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La voce narrante poco più di una carezza, pause più lunghe tra una frase e l’altra, poi tra una parola e l’altra, piovevano, le parole, come le gocce nella doccia quando l’acqua è già stata chiusa: ogni goccia sembra l’ultima, invece un’altra quatta quatta si sta gonfiando per appesantirsi.
Le palpebre della bambina si chiudevano su una scena del film prodotto in parallelo al raccontare della mamma.
Con una prontezza inusuale per i dubbi, uno di loro fece in tempo a insinuarsi un attimo prima che svaporasse l’immagine. Un sospetto preciso, lecito, nitido, da dipanare immediatamente.
«Mamma, ma non sarà che la tua nonna si è inventata tutto?».
Quello che svaporava era il proposito della mamma di immergersi fra le dune del piumino color sabbia; d’altronde il ruolo di saggia cronista le andava alla perfezione. Perché smettere?
«Mia nonna raccontava quello che aveva vissuto in prima persona e quello che gli avevano raccontato. Verità e non verità non sono così distanti, un po’ di invenzione ci può stare. Le esperienze formano i pensieri, i pensieri diventano ricordi. Restano, si perdono, vanno, vengono, tornano, ritornano e figuriamoci se in questo girovagare non si modificano. Noi buttiamo tutto alla rinfusa dentro la mente come fosse un grande contenitore, lì i pensieri si intrecciano e si confrontano. Alcuni sono sempre pronti a litigare, a provocare e la mente cerca di tenerli isolati per evitare disordini. Altri pensieri scoprono di stare bene insieme e decidono di stare uno accanto all’altro come buoni amici, o soci, o innamorati. Così succede che noi pensiamo a una cosa e subito ce ne viene in mente un’altra. Ci sono poi pensieri che stanno in disparte per scelta, sono quelli che verranno dimenticati per primi. I pensieri trasformati in ricordi si camuffano, cambiano vestito, a volte hanno un velo trasparente, a volte un giaccone pesante, noi non li riconosciamo, ci sembrano perfette novità. Ci sono poi i ricordi di comodo, che intervengono e agiscono quando noi abbiamo un problema da risolvere o un malessere da scacciare. Le esperienze vissute, i pensieri nati dalle esperienze, i ricordi lasciati dai pensieri, sono un pacco sorpresa ancora aperto. Mia nonna lo offriva così com’era a chi voleva stare a sentire. E io volevo, non mi stancavo mai del sapore di un tempo andato. Prima di mettermi in posizione di ascolto, cioè con la coperta popolata di orsacchiotti sulle ginocchia e il mio malandato gatto peluche fra le dita, andavo a fare pipì così non dovevo interrompere la liturgia della narrazione. Non ricordo di essermi chiesta se era inventato o vero, mi piaceva così. Grazie alle persone che hanno narrato, scritto, fotografato e filmato, ora sappiamo molte cose di un modo di vivere che allora era considerato normale anche se oggi ci sembra assurdo e complicato».
«e i bambini non si sono ribellati?»
«Come potevano ribellarsi se ci erano abituati? Le abitudini, che fanno sembrare necessarie cose che necessarie non sono, si prendono in automatico: un neonato ha fame, la mamma gli porge il seno, lui beve il latte, si sente meglio, succhierà ogni volta che avrà fame. Ha preso una abitudine. Certamente qualche bambino avrà desiderato e immaginato un ritmo di vita meno intenso, ma erano i grandi a decidere. I genitori credevano che, sbaragliati in un mare di attività, i loro bambini avrebbero potuto scegliere quella giusta e soprattutto che sarebbero stati migliori degli altri. In questo gli adulti erano un po’ cattivelli, mia nonna mi diceva sempre che insegnavano ai bambini a essere più furbi, più ricchi, più potenti degli altri. Gli insegnanti a scuola davano ad ogni bambino un ‘voto’, un numero che più alto era e più il bambino era intelligente e bravo. Si creava un confronto, una competizione continua e possiamo immaginare quelli che avevano voti bassi. Ci soffrivano? Si isolavano? Come si sentivano? Qualcuno per compensare l’umiliazione a scuola si buttava in attività pericolose o illecite, a danno di tutti. Per garantire ai figli una futura libertà di scelta, i genitori li incarceravano in una rigida pianificazione del tempo. E i bambini erano come burattini, venivano accompagnati a scuola, lì dovevano stare fermi e seduti per ore, dovevano mangiare all’ora stabilita anche se non avevano fame, venivano portati a nuoto, poi a cavallo, poi in palestra. A volte, stanchi morti, erano ‘gratificati’ con eventi speciali, tipo una festa compleanno, e per andarci magari stavano un’ora in macchina. Nel traffico la gente risultava nervosa perché aveva fretta, perdere un minuto era come perdere una guerra, per una sciocchezza scoppiavano liti violente. Tutto veniva fatto di corsa, compreso il mangiare, e infatti si masticava poco o niente e ci si poteva ammalare di strani malesseri allo stomaco e alla testa. Un verbo era di moda e la faceva da padrone: stimolare. Più stimoli più azione, più azione più intelligenza, persino nel gioco: più giocattoli più stimoli. Fa un po’ ridere, vero? Sarebbe come dire più lievito metti nell’impasto e più soffice è la torta».
