Annunci
Banner Estra

Ecco che il rilassamento stava trovando spazio tra il disordine di una giornata inconcludente. Ancora una volta avevo netta la sensazione di assistere ai miei pensieri piuttosto che elaborarli. Una partecipazione distorta e distaccata dai destini dei miei ragionamenti, come fossi il mio miglior analista piuttosto che il padrone dei miei processi mentali. Prima di cadere nell’allucinazione ormai a me fin troppo nota, per la quale «i miei pensieri non li sento come miei», spensi il mozzicone di canna nel posacenere dell’auto e lo gettai dal finestrino che mi affrettai a richiudere. Il buio notturno – pareva così cupo da dimostrarsi irreale – mi strappò un breve lamento. Il nuovo ospedale, intravisto in lontananza con tutte le sue fredde luci, assumeva la forma di una astronave appena atterrata nello spazio aperto di Galciana, ai limiti del comune di Prato. La distorsione della realtà, e della sua percezione, mi aveva reso amico intimo dell’hashish fin dalla prima adolescenza. Talvolta il fumo mi aveva lasciato preda della paura di non essere nel pieno controllo delle mie azioni. Avevo infatti l’impressione che le parole uscissero senza accuratezza, come fossero registrazioni casuali prelevate da un mondo interiore che, per quanto mio, si manifestava come sconosciuto. La secchezza della bocca mi convinse, dopo un tempo che mi parve dilatato, a girare la chiave del motorino di accensione dell’auto. Sentii stridere la cinghia di trasmissione e accolsi quell’urlo meccanico con una bestemmia che fece aprire lentamente gli occhi della mia ragazza.
«Hai fumato da solo, sento» esordì annusando rumorosamente l’aria pastosa e gravida di fumo.
«Già». Commentai sbadigliando.
«Sei sempre stato un signore». Polemizzò volgendo lo sguardo fuori dal proprio finestrino.
La super skunk, ibrido in laboratorio di alcune varietà di cannabis, non mi dava molta tregua e mi obbligava ai monosillabi, schiacciandomi sul sedile. Provai a ribattere. «Non si svegliano le principesse con una canna»
«Vero» rispose. «Ma tu non lo fai neanche con un bacio. Da un sacco di tempo».
Eccoci, pensai annoiato. La sua lamentala più gravosa stava tornando prepotentemente d’attualità.
Francesca aveva poco più di quarantacinque anni e una serie indefinita di amori lasciati sospesi nel limbo dei sentimenti consumati. L’ultimo lo aveva allontanato con forza soltanto pochi mesi prima, convinta che con me avrebbe potuto vivere la pienezza dell’amore.
«Cazzate». Pensai con riferimento alla pienezza dell’amore.
«Cazzate». Sibilai alludendo alla storia del bacio alla bella addormentata nel bosco.
Francesca si irrigidì e con lei tutta l’aria nell’abitacolo dell’auto. Ingranai la retromarcia ma ciò non stemperò l’atmosfera che si appesantì appena cominciò a suonare fastidiosamente il congegno che avvertiva di indossare le cinture di sicurezza.
«Ti puoi allacciare?» Domandai mentre finalmente l’euforia che attendevo cominciò a farsi strada in direzione della ricompensa ingiustificata e del riso piacevole per quanto immotivato.
«No, guarda, piuttosto fermati e fammi scendere che non ho più voglia di respirare la tua stessa aria». Sbottò con rabbia.
Sapevo che se mi fossi fermato e l’avessi lasciata scendere non sarebbe più stato possibile rivederla. Mi affrettai a frenare, quasi inchiodando.
«Scusa». Dissi e subito aggiunsi «Per la frenata». Mi sembrò giusto precisare per non alimentare false speranze. Ero stanco di una donna che non avevo mai desiderato e che avevo sopportato per paura della solitudine. Sensazione che avevo scoperto alienante dal momento in cui era morta mia madre.
