il burattino

Una lugubre notte d’inverno si faceva avanti inglobando tutto ciò che aveva attorno portando alla morte ogni singolo avanzo di luce che vi era nei dintorni della casa nella via principale di una piccola cittadina a Nord. La casa era tutta arroccata su sè stessa, un’edificio decadente e lacunoso di qualche tegola su di un tetto spiovente e purpureo. Le ragnatele, assieme qualche ramo d’edera, vestivano la struttura di un color madreperlaceo allorchè la rugiada umettava alla comparsa dell’aurora e del crepuscolo, sicchè l’orripilante stamberga pulsava di una bava velenosa la di cui lei saliva destava paralisi nei più languidi manchevoli spiriti.

Lo stabile, abbandonato da tempo immemore per impossibilità di valuta era stato dichiarato in fermo per ogni questione e, il tempo, si era impossessato di lei dandole l’epiteto “Casa degli Incubi” da parte dei contadini che lavoravano le terre nei dintorni, tanto che coloro i quali erano soliti operare in quei nefasti paraggi, una volta fattovi ritorno nelle proprie dimore, pennellavano di come nell’edificio vi albergassero presenze maligne e linguacciute figure. La struttura, inoltre, aveva avuto negli anni pochi possessori per il dovuto caso di saturare l’animo in una sagoma capiente e rigurgitante di angoscia, preciso anche dal fatto di possedere dirimpetto la porta d’ingresso un giardino con uno o due alberi, spesso spogli, ma rigogliosi di radici che sondavano il lotto di terriccio graveolente.

Acquino Simone

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