«però se i bambini non potevano ribellarsi, toccava ai grandi cambiare modo di vivere»
«ahi, ahi, ripeteresti il loro errore: la fretta! Certo che l’hanno cambiato. Si sono accorti pian piano che quando un bambino ha un solo giocattolo lo scopre, lo ama, lo vive, lo smonta, lo esamina, lo condivide. Il giocattolo lo intrattiene ed è questo il gioco. Assaporare ogni momento oggi viene valutato come fondamento dello stare bene. La lentezza è benefica, anche nei cambiamenti. Pensa alle sorsate quando hai sete: se il liquido scende poco alla volta il tuo corpo esprime gratitudine, se bevi tutto d’un fiato può fargli male».
«meno male che siamo nel 2087, non riesco nemmeno a immaginare cosa farei in questo momento»
«in questo preciso momento? Saresti a letto, un po’ stanca, un po’ curiosa, con la tua mamma vicino. Forse, però, lei ti direbbe: “… ora basta chiacchiere, vedi di addormentarti subito perché domattina devi alzarti presto per finire i compiti di matematica e preparare la cartella. Ti do una merenda buonissima, è una sorpresa, ma mangiala tu, non darla a qualcuno solo perché è senza. Porta il cartellino di iscrizione per l’uscita didattica, avete l’autobus alle 9.17, appena arriva monta su di corsa, così prendi il posto comodo davanti. E cerca di metterti vicino alla prof così magari ti dà un bel voto. Mentre passiamo davanti al “fast shopping” ricordami di ritirare il pesto per domani sera perché il negozio è chiuso al pomeriggio. Mi raccomando, domattina non farti chiamare tante volte, non abbiamo tempo da perdere, 7.45 massimo io devo essere in stazione. Non farmi perdere il treno, sarebbe un disastro, mi aspettano ad una riunione super-importante con persone molto molto influenti. Oggi pomeriggio ti dà un passaggio la mamma di Alexandra, mi raccomando non lasciarla andare via senza di te perché lei si scorda di sicuro e ti lascia a piedi. Digli di scaricarti in portineria dal mio ufficio, aspettami lì che prima o poi arrivo, cercherò di non uscire tardi ma purtroppo c’è la presentazione del trimestre e voglio essere presente, non mi fido di gente incompetente. Tu mi aspetti in senza non disturbare chi sta lavorando, soprattutto non farmi chiamare al telefono perché mi arrabbio davvero e domani non è proprio giornata, sarò già nervosa di mio. Accidenti, non è stata disdettata la lezione di ippica. Forse riesco a farlo dal treno, ma non potevi ricordartelo anche tu? …”»
Ridendo fra gli sbadigli: «basta mamma, mi fai venire il mal di testa, non avrei potuto sopportarti».
Sorridendo, «mi avresti sopportato invece, non si scelgono né i genitori né quando vivere. A noi è andata meglio, ma chissà quante cose ci criticheranno le future generazioni».
«…..»
Allontanandosi. «Forse diranno che era sbagliato suddividere la giornata fra sonno e veglia ispirandosi alla luce e buio naturali. Forse il tempo non verrà più misurato in giorni o ore, forse non verrà misurato per niente. Forse diranno che era diseducativo con gravi ripercussioni psichiche abbandonare i bambini ai loro sogni…. Buoni sogni, mia piccina».

Ivana Manferdelli

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