In collaborazione con National Geographic, 11 fotografe per 99 scatti, che spaziano dagli Stati Uniti allo Yemen, dall’Africa all’India, per raccontare quelle difficili e scomode realtà che la politica non ha ancora trovato il coraggio di affrontare e risolvere. Fino all’11 gennaio 2015, a Palazzo Madama di Torino. Tutte le informazioni su orari e biglietti al sito www.fondazionetorinomusei.it.

La fotografia, da potente mezzo documentario diventa, in conseguenza di ciò, strumento di riflessione sulle tematiche dell’esistenza quotidiana, siano esse conflitti politici che martoriano milioni di persone, o antiche tradizioni tribali che ledono i diritti delle donne. Proprio loro sono le protagoniste della toccante Women of vision. Le grandi fotografe di National Gepgraphic, la mostra curata da Marco Cattaneo e che la città di Torino ospita a Palazzo Madama, in collaborazione la società geografica britannica. Una mostra toccante perché, con la sensibilità venata di poesia che è propria dello sguardo femminile, mette a nudo gravi problematiche sociali, situazioni ambigue e disagiate, terre dimenticate. Raccontare l’attualità non si esaurisce nello scattare un’immagine; la stessa immagine ha bisogno della giusta empatia che la renda coinvolgente e vicina a chi la osserva, e che molto spesso si trova lontano migliaia di chilometri da dove si svolge la scena fotografata. Donne impegnate a raccontare l’esistenza quotidiana
Undici le fotografe che partecipano alla collettiva: Lynsey Addario, Jodi Cobb, Kitra Cahana, Diane Cook, Carolyn Drake, Lynn Johnson, Beverly Joubert, Erika Larsen, Stephanie Sinclair, Maggie Steber e Amy Toesing. Undici 99 fotografie di donne, sulle donne, realizzate per parlare al mondo di piaghe che ancora oggi non si riesce a estirpare, in una società ancora in buona parte dominata dalla gerarchia patriarcale.
Come dimenticare la tradizione islamica delle spose bambine, costrette a matrimoni imposti dalle famiglie con uomini adulti, giustificati da antiche tradizioni tribali che nessun governo è al momento riuscito a sradicare. Gli scatti di Stephanie Sinclair, realizzati nei villaggi delle alture yemenite, lasciano stupefatti per la naturalezza con cui la società locale segue queste tradizioni; una naturalezza che si coglie negli sguardi di chi assiste a questi matrimoni, compresi gli uomini cui vengono vendute le “spose”. Per contro, negli sguardi di queste, si legge una rassegnazione
Tuttavia, un segno di speranza giunge dalla storia di Nujood Ali, costretta al matrimonio ad appena 11 anni, e che dopo una dura battaglia legale e contro il volere della sua famiglia, è riuscita a ottenere il divorzio, riappropriandosi della sua infanzia e del suo futuro. La fotografa l’ha immortalata sorridente, nell’atto simbolico di togliersi il lungo velo, una fotografia che ha ottenuta una vasta eco nel mondo, contribuendo a portare all’attenzione di tutti questa terribile piaga.
Un Paese difficile, lo Yemen, dove le dure condizioni di vita spingono sovente la popolazione a manifestazioni di piazza, dove spesso i dimostranti hanno la peggio, come accaduto al giovane Saleem al Harazi, che ha perso entrambi gli occhi a causa di un proiettile della polizia; Sinclair lo ritrae in compagnia della madre, colpita dalla sua forza di volontà, quella di chi protestava chiedendo la fine della povertà in quanto condizione che limita la libertà degli esseri umani.

La schiavitù è purtroppo diffusa in molteplici forme, non ultima lo sfruttamento della prostituzione, anche di ragazze giovanissime, particolarmente diffusa fra India e Indocina. Proprio a Mumbai Jodi Cobb ha documentato la vita quotidiana del quartiere a luci rosse, ritraendo due giovani prostitute sulla soglia dei loro pinjaras, che in hindi significa “gabbie”. In questi cubicoli trascorrono le giornate, controllate a vista dai trafficanti cui le famiglie le hanno vendute. Ci riporta con la mente a Salaam Bombay di Mira Nair, girato nel 1988: da allora, niente è cambiato.
Provocante e disturbante, il suo reportage sulla bellezza desiderio sessuale, corpi abbronzati dal sole e ben esposti a Cancùn, a un estremo, e una bambina prima di un concorso di bellezza in Georgia (USA), all’altro. Modi diversi, a volte innaturali, di esibire il corpo, forzature di una società che fa dell’apparire il proprio credo. E al centro sempre le donne, in quest’ultimo caso le bambine, vittime dell’infantilità dei loro stessi genitori.