li portò ad Ada che, nonostante fosse mattiniera quanto lei, ancora stava indugiando sotto le coperte.
«Grazie» – le disse – «Che bello iniziare così la giornata».
Dopo colazione le due amiche decisero che avrebbe fatto bene ad entrambe una passeggiata verso i Folchi. Il tempo era bello e si prevedeva sole fino a sera. Avevano fatto pochi passi quando si avvicinò loro l’auto dei carabinieri dalla quale scese il maresciallo. Invitava Carla a presentarsi in procura, a Cuneo. Il dottor Riccardo Brizio aveva bisogno della sua testimonianza per le indagini che stava conducendo sull’omicidio della figlia del farmacista. Carla diede la sua disponibilità senza confessare che proprio a lui stava pensando quando aveva scoperto il cadavere.
«Vuoi che ti accompagni?», le chiese Ada.
«Ti ringrazio, ma posso andare da sola.».
Il palazzo della Procura era elegante nelle sue linee bourgeois, come dicono i Francesi, e neanche troppo severo. Carla arrivò trafelata, dopo una sola rampa di scale, davanti alla porta del Procuratore. La tachicardia che le spingeva il cuore in gola non era certo dovuta alla fatica, ma all’emozione che le procurava incontrare Riccardo. Prima di varcare la soglia si impose: “Non fare la ragazzina, respira a fondo, riconquista il tuo aplomb. Lo sai che un incantesimo può essere rotto da un gesto o da una parola di troppo”.
La segretaria la accompagnò nello studio del magistrato. Carla si guardò intorno con discrezione e, recuperando un po’ di sicurezza, si diresse verso Riccardo che l’aspettava in piedi, ben protetto dalla scrivania.
«Non è così che si accoglie un’amica» – pensò – «Molti anni fa mi sono difesa io, ora lo stai facendo tu». Non manifestò però il suo disappunto, anzi, fu molto cordiale perché rivedere la persona per la quale aveva tanto spasimato le procurava un grande piacere.
«Perché incontrare quest’uomo mi coinvolge sempre, come un tempo? Eppure di storie, anche importanti, ne ho avute. Si dice che al cuore non si comanda ed è vero, altrimenti direi al mio di normalizzare il battito e di lasciarmi respirare senza apnee».
Dopo qualche esitazione Riccardo le si avvicinò, la baciò affettuosamente come si fa con una vecchia amica e la invitò a sedere con modi garbati e gentili. L’azzurro dei suoi occhi era meno vivido di un tempo e la trasparenza che avevano acquistato gli impediva di nascondere emozioni e sentimenti. «Senza difese?», si domandò Carla.
«Mi spiace doverti coinvolgere in questa storia, ma al momento sei l’unica testimone del delitto di Vernante», disse il procuratore.
«Ti sarò di scarso aiuto perché, purtroppo, come ho già spiegato al maresciallo, ho incrociato una sola auto in tutto il percorso e per di più non ti so dire chi era al volante, né il tipo di vettura. Scura: è l’unica cosa che ricordo e non è gran che», lo anticipò Carla.
«Mi è stato riferito che sei ospite di Ada per una vacanza. Anche a me piace la montagna fuori stagione, ma per le nostre indagini sarebbe stato utile poter contare sulla presenza di molte persone» disse Riccardo.
«Non so se riuscirò mai a dimenticare quella giovane uccisa, quel corpo abbandonato sul ciglio della strada. Si conosce il movente?», chiese Carla.
«Per ora no e non ti fidare di quello che leggi o senti in Tv», proseguì il procuratore. Poi aggiunse, quasi avesse deciso di chiudere velocemente l’incontro e di invitarla ad un rapido commiato: «Anche se non hai visto nulla se non un’auto, a me ha fatto piacere incontrarti».
Carla voleva prolungare la conversazione con quell’uomo di cui subiva ancora il fascino perciò proseguì:
«Ho visto su un giornale la foto di tua nuora. Qualcuno mi ha detto che mi somiglia. A differenza di te, a tuo figlio piacciono le brune».
Riccardo apparve improvvisamente serio ed i suoi occhi si velarono di malinconia. Il tono della sua voce si fece pungente:
«Non fare la spiritosa, non te lo permetto».
