È stato stimato che il peso dell’arretramento infrastrutturale del Paese vale circa 40 miliardi di euro annui al sistema delle imprese italiane. In altre parole, le imprese italiane partono con un handicap di 40 miliardi rispetto alle imprese concorrenti.
Il prezzo di una merce lo fa il mercato ossia il rapporto fra domanda e offerta. Se una merce non è un prodotto di nicchia, che per unicità non è sottoposta alla concorrenza di prodotti simili, il criterio che orienta i consumatori nella scelta è quello del giusto prezzo. Il mercato è un luogo incerto, non è dato sapere in anticipo, nonostante indagini accurate, se un prodotto incontrerà il favore dei fruitori. Perciò ci vuole l’idea giusta e un modo giusto di realizzarla. Tra tante incognite c’è una certezza ed è data dai costi di produzione per concretizzare l’idea. La composizione del costo è data essenzialmente dalla somma di quattro elementi. Il costo della materia prima, il costo di trasformazione (energia, lavoro, servizi, in quest’ultimi ci sono le lavorazioni esterne, oltre alle consulenze), il costo per far si che una merce raggiunga i mercati, il costo del capitale fisso investito. Dal momento che le imprese non possono fare ponti, strade, porti, ferrovie, reti informatiche, migliorare il sistema dei servizi, riformare la giustizia civile, possono agire unicamente sugli investimenti e sul lavoro. Il capitalismo italiano interviene poco sugli investimenti, ma da sempre rivendica interventi sul lavoro e urla “il costo del lavoro è troppo alto”: una bugia colossale, visto che l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i paesi più avanzati. Bugia che nessun giornalista mette in evidenza. Il governo fa finta di credere a questa balla e interviene sui diritti dei lavoratori, cioè sceglie la via bassa della competizione.
Il Governo fa la cosa sbagliata invece di fare le cose giuste che dovrebbe fare. Intervenire sui nodi strutturali di arretratezza, ammodernare il Paese, ridurre il peso di quei 40 miliardi annui che sono una zavorra di cui porta per intero le responsabilità. Invece non potendo più agire sulla svalutazione competitiva, è intervenuto sul lavoro, sulle pensioni, la sanità, la scuola. Ha ridimensionato lo stato sociale in nome di una esigenza contabile. I numeri dimostrano come queste scelte siano sbagliate: il debito pubblico è aumentato e la disoccupazione in questi anni aumentata, la competizione del nostro sistema industriale diminuita.
Anche un bambino sa che per rientrare da un debito si devono fare avanzi primari di bilancio che consentano di pagare gli interessi che il debito genera e di ricomprarne una parte. Non è cosa semplice, vanno aggrediti sprechi e inefficienze, ma in particolare vanno fatti investimenti per produrre una ricchezza superiore. Invece il Governo sembra credere nel potere magico della parola, come se il dire fosse già di per sé la soluzione del problema, si continuano a fare annunci, ma non fa quello che sarebbe necessario fare. Investimenti in infrastrutture, ammodernare il Paese. Un investimento non è un indebitamento, non è aumentare la spesa corrente, anzi in prospettiva la riduce percentualmente in riferimento all’aumento della ricchezza prodotta. Se lo Stato investe produce un effetto volano sull’economia che gli consente di recuperare immediatamente gran parte di quanto impiegato attraverso un aumento del gettito Iva a causa dell’aumento dei consumi e Irpef e Irap in conseguenza dell’aumento dei posti di lavoro. Vi sarebbe altresì un aumento di gettito anche dalle imposte Ires che le imprese pagano sugli utili di bilancio. Oltre il 50% dell’intero investito sarebbe immediatamente recuperato. Si ridurrebbe inoltre l’arretratezza infrastrutturale, quei maledetti 40 miliardi che pesano sul nostro sistema produttivo. Altro che job act! Così facendo si aumenterebbe il patrimonio (il valore del Paese) e si creerebbero le condizioni per realizzare quell’avanzo primario, al netto degli interessi, necessario per ridurre il debito. Cosa importante è che in prospettiva si ridurrebbe il deficit in rapporto al pil che è l’indicatore più importante per determinare il tasso di sconto dei nostri titoli pubblici, con la conseguenza di una diminuzione del costo del debito. Per uscire dalla crisi si deve investire, non c’è altra soluzione. L’Europa e il nostro Governo devono capire che per uscire dal tunnel ci vuole un intervento pubblico. Questo non lo dicono pericolosi comunisti ma tutti gli economisti di scuola keynesiana. Gli Stati Uniti hanno adottato queste ricette e gli ottimi risultati, aumento dell’occupazione e del pil, dimostrano come questi provvedimenti siano molto più efficaci del rigorismo europeo.

Manuele Marigolli
(La parte mancina)