Il 23 maggio 1915, il Regno d’Italia, sotto il governo del primo ministro Antonio Salandra, dichiara guerra all’Impero Austro-Ungarico, entrando così nella prima guerra mondiale a fianco dell’Intesa Cordiale composta da Repubblica Francese, Impero Britannico e Impero Russo.


Vignetta satirica sulla neutralità italiana: il re d’Italia Vittorio Emanuele (centro) assiste al tiro alla fune fra Imperi centrali e le nazioni dell’Intesa

La prima guerra mondiale, chiamata inizialmente dai contemporanei “Guerra europea“, con il coinvolgimento successivo delle colonie dell’Impero britannico e di altri paesi extraeuropei tra cui gli Stati Uniti d’America e l’Impero giapponese prese il nome di guerra mondiale o anche Grande Guerra. Il più grande conflitto nella storia umana fino alla seconda guerra mondiale, la Grande Guerra ebbe inizio il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo. A causa del gioco di alleanze formatesi negli ultimi decenni del XIX secolo, la guerra vide schierarsi le maggiori potenze mondiali, e rispettive colonie, in due blocchi contrapposti: da una parte gli Imperi centrali (Germania, Impero austro-ungarico e Impero ottomano), dall’altra gli Alleati rappresentati principalmente da Francia, Regno Unito, Impero russo e, dal 1915, Italia.

Dopo l’attentato di Sarajevo Austria-Ungheria e Germania avevano deciso di tenere all’oscuro delle loro decisioni l’Italia, in considerazione del fatto che il trattato di alleanza avrebbe previsto, in caso di attacco dell’Austria-Ungheria alla Serbia, compensi territoriali per l’Italia. Anche in considerazione di ciò fu adottata dall’Italia una posizione di neutralità, decisione presa definitivamente Consiglio dei ministri del 2 agosto 1914 e diramata la mattina del 3. Sebbene la neutralità avesse inizialmente un consenso unanime, gruppi interventisti minoritari andarono formandosi nell’autunno 1914 fino a raggiungere una consistenza non trascurabile dopo appena pochi mesi; gli interventisti paventavano la sminuita statura politica, incombente sull’Italia, se fosse rimasta spettatrice passiva: i vincitori non avrebbero dimenticato né perdonato, e se a prevalere fossero stati gli Imperi centrali si sarebbero vendicati della nazione vista come traditrice di un’alleanza trentennale. Inoltre, gli interventisti vedevano nella guerra l’occasione di vendicare tutte le sconfitte e le umiliazioni del passato e consentire così di completare l’unità d’Italia con l’annessione delle “terre irredente“, che tra l’altro la Triplice intesa avrebbe assicurato all’Italia se si fosse schierata al suo fianco. Così, il ministro degli Esteri Sidney Sonnino iniziò le trattative con entrambe le parti per ottenere i maggiori compensi possibili: le richieste territoriali avanzate dagli italiani agli austro-ungarici, riguardanti la cessione del Trentino e del Friuli fino al fiume Isonzo e l’autonomia per la città di Trieste, furono interamente rigettate da Vienna, disposta solo a limitate rettifiche della frontiera. I delegati italiani negoziarono allora segretamente con la Triplice Intesa, ottenendo promesse circa la cessione di ampi territori comprendenti l’intero Trentino-Alto Adige fino al Passo del Brennero, Gorizia, Trieste, l’Istria e parte della Dalmazia. Il 26 aprile 1915 fu così firmato il patto di Londra, con il quale l’Italia si impegnava a entrare in guerra entro un mese. Il 3 maggio successivo la Triplice alleanza fu denunciata e fu avviata la mobilitazione; il 23 maggio infine l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria ma non alla Germania, con cui il Governo Salandra sperava di non guastare definitivamente i rapporti.

Durante la guerra, l’Italia militarmente non riuscì mai a sfondare all’interno del territorio austriaco, sopportando a stento una posizione difensiva sempre più fragile, con sconfitte storiche e clamorose come quella di Caporetto(24 ottobre – 12 novembre 1917) che costrinse l’esercito italiano a ripiegare fino al Piave. La guerra, vinta dall’Intesa in buona parte grazie al tardo intervento degli Stati Uniti, distrusse equilibri politici consolidati da decenni e ridisegnò i confini nazionali di Europa e Medio Oriente: quattro grandi imperi (tedesco, austro-ungarico, russo e ottomano) erano scomparsi lasciando al loro posto nazioni prostrate dalla guerra. La spartizione dell’impero coloniale tedesco, diviso tra Francia, Regno Unito e Giappone, generò lo scontento dell’Italia, aggravato dalla negazione di molte delle promesse fattele nel patto di Londra del 1915 e dando un potente strumento ai nazionalisti italiani che poterono parlare di una “vittoria mutilata“. Gli Alleati, e soprattutto il presidente americano Woodrow Wilson, si proposero di organizzare un nuovo sistema globale, fondato sulla risoluzione delle controversie per vie pacifiche e sull’autodeterminazione dei popoli. In un discorso che tenne davanti al Senato degli Stati Uniti l’8 gennaio 1918, Wilson riassunse i suoi propositi in quattordici punti sui quali spiccava il pensiero che dovesse esserci una “pace senza vincitori”, poiché a suo parere una pace imposta avrebbe contenuto il germe di una nuova guerra. Wilson fu tra gli strenui sostenitori della formazione di una “Società delle Nazioni“, organismo internazionale mondiale che scongiurasse altri conflitti: la Società fu formalmente istituita il 28 giugno 1919 ma il Senato statunitense votò contro l’ingresso degli Stati Uniti nell’organismo, sostenendo invece una forte politica isolazionista del paese.

La prima guerra mondiale fu particolarmente terribile anche nel costo in vite umane. Oltre 70 milioni di uomini furono mobilitati in tutto il mondo (60 milioni solo in Europa) di cui oltre 9 milioni non tornarono più a casa; si dovettero registrare anche circa 7 milioni di vittime civili, non solo per i diretti effetti delle operazioni di guerra ma anche per le conseguenti carestie ed epidemie.