«Ma io non…», cercò di giustificarsi Carla.
«Non dirmi che non ti eri resa conto di quanto contassi per me», proseguì Riccardo come se stessero parlando di qualcosa ben nota ad entrambi. «Sono passati tanti anni, ma ancora ti vedo nel tuo abitino color panna con i capelli neri raccolti, fredda, distaccata. Probabilmente eri innamorata di qualcuno che non era con te per quel capodanno. Per anni hai riempito i miei pensieri, le mie fantasie. Ti vivevo come un sogno da proteggere, un rifugio segreto per le mie malinconie anche dopo il matrimonio. Forse per questo a mio figlio piacciono le brune, come dici tu».
Aveva parlato senza pause, tutto d’un fiato, come se volesse liberarsi di un fardello che, negli anni, si era fatto troppo pesante.
Carla, gli occhi lucidi, nonostante un groppo in gola riuscì a sussurrare:
«Ma io ero innamorata di te» e superando la sua timidezza, gli afferrò le mani che si muovevano in modo nervoso sulla scrivania, torturando ora una penna, ora un fermacarte, se le portò al viso e le baciò, teneramente.
Lo stupore che trapelava dagli occhi di Riccardo quasi lo paralizzò quando Carla si diresse con molta calma dall’altra parte della scrivania e, con un gesto, lo invitò ad alzarsi. Cominciò ad accarezzargli i capelli e il viso, infilò le dita tra i bottoni della camicia per sentire la sua pelle, sfiorò con le labbra gli occhi, le guance e quella bocca che tanto aveva desiderato. Alla tenerezza si aggiunse la passione, una passione sopita per anni che ora cercava il suo riscatto. Riccardo rispose stringendola a sé con impeto, quasi con violenza, come se volesse dimostrale che nulla era cambiato. Le sue mani le accarezzarono la schiena, poi, lentamente, cercarono un lembo del vestito, lo sollevarono finché non trovarono il calore della pelle nuda delle gambe.
Carla non si era resa conto di quanto fosse durato quell’abbraccio; forse troppo poco per recuperare quarant’anni, ma era stupita di ciò era accaduto e che lei stessa aveva voluto. Si allontanò con fatica da quel corpo desiderato, raccolse la borsetta che aveva appoggiato su una sedia, si avviò alla porta e soltanto prima di uscire disse:
«Mi spiace di non esserti stata utile per le indagini».
Ritornò a Vernante, ma non osò raccontare nulla all’amica. Era una Carla nuova quella emersa a Cuneo e lei stessa non si riconosceva. Forse ad Ada non sarebbe piaciuta.
Il giorno dopo scesero entrambe in paese per fare la spesa. Non si parlava d’altro che del delitto.
«Avete sentito che è stato arrestato il colpevole, anzi la colpevole».
«No» – disse Carla – «chi è l’assassina?»
«Un delitto passionale, come si sospettava in paese. E’ stata la moglie dell’amante ad uccidere la figlia del farmacista: la signorina Sabrina da mesi aveva una relazione con il capostazione. Sua moglie conosceva le abitudini della ragazza. Sapeva che ogni giorno andava a correre sempre lungo lo stesso percorso; l’ha seguita con la sua Panda nera e le ha sparato sulla strada verso Palanfrè».
«Sono stati bravi gli inquirenti»- commentò Ada – «Hanno risolto velocemente il caso».
«No, è stata la donna a confessare».
La conversazione fu interrotta dal trillo del telefono di Carla.
«Ciao Carla. Sono Riccardo. Voglio che tu sappia da me che il caso è risolto».
«Ti ringrazio» – rispose Carla con voce che tradiva l’emozione – «ma non per merito mio».
“E neanche mio» – replicò Riccardo – «L’assassina ha confessato. Un delitto passionale”.
«A me ha comunque fatto piacere incontrarti» rispose Carla, stupita dalla sua coraggiosa ammissione.
«Posso farti una domanda?» , aggiunse Riccardo .
«Certo», rispose Carla con una certa apprensione.
«Sei libera questa sera?»

Rosita Perlo

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