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19/01/2022
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Indira Ghandi diventa primo ministro dell’India

Il 19 gennaio 1966 il partito del Congresso Nazionale Indiano nomina Indira Ghandi come suo leader e quindi primo ministro, prima donna in India a diventarlo, in seguito alla morte del precedente primo ministro e membro del partito Lal Bahadur Shastri.

Indira fu l’unica figlia di Kamla e Jawaharlal Nehru (1889–1964), Primo Ministro dell’India dal 1947 alla morte. I Nehru, illustre famiglia di casta Brahmina, vennero convertiti alla causa dell’indipendenza indiana dal dominio coloniale britannico, grazie all’incontro con il Mahatma Gandhi nel 1919. La giovane Indira subì l’influenza del forte impegno politico di suo padre e di suo nonno Motilal, ma anche le tensioni, le assenze e le ripetute carcerazioni dei parenti più prossimi.

Dopo ripetuti soggiorni in Svizzera per curare la madre affetta da tubercolosi, a 17 anni lasciò l’India per l’Europa, per cominciare i suoi studi superiori a Oxford (da cui sarà espulsa per cattiva condotta), e poi rientrare a completarli nel suo Paese. Prese il nome dal marito Feroze Gandhi (che non aveva legami di parentela con il Mahatma), sposato nel 1942, dal quale però si separò presto. Ebbe con lui due figli, uno dei quali, Rajiv, divenne suo successore come primo ministro.

L’affacciarsi in politica di Indira coincise con il raggiungimento dell’indipendenza indiana nel 1947 e la nomina del padre a Primo ministro. Fino alla sua morte, Indira ne fu la persona più vicina e devota alleata, accompagnandolo nei viaggi ufficiali in India e all’estero.

Nel 1959 divenne ministro dell’Informazione nel governo di Lal Bahadur Shastri, dal 1964 al 1966. Alla morte di Shastri avvenuta l’11 gennaio 1966, il partito del Congresso la scelse per guidare il partito e diventare primo ministro, molti dei membri che la votarono la ritenevano più manovrabile in quanto donna, ma Indira rivelò presto di non essere la marionetta che alcuni di coloro che nel partito l’avevano votata speravano.

Nel 1967, per la prima volta, il Partito del Congresso subì un forte calo di consensi dovuto alla forte presenza di correnti di estrema sinistra in alcuni governi regionali. Il partito si divise in due tronconi, uno conservatore e l’altro progressista.

In tale situazione di incertezza Indira Gandhi agì in maniera apparentemente non coerente: dapprima tentò di estromettere i governi di sinistra dell’Uttar Pradesh e del Bengala Occidentale; successivamente, dopo la vittoria della destra nelle consultazioni elettorali del 1968-69, sembrò assumere posizioni più vicine alle sinistre poiché, nel giro di pochi giorni, procedette alla nazionalizzazione di una decina di banche d’affari al fine di assicurarsi il consenso di socialisti e comunisti in vista delle elezioni presidenziali che si sarebbero tenute nel 1969. Intraprese una robusta politica di riforma terriera, pose limiti alla proprietà privata e cancellò i privilegi e le rendite superstiti dei nobili, nell’intento di sradicare la povertà e le macroscopiche ingiustizie del Paese.

Col supporto di formazioni politiche esterne, Indira e la sua fazione riuscirono a rimanere comunque al governo e la successiva campagna elettorale la vide trionfare. Nell’agosto del 1971 firmò un trattato ventennale di cooperazione e amicizia con l’Unione Sovietica, poiché i legami con gli Stati Uniti, coltivati dal padre, avevano subito nel frattempo un progressivo deterioramento.

Nonostante il potere più che consolidato, le riforme di Indira non ottennero i risultati sperati, anche a causa del costo enorme della vittoria nella terza guerra indo-pakistana e l’emergenza causata dall’imponente esodo di profughi giunti in India a causa della stessa; il disastro dei raccolti negli anni 1972-73, la crisi energetica del 1973 e il contemporaneo sforzo nucleare del Paese, che nel 1974 si dotò della bomba atomica.

Nel 1975, un tribunale la ritenne colpevole di brogli elettorali e la condannò all’interdizione dai pubblici uffici per sei anni. Nello stesso anno il paese fu attraversato da un’ondata di scioperi, proteste e spinte secessioniste, che portarono la Gandhi a proclamare lo stato d’emergenza nazionale e a prendere misure severe contro le opposizioni: i diritti civili vennero sospesi e furono promulgate leggi speciali per rendere ineffettiva la sentenza della Corte Suprema che l’aveva accusata di brogli. Migliaia di oppositori e sindacalisti vennero imprigionati, molti sparirono nel nulla, la libertà di stampa ridotta ai minimi termini.

Indira Ghandi nel 1977, pochi anni prima del suo assassinio.

All’inizio del 1977, a sorpresa Indira rilasciò i prigionieri politici, pose fine allo stato d’emergenza ed annunciò elezioni per il marzo seguente; quando il paese tornò alle urne, tuttavia, il suo partito venne sconfitto e Indira, un anno dopo, fu addirittura incarcerata per alcuni giorni.

I due governi che si succedettero fino alla fine del 1979, una volta ripristinati i diritti civili, non seppero proporre altre riforme né soluzioni ulteriori per gli enormi problemi che affliggevano il Paese, e nuove elezioni vennero indette per il gennaio 1980. Indira, nel frattempo si era affermata come capo dell’opposizione, si era riorganizzata e in pochi mesi aveva fondato un nuovo partito. Vinse le elezioni, che le consentirono di ritornare alla guida del governo. Il suo secondo mandato iniziò il 14 gennaio di quell’anno. Il nuovo mandato non vide l’India registrare i precedenti progressi economici e industriali, ma fu altresì segnato dai tumulti nazionali; nel nord-est gli Stati tribali erano in fermento e l’Unione Sovietica aveva invaso l’Afghanistan. Indira decise di ricorrere all’esercito per domare le rivolte politiche e sociali e alle forze dell’ordine per imprigionarne i capi.

Indira Gandhi morì infine il 31 ottobre 1984, uccisa dalle sue due guardie del corpo sikh che intendevano vendicare la brutale repressione del movimento rivoluzionario sikh.

Luogo dove Indira fu assassinata, il punto esatto è di vetro.

Immagine d’apertura: foto di Indira Ghandi nel 1966, anno in cui divenne primo ministro dell’India

Bibliografia e fonti varie