Silvia Romano è libera.
Lo Stato c’è.
Il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri ne accolgono il ritorno, sottolineando la soddisfazione dell’azione corale governativa, diplomatica e militare.
Ma soprattutto Silvia è viva. Sta bene.
E lo dice.

Allora cos’è questo scetticismo generale?
Questa incredulità che confonde e genera opinioni diverse?
Sorprende che sia stata trattata bene, per quanto sia possibile dirlo in un sequestro di persona durato così a lungo?
Che non ci siano cruenti episodi di violenze da raccontare, tali da accendere morbose curiosità di cronaca, oltre più in quanto donna?
Credo che di questo tutti possano esserne felici.

Silvia, rapita da un gruppo terrorista islamico racconta di essere stata lasciata libera nei movimenti nei luoghi ove è stata tenuta prigioniera. Nutrita e rispettata.
Peccato sia stata una ospitalità forzosa. Coercitiva.
Un’accoglienza non generata da un incontro di scambio culturale ed umanitario.
Ma frutto di un rapimento a fine estorsivo.

La vita per noi cristiani è un valore. E il denaro, i soldi, non sono equiparabili al valore di una vita. Seppure il pagare un riscatto per salvare quella vita crea e rafforza pericolosi precedenti in tal senso.
Espone chiunque viaggi nel mondo per lavoro in questi paesi a rischio e i loro stati di provenienza allo stesso pericolo: innescare un modello volto a finanziare l’attività terroristica.
Forse ci sono esperienze che andrebbero valutate bene prima di essere affrontate. Per il rischio che rappresentano.
Ma dirlo ora suonerebbe come una censura della libertà individuale di chi sente di voler intraprendere una tale esperienza in quei luoghi, spinto da fini umanitari.

Silvia arriva in Italia all’aeroporto di Ciampino e la prima cosa che manifesta è che sta bene. E quanto sia stata forte a resistere per un anno e mezzo a una tale situazione. Cosa che nella conoscenza della fragilità umana non è comune.
Non un lamento.
Una manifesta sofferenza.

Silvia ha resistito leggendo il Corano e molti hanno pensato a comportamenti indotti dalla cosiddetta sindrome di Stoccolma, che induce sentimenti di riconoscenza e gratitudine nel rapito nei confronti del suo rapitore, che non le usa offesa alcuna. Ma altresì le salvaguarda la vita.
La lettura del Corano porta Silvia a convertirsi a un’altra religione.
Alla religione del rapitore. Ma con quale diritto diventiamo noi giudici di questa conversione, senza neppure ascoltarla, dopo verle dato il tempo di elaborare davvero quanto le è accaduto?

C’è addirittura chi è arrivato a teorizzare “accordi” per simulare il rapimento, al fine di finanziare il terrorismo islamista.
Ma neppure quel nostro statista che coniò la famosa frase sul pensare male che è peccato ma a volte può dimostrarsi reale, superando le nostre capacità immaginative, avrebbe lanciato una ipotesi così becera, da Codice penale.

Ma allora cos’è che infastidisce la pubblica opinione?
Silvia ritorna con volo di stato italiano.
Indossando una tunica.
Vestige tipica dei popoli di quei territori e, specificatamente di quella frangia estremista che l’ha rapita.
Rifiuta di cambiarsi d’abito. Forse ormai forte dell’identificazione culturale e religiosa del percorso intrapreso. E viene ritenuta una scelta inopportuna. Pur nella totale comprensione di quello che ha vissuto. Riconosciamo tutte le lecite libertà possibili. Degli altri.
Ma difendiamo e rispettiamo anche le nostre.
E questo legittimo sentire, ci porta a rifiutare la rappresentazione di una propaganda lontana dalla nostra cultura, dalla nostra religione, dalla nostra identità.

Personalmente mi sento scisso tra la totale comprensione umana, che giustifica tutto in virtù di una vita che è stata posta in salvo, e la perplessità in generale che tutta questa vicenda ci ha trasmesso.
Ma come diceva Cartesio con una frase che per tutta la vita ha accompagnato il mio libero pensiero, “a volte l’unica certezza è il dubbio”.