Nell’Inghilterra vittoriana, essere obesi non era tanto un problema estetico quanto di salute. L’impresario funebre William Banting, che aveva iniziato ad avere problemi di sovrappeso già dopo i trent’anni, a 66 anni, con i suoi 91 chili per un metro e 65, era arrivato a cumulare parecchie noie, tra le quali un’ernia, problemi alle ginocchia che gli rendevano impossibile scendere le scale, problemi di vista e di udito. Furono questi a determinare un cambiamento nella sua vita, come spiega lui stesso in Lettera sulla pinguedine, un librino grazioso edito da Graphofeel.

Un otorino consigliò a Banting di combattere gli effetti avversi della pinguedine eliminando pane, burro, latte, zucchero, birra e patate, poiché amido e saccarina producevano grasso.

Banting iniziò quindi una dieta a base prevalentemente proteica, che lui considerava ideale. Colazione, pranzo e cena erano tutti a base di carne o pesce, in proporzione variabile tra i 120 e i 150 grammi, escluso il maiale, ma inclusi i rognoni e la pancetta. Erano inclusi anche due o tre bicchieri di alcol, a scelta tra vino rosso, sherry o Madeira a pranzo e cena, e un “cicchetto serale” di whisky, gin o brandy.

La dieta ebbe successo e Banting riuscì a perdere una ventina di chili, che non riprese più, e si trasformo in un entusiasta divulgatore di una dieta decisamente low carb, un po’ low fat e prevalentemente proteica, annunciatrice della dieta Keto. La dieta Banting è stata infatti rilanciata recentemente dal sudafricano Tim Noakes, uno dei propagatori della dieta chetogenica.

Un certo dottor Nichols, all’opposto, nel 1876, propose una dieta a base di carboidrati che poteva essere sostenuta con soli sei penny al giorno, col vantaggio, poi, d’esser moraleggiante perché proibiva tè, caffè e cioccolato, in quanto stimolanti, e il vino in quanto narcotico. Nichols proponeva una dieta a base di pane grezzo e frutta, a cui aggiungere latte, uova, burro e formaggio, e in quantità più rare pesce e carne. Si trattava però di una dieta ad usum poveri, finalizzata a sfamare, ma la cui povertà indignò un po’ il recensore dello Spectator, amante delle tavole raffinate.

Lettera sulla pinguedine è un assaggio storico di costumi alimentari e fa venire voglia di approfondire l’argomento. È anche una piccola tessera di storia sociale del corpo, nel passaggio dall’orgoglio di un fisico corpulento al disagio per i fastidi da esso derivanti. La conclusione, che sfocia nelle direzioni opposte dell’orgoglio curvy e del body shaming, la conosciamo bene.