Le istituzioni e le “pubblicità-regresso”

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La televisione trasmette da una quarantina d’anni le popolari pubblicità-progresso, ma gli spot recentemente commissionati da alcuni enti pubblici meriterebbero senza riserva l’appellativo di “pubblicità-regresso”.

Il primo degli spot in questione, diffuso dal Dipartimento della Gioventù, è quello destinato alla promozione del Servizio Civile nel corso del 2015. Dopo un anno di assenza, vediamo il giovane Marco tornare a far visita ai membri della band dove un tempo suonava, e annunciare loro che, mentre erano impegnati a cercare (a quanto pare, inutilmente) di diventare famosi, lui è riuscito a essere importante per qualcuno: parte, quindi, un video che mostra ragazzi indaffarati in innumerevoli attività di cura e sostegno del prossimo.
La nobiltà del Servizio Civile e l’importanza dell’impegno dei giovani per migliorare la vita di chi è meno fortunato non sono, ovviamente, in dubbio, ma il senso dello spot non è univoco: chi insegue il proprio sogno, cercando di realizzarsi e far fruttare i propri studi o talenti, è da considerare un egoista perditempo, mentre la scelta del servizio civile va santificata come migliore di tutte le altre?
Come se non bastasse, visto che naufragare nei cliche sembra spesso l’unica soluzione contemplata, ai musicisti in questione è stato affibbiato il più stereotipato dei look da duri, corredato da capelli lunghi, barbe folte e una quantità di cianfrusaglie da far invidia a una cartomante o al mago Otelma, in palese contrasto col caro Marco, caratterizzato dal viso pulito e dalla pelle liscia come il sedere di un poppante: si sa, i bravi ragazzi si radono e non portano orecchini.

Il Dipartimento della Gioventù, comunque, deve essere riuscito a mettere a segno almeno un record: sul suo canale Youtube, il video ha collezionato una quantità imbarazzante di commenti negativi. Lo sdegno generale per aver bollato la categoria dei musicisti come un branco di fannulloni senza speranze è tangibile. Dov’è finito il rispetto per chi si mette in gioco e prova a concretizzare le proprie aspirazioni, soprattutto da parte di un ente che, come suggerisce il nome, dovrebbe preoccuparsi principalmente degli under 30, una delle categorie al momento più in difficoltà?

Non finisce qui: fino a poco tempo fa circolava un secondo spot, realizzato sotto forma di cartone animato, che racconta la vicenda di un uomo non più giovanissimo, il quale perde improvvisamente l’impiego. Mentre si allontana, curvo e piangente, dal cancello sbarrato della fabbrica in cui lavorava, una voce recita frasi del tipo: “Hai cinquant’anni? hai perso il lavoro? la vita non ti sorride? Dedicati ai servizi sociali, ti sentirai utile!”. Dopo aver scelto di impegnarsi nel volontariato, come per magia i suoi problemi svaniscono e l’uomo torna a sentirsi felice e appagato.
Questa pubblicità è sparita dalla circolazione, sui media non ne rimane traccia: probabilmente le istituzioni si sono rese conto, anche se con il classico tempismo poco perfetto, di non aver fatto la migliore delle scelte promozionali. Noi, tuttavia, ci sentiamo ugualmente in dovere di ringraziare i piani alti per avere di nuovo, e con sollecitudine, ignorato o sottovalutato il dolore, il disagio e tutta la vasta gamma di problematiche che affliggono chi si è trovato a fare i conti con la disoccupazione, la precarietà, i problemi economici e molto, molto altro ancora.

Annalisa Sichi