Le Europee del 1979, il popolare è impopolare

Premio letterario Raccontami una storia

Europee del 1979. Ancora un impegno, ancora riunioni, ancora comizi. La forza della passione muove le membra, sollecita l’intelletto. Strasburgo chiama, è la prima volta, e il segretario risponde all’appello, ma niente è più come prima. L’arida, mortale primavera dell’anno addietro si è mostrata peggio della decima piaga, e ora il deserto impera, penetrando nel profondo della sua memoria e della sua coscienza. È un nuovo maggio, ma si presenta come un nuovo inverno.
Il medico di Faenza, “l’onesto Zac”, dichiara stanco al partito le sue intenzioni: dopo le politiche e le europee del 1979 non si ricandiderà alla guida della DC. Aveva cominciato, appena eletto, commemorando Don Mazzolari, richiamandosi ai valori cristiani, alla sua Romagna rurale e sensibile alla povertà, e aveva parlato per primo, come Enrico Berlinguer, della “questione morale”. Nel suo cammino si era unito ad Aldo Moro: prima, nell’analisi e nell’attenzione al movimentismo del 1968, poi nella proposta del “confronto” verso il PCI. Confronto, dialogo, ma non oltre, ovviamente: «Come siamo irriducibilmente contrari al compromesso storico, in tutte le sue varianti centrali e periferiche, e alle diverse forme di assemblearismo, così mi pare sia nostro dovere rifiutare contrapposizioni che annullino ogni possibilità di dialogo».
Ricordi: il tempo passa maledettamente in fretta. La stagione della “solidarietà nazionale” viene archiviata pochi mesi dopo l’assassinio di Moro, e gli oppositori interni, che lo accusavano di volere far comunella con i comunisti, possono riaffilare le armi. L’ex segretario di Pieve Santo Stefano con la solita boria pedagogica riprende a tessere la tela in vista del Congresso. In Toscana tenta la riunificazione dei suoi dispersi, a partire da Ivo Butini, e va a colloquio con i parlamentari e consiglieri regionali toscani dell’area vicina: Stegagnini, Pezzati, Caiazza, Santi, Matteini, Bausi, Signorini, Vera Dragoni. A livello nazionale va alla ricerca delle convergenze sul “no” ad un PCI governativo, tema caro alle destre di De Carolis, Segni, Mazzotta e Ciccardini, e terreno fertile per semine dorotee e forzenuoviste.
Lo spostamento a destra dell’asse DC è così evidente che si parla dappertutto di un dilemma: “partito popolare o partito conservatore”? Zaccagnini non ha dubbi, e la sua ultima battaglia viene combattuta su questo fronte: la DC non deve ridursi a «cartello elettorale», «la nostra stessa natura di partito popolare e le nostre tradizioni di cattolici democratici ci hanno impedito e ci impediscono di compiere una scelta conservatrice o confessionale e ci spingono invece a ricercare e a fondare continuamente una collaborazione tra le forze reali più vive, emergenti dalla storia del paese». Lo ripete, come ha fatto dal 1975, fino al febbraio del 1980, fino al suo ultimo discorso da segretario.
Ma fuori è un fuoco di fila: Berlinguer, Reichlin, Chiarante, chiedono alla DC di scegliere tra la via che la tiene legata alle masse come «partito popolare interclassista», e l’altra che la lega alla borghesia dello Stato e della finanza, che la vede sempre più «polo conservatore».
Fosse solo la critica dei comunisti, sarebbe nell’ordine delle cose, ma ci si mettono pure i gesuiti di “Civiltà Cattolica” e Gianni Baget Bozzo! Quest’ultimo descrive una DC ormai scarnificata dal suo ruolo di partito dei cattolici, e priva di progetti politici dopo la morte di Moro: senza la questione dell’egemonia politica e culturale posta da Moro, alla DC resta puntare sui numeri della maggioranza e sull’anticomunismo. Ma non sono così forse tutti i partiti conservatori europei? Caduto lo «specifico cristiano» – dice in sostanza Bozzo – la DC è un partito «laico di destra». Le urne delle europee rafforzano questa tendenza: avanzano CDUe CSU in Germania, avanzano i moderati giscardiani dell’UDF in Francia, vincono i conservatori thatcheriani in Inghilterra.
La polemica, che resta nel sottofondo, viene sovrastata da un’altra notizia più importante: il consenso del PCI è in discesa, sia alle politiche, sia alle europee di quell’anno. Nella città governata da Landini il dato fa un certo effetto, i rossi scendono sotto il 50% e alle europee perdono oltre 5000 elettori rispetto alle politiche del 1976. In via Frascati il segretario Rodolfo Rinfreschi resta convinto, «manteniamo un saldissimo legame con la classe operaia», e le notizie che giungono dai seggi carmignanesi lo rincuorano un po’: il Comune del Montalbano torna alla maggioranza PCI-PSI. In piazza S. Domenico, ebbri del risultato nazionale, si inzuppano i cantuccini nel vinsanto, in un desco mezzo indigesto: i dorotei di Lamberto Gestri brindano alla fine della «soffocante egemonia del PCI», ma non va giù il boccone della vittoria di Bisagno alle politiche, che surclassa Pontello per preferenze. Segni premonitori: nella DC pratese vince il candidato andreottiano di minoranza, e perde il candidato doroteo di maggioranza, con il Congresso imminente (e Bambagioni al varco). Sull’altra sponda il PCI non è più interessante agli occhi dei giovani, la delusione per le aspettative non assecondate si ritrova nelle urne, e monta un malessere nella base e nella FGCI che va a sommarsi alla crisi di giunta e al rapporto con il PSI.
Segni premonitori, anche a livello nazionale: sta salendo l’astensione, e inizia la crisi del sistema dei partiti. Sta tramontando anche un vecchio modo di fare politica: sempre meno comizi, sempre più tv. Le “strane e tristi” figure dei leaders poco appariscenti, sobri, riflessivi, non vanno più. Gli anni Ottanta chiederanno altro. Mentre Zac ripropone dal palco congressuale la questione morale e della gestione della cosa pubblica, di una DC che non avrebbe bisogno di «artificiosi diaframmi, di improprie mediazioni, di inestricabili conflitti di potere», i giochi di potere sono fatti: il “preambolo Donat-Cattin” mette d’accordo il centro-destra interno, che diviene maggioranza. Il pentapartito è dietro l’angolo, il “popolare” è ormai “impopolare”, ormai fuori moda.

Riccardo Cammelli