Francesca mi guardò stupefatta. Poi lo sguardo si strinse in due fessure sottili da cui partì una stilettata d’odio che mi impaurì. Ma la skunk trasformò lo spavento in una risata che, mi accorsi in ritardo, assunse la venatura del sarcasmo. Maledetta dispercezione, maledetta dopamina. Non riuscivo a bloccare il riso.
«Scusa» mi scappò tra le convulsioni delle risate finalmente trattenute a stento.
«Scusa un cazzo». Scese sbattendo lo sportello e allontanandosi nel freddo della notte novembrina.
Non avevo voglia di fermarla ma fu più forte di me scendere a mia volta e chiamarla.
«Francesca aspetta» dissi con la stessa convinzione con cui mi ero accompagnato a lei.
Lei intuì le mie deboli intenzioni e non accennò a fermarsi. Provai a muovere qualche passo e sentii crescere l’agitazione. Riconobbi la sensazione. Era la paura di rimanere solo, a affrontare un’esistenza che non mi piaceva. Una vita che incastravo in un bilocale spoglio preso in affitto per l’incapacità di continuare a stare nella casa dove era morta mia madre, consumata da un cancro testardo e aggressivo. La libertà dal rapporto inconcludente con Francesca mi risultò improvvisamente insopportabile, come una vertigine che colpisce quando si è giunti alla fine di una scalata che tanto avevamo desiderato portare a termine. Mi misi a correre per recuperare il terreno perduto, agitandomi nell’assurda speranza che questo potesse convincere Francesca ad abbandonare il proposito di lasciarsi alle spalle anche quell’ennesimo rapporto.
Ansimai. «Amore aspetta!» Mi scappò di nuovo da ridere mentre proferivo la parola amore. Come se mi fosse stata imboccata da un satiro con il solo scopo di farmi fare la figura del cretino durante la presentazione della tesi di laurea. Feci ancora lo sforzo di andare oltre, ma Francesca mi apparve lontana. Fisicamente ed emotivamente. Lasciai perdere e tornai verso l’auto, con la testa libera da ogni pensiero, che risultò più distante di quanto mi fossi reso conto. Raggiunta mi accorsi di non avere le chiavi in tasca. Frugai ancora nel giubbotto di pelle. Poi di nuovo nei pantaloni. Niente. Nessuna chiave se non quelle della villetta dove ancora viveva mio padre. Le chiavi del mio appartamento erano in auto e quelle della macchina chissà dove, inghiottite nel buio notturno di Galciana. Presi a camminare verso Vergaio dove avevo abitato fino a poco tempo prima con i miei genitori. Lì, a svariate centinaia di metri da dove avevo lasciato l’auto, lungo una carreggiata desolata come tutta la periferia pratese, avrei trovato le chiavi di riserva della macchina. Ma non della mia vita.

La giornata gli era parsa inconcludente, come tante altre che gli avevano ingombrato la vita da quando le era morta la moglie. Oramai settantenne, il vedovo abitava in una villetta a due piani costruita lungo una carreggiata desolata dell’informe periferia pratese. Per l’esattezza più che periferia si trattava di Vergaio, gloriosa frazione a forma di paese costruito su due strade, che aveva dato i natali a un decorato attore, famoso in tutto il mondo. Il vedovo non era famoso, se non per gli attacchi d’ira che lo avevano caratterizzato nell’immaginario ristretto dei pochi abitanti della frazione. Secondo i compaesani non era altro che un fascista arrabbiato. Secondo lui, invece, era un esperto di evoluzione poiché faceva errori sempre diversi. Questo, a suo dire, lo rendeva sempre più competitivo nel miglioramento di sé e della specie. La sua specie in realtà non è che fosse particolarmente significativa nella millenaria storia dell’evoluzione umana. Il figlio era un quarantacinquenne che aveva vissuto con lui e con la madre fino alla morte della donna, avvenuta tre anni prima, per un brutto tumore che né la medicina né la religione erano riusciti miracolosamente a sconfiggere. Ciò aveva ulteriormente fatto crescere la rabbia nel settantenne, che non lesinava bestemmie contro dio e accuse di incompetenza a medici e scienziati in genere. Rabbia che si distraeva raramente dal vero oggetto dell’ossessione del vedovo: gli extracomunitari. Li divideva i due grandi categorie, i negri e gli albanelli. Tra i negri inseriva tutti coloro che avessero provenienza africana o latino americana. Gli albanelli erano tutti gli altri: Albanesi, Rumeni, Ucraini e Russi, Rom e Sinti. Per la verità l’avvento a Prato, negli ultimi quindici anni, di circa quarantamila cinesi aveva fatto vacillare la divisione in due categorie dei suoi peggiori nemici. Risolse il tutto con una semplicità semantica che stupì perfino se stesso. Definì i cinesi negri gialli e chiuse la sua riflessione antropologica.
