Il Natale che ero una renna vidi il Babbo Natale più triste della storia dei Babbi Natale. Io ero mascherata da renna perché all’epoca studiavo e basta e per racimolare qualche soldino durante le festività natalizie mi adattavo a lavoretti di promozione nei centri commerciali o nei punti vendita della città. Il cliente quell’anno era un noto brand della telefonia mobile e voleva che noi promoter ci abbigliassimo da personaggi natalizi e facessimo sculture con i palloncini per attirare l’attenzione dei bambini e suscitare l’interesse dei grandi verso gli ultimi modelli di cellulari del periodo. La beffa fu che non fui chiamata per coprire l’intero arco di tempo della promozione, ma solo i primi due giorni, ero dunque il rimpiazzo della renna titolare, senza contare che il costume era enorme, largo, soffocante e sopra il capo avevo un’impalcatura ovale, la testa della renna per l’appunto, grossa come un televisore a cinquanta pollici che potevo sostenere unicamente indossando una specie di passamontagna. La vera umiliazione avvenne quando la Responsabile che era venuta a controllare che la promo stesse andando bene, volle, per agevolarmi disse lei, aprire il varco che fino ad allora mostrava al mondo solo i miei occhi, rendendo tutto l’intero ovale del mio volto visibile. L’unico vantaggio di quella promo fu che imparai a modellare i palloncini, fu grazie ad essa se oggi, a distanza di molti anni, so ancora creare simpatiche sculture quali: il cagnolino, la giraffa (variante del cagnolino, solo col collo più lungo), la spada (la sua variante, la sciabola, no), il fiore, e poi da sola per diletto, grazie a dei tutorial su internet, imparai l’ombrello e il ragno, che, modestamente, non sono esattamente una passeggiata, ma non divaghiamo.
Si sa, i centri commerciali sono posti che già andrebbero evitati a priori, ancor di più sotto Natale, quando cioè si trasformano in dei veri e propri gironi danteschi. Io ero lì per lavoro, ed ero anche una renna provvisoria non di ruolo, quindi potevo quasi ritenermi fortunata, ma lui, quel Babbo Natale lì, lo ricordo con profonda tristezza. Non credo avesse raggiunto i cinquant’anni, ma per come li portava, la sua espressione di disperazione e l’aria dimessa, ne dimostrava dieci di più. Prima di iniziare la promo parlammo un po’, mi disse che il lavoro precedente a quello era stato in un call center, ma che balzava da un contratto a tempo all’altro, mai nulla di stabile, quel giorno, il primo di lavoro come Babbo Natale, era venuto al centro commerciale con i mezzi pubblici, perché non disponeva di una macchina sua e viveva ancora con i suoi genitori non potendo permettersi né una casa sua né un affitto altrove. Mi si strinse il cuore, mi venne in mente “Pagliacci” pensando al suo reale stato d’animo, al suo malessere interiore in contrasto totale con la giocosità e il brio del suo travestimento. Passai tutto il resto del giorno a rimuginare sulla sua condizione e sulla mia, su quanto, senza averci mai riflettuto, fossi fortunata, io sostituta di una renna natalizia, ma solo per scelta, studentessa all’Università, futura lavoratrice chissà dove, ma libera sempre e comunque di scegliere, qualsiasi cosa, anche di fare la renna, ma mai per reale e necessario bisogno. Babbo Natale si chiamava Alberto, la sua attività durante la promo era di accogliere quanti bambini si fossero avvicinati a lui per chiedere l’agognato dono o fare una foto insieme, io pensavo che nemmeno quell’intermittente sorriso triste, maldestramente nascosto dalla finta barba, ma comprovato dall’inarcamento degli occhi, fosse sufficiente ad ingannare anche un occhio distratto. Eravamo nella galleria centrale, le prime quattro ore finirono in fretta, facemmo una pausa di trenta minuti, io e la mia collega renna, un ragazzo ventenne sbarbatello, andammo ad acquistare un tramezzino al bar, Babbo Natale Alberto si era portato un panino da casa, e abbassatosi la barba finta, restando seduto lì dov’era, sempre con addosso la casacca bianca e rossa, morse senza entusiasmo il panino liberato dalla stagnola.
Mi offrii di accompagnarlo alla più vicina metropolitana quando staccammo il turno, nel pomeriggio, così i mezzi da prendere per tornare a casa sarebbero stati solo due anziché tre. Prima di uscire dalla Seicento mi ringraziò commosso mille volte, ero stata gentile, disse.
Sono passati moltissimi anni da quel giorno, moltissimi lavori, facce, eventi, eppure non ho mai dimenticato quel Babbo Natale, forse il più triste nella storia dei Babbi Natale, e ogni volta che durante le festività natalizie mi capita di vedere qualcuno vestito da Babbo Natale, ripenso ad Alberto e mi auguro che, ovunque sia, qualsiasi cosa stia facendo, sia felice.

Anna Pasquini