«Questa città ha una pessima opinione di sé» sentenziò chiudendo la televisione che trasmetteva dal canale 18 del digitale terrestre. Nadia Parente, la giornalista di Notizie di Prato e Toscana TV aveva appena raccontato una brutta storia di riti sacrificali, serial killer e smaltimento illegale di rifiuti tessili avvenuto in quei giorni nella città di Prato. L’età dell’oro della città si era smarrita, sempre che si fosse mai stato un momento di raggiante felicità per una popolazione indaffarata in una produzione con poche regole e troppe ore di lavoro.
«Mi sto comportando talmente bene che sudo acqua santa» bestemmiò il vedovo mentre puliva la dentiera e la cospargeva con la pasta adesiva prima di collocarla di nuovo sulle gengive consumate dal tempo. Non gli piaceva rimanere con la bocca sguarnita dalla possibilità di mordere. Non si fidava di nessuno. Preferiva bastare a se stesso pur di non dover dare né chiedere niente. Anche suo figlio era fuggito non appena la moglie aveva esalato l’ultimo respiro. Aveva deciso di farla morire nella loro casa. In quella casa difesa dalla miseria prima, dalle tasse poi, dai quei delinquenti degli albanelli infine. Gente di merda, senza scrupoli. Ladri e violentatori, nella migliore delle ipotesi portati coi gommoni per farci fregare il lavoro. Con l’accordo dei sindacati e dei comunisti al governo della nazione e della città.
«Cara moglie mia» ripeteva spesso prima di trovare la posizione giusta per lasciarsi andare al sonno.
Poi continuava senza trovare la lucidità per comprendere quanto fosse patetico un dialogo a voce alta con la moglie morta. Quella donna che non aveva mai amato se non in quell’unico attimo in cui si decide di smettere di sognare. Quella sera, nonostante la giornata si fosse mossa fin dall’inizio nel solco dell’inconcludenza, il vedovo trovò nelle parole per la moglie il giudizio severo, per nulla scontato, di una vita di coppia consumata senza slanci né passione.
«Ci siamo sempre raccontati banali bugie. Ci siamo nascosti la più evidente delle verità e lo abbiamo fatto con discrezione». Tossicchiò imbarazzato e sorpreso dalla piega che stava prendendo il suo ragionamento. Al tempo stesso sentiva finalmente liberarsi l’animo da un peso che da troppo tempo gli ostacolava la possibilità di esprimere compiutamente tutta la rabbia che provava per la moglie morta. A cui rimproverava non aver saputo fare meglio che andarsene e lasciarlo solo.
«Abbiamo fatto finta che la nostra casa a Vergaio fosse il nostro desiderio più alto. E che nostro figlio fosse la realizzazione di un sentimento che potevamo soltanto immaginare fosse invidiato da tutti quegli idioti merdosi dei nostri vicini di casa. Le nostre reciproche bugie sono state lo scrigno in cui custodire il fantasma di un amore che non abbiamo mai provato, né io per te né tu per me».
Riprese fiato, un po’ sorpreso dalla linearità del proprio ragionamento che riconosceva vivido, intenso e nitido.
«È durato tutto il tempo che abbiamo potuto vivere insieme. Insieme ma separati dalla consapevolezza che soltanto la conoscenza dei nostri odori non ci rendeva degli estranei».
Il pensiero cominciava a diventare insopportabile ma riuscì a portarlo a termine.
«Non ci è mai servito a nulla capirci. Non ci è mai interessato sapere quali fossero le nostre più nascoste e profonde aspirazioni. Abbiamo avuto così paura che i nostri sogni fossero completamente diversi tra loro, così inconciliabili, che abbiamo deciso di impedirci di sognare».
Ma non aveva la sensazione di aver buttato via un’intera vita. Sentiva piuttosto un odio sordo e crudele nei confronti di chi si illude di poter condividere un amore.
Detestava gli slanci e distoglieva lo sguardo quando questo incontrava una coppia che si abbracciava. Provava risentimento nei confronti degli innamorati come di coloro che si adoperano in iniziative solidaristiche o che agiscono la politica senza che questa gli possa garantire una qualche forma di rendita.
Da questo punto di vista suo figlio aveva appreso la lezione. Single senza prospettiva di darsi una compagna, aveva fatto del disimpegno sentimentale un motivo di orgoglio per suo padre.
Non aveva mai desiderato un nipote. Dei marmocchi detestava la confusione chiassosa che erano in grado di produrre in quantità industriale.
Con il sollievo determinato da quella solitudine che gli permetteva di godere del silenzio della villetta di Vergaio, il vedovo stava lentamente scivolando nel sonno giunto alla fine di una giornata inconcludente.
Ma il rumore che veniva dal piano terra, probabilmente dal salotto, risvegliò nel vedovo la paura di essere attaccato nella sua proprietà. E dalla paura si mosse rapida la sua collera primordiale.

Rimisi le chiavi di casa di mio padre in tasca. Ancora in preda allo sballo, decisi di non accendere la luce del corridoio che dall’ingresso portava al salotto.
«Non ho voglia di svegliare il vecchio, non ho voglia di spiegargli che cazzo ci faccio alle due di notte in giro per casa. Non ho voglia di raccontare che ho perso, in un colpo solo, fidanzata e chiavi dell’auto. No, non ho per nulla voglia». Il mio pensiero stava galleggiando nell’assenza e nell’apatia.
Costeggiai il muro alla mia destra. Superai la porta della cucina da cui proveniva, forte, l’odore di carne alla piastra. Mi fermai allungando prudentemente la mano destra per intercettare la vetrinetta nella quale mio padre teneva i fucili da caccia. In legno, alta e stretta, conteneva una carabina, una doppietta e un fucile automatico di cui mio padre andava fiero. Fin da bambino avevo osservato la vetrinetta. Sempre venivo attraversato da un brivido di terrore e, al tempo stesso, rimanevo attratto dal potere che derivava dall’imbracciare uno di quei maledetti fucili. Che fossero degli arnesi maledetti ne era testimonianza Elvira, che dovette riconoscere il corpo del figlio che non tornò più vivo da una caccia al cinghiale fatta nei dintorni di Vernio, ad un passo dalla linea gotica sull’Appennino a trenta chilometri a nord di Prato. Doveva essere spaventoso dover seppellire un figlio ammazzato da un’arma da fuoco in tempo di pace.
«Ma a me non sarebbe mai successo» pensai escludendo l’ipotesi di fare un figlio.
A ben guardare – ma forse il fumo era corresponsabile dei miei pensieri – neanche mio padre avrebbe mai deliberatamente scelto di avere un figlio. Non era il tipo da desiderarne uno. Né da cercare di capire perché me ne fossi andato di casa ultra quarantenne e soltanto dopo la morte di mia madre.
Entrai nel salotto e mi avvicinai al mobile nel quale tenevamo il doppio delle chiavi. Le avrei riconosciute al tatto, le scanalature delle chiavi di accensione delle auto sono inconfondibili. Tirai il cassettino del mobile basso del salotto, quello che avevamo comprato a Quarrata pochi anni prima e che riecheggiava la forma di quei mobili settecenteschi, tutto curve e ribaltina. Infilai la mano e tastai spostando un pacchetto di fogli per cercare la chiave. Che non trovai. Riconobbi i fogli. Erano banconote che immaginai potessero essere di mio padre, frutto di quei traffici che ancora impegnavano le sue giornate, per quanto immaginassi inconcludenti. Mi aggiustai la giacca di pelle. Passai all’altro cassettino che ebbi difficoltà a aprire. Forzai la maniglietta e tirai fintanto che si aprì rumorosamente. Non ebbi tempo di fiatare e una bestemmia mi sfiorì sulla bocca intravedendo nella poca luce che filtrava dalle grate messe a protezione della finestra la chiave sostitutiva dell’auto.
«Missione compiuta. Giornata inconcludente ma con un lieto fine». Osservai tra me.
Poi fui preso dalla curiosità e riaprii il primo cassetto. Agguantai le banconote e cominciai a contare i fogli da cinquanta euro.
Sorrisi a pensare a mio padre che ancora trafficava e che ancora dimostrava al mondo quanto potesse essere capace. Rivolsi lo sguardo verso la tenue luce che trapelava dalla finestra. Sentii tuonare e quel tuono fu il fragore finale di una giornata inconcludente.

«Altro che tempo di pace» Si incoraggiò il vedovo. Non indossò le pantofole. Poggiò i piedi nudi sul pavimento freddo della camera da letto.
Il rumore che era provenuto dal piano terra della villetta non gli aveva fatto pensare a niente che non fosse un’effrazione. Se ne leggevano tante e al circolo ogni poco arrivavano notizie di razzie notturne, furti e rapine fatte senza trovare opposizione da parte delle malcapitate vittime italiane.
Si avviò rapido lungo le scale. Attento a fare meno rumore di quel bastardo che armeggiava il mobiletto finto settecentesco comprato poco tempo prima a Quarrata, un paese tra Prato e Pistoia.
Intravide la figura di un uomo con la giacca di pelle, di spalle, che contava i suoi soldi, frutto di un’attività commerciale che gli teneva compagnia in quei giorni che gli sembravano l’uno identico all’altro, e sempre inconcludenti. Lo sentì anche sghignazzare.
Il vecchio vedovo sentì crescere in sé la rabbia per l’affronto, per il furto che stava subendo. Di più. Provava un senso incontrollato di collera perché si sentiva defraudato dal suo tempo passato, dei momenti leggeri in cui aveva provato l’ebbrezza della forza e del rispetto che gli veniva portato per quella.
Aprì la vetrinetta dei fucili e imbracciò quello che lo faceva sentire onnipotente. Era uno automatico, a quattro colpi, già in canna. Esplose il primo e gli sembrò che fosse assordante come un tuono.
Provò una fitta di piacere che dal perineo salì fino all’inguine.
Gioì sparando il secondo colpo che colpì la figura mentre già si trovava a terra.
Lo scoppio del terzo gli dette la sensazione che si fosse conclusa la vita dell’uomo con la giacca di pelle.
Provò una fortissima vertigine ma non perse i sensi.
Guardò il corpo riverso sulla pancia e notò le chiavi di un’auto accanto al corpo esanime. Spazzò l’atmosfera intorno con uno sguardo furioso ma fu subito assalito da un tragico dubbio.
Tutta l’aria puzzava di polvere da sparo. Sul pavimento si era spenta, tra fiotti di sangue, una vita.
E con quella il fragore finale di una giornata inconcludente.

Sandro Malucchi

[Voti: 0    Media Voto: 0/5]