Potrebbe essere 9 volte più alto il numero dei contagiati dal nuovo coronavirus a Milano, secondo un’indagine condotta dai medici di famiglia che l’Adnkronos Salute ha potuto visionare. Si salirebbe da una percentuale di infettati rilevata dalle statistiche ufficiali che a marzo – nel periodo preso in considerazione dall’indagine – era pari allo 0,17% della popolazione della metropoli, fino all’1,5% che emerge dalle osservazioni raccolte dai camici bianchi di fiducia sui loro assistiti. A prendere l’iniziativa di approfondire il nodo dei numeri reali – tanto dibattuto – è stato il medico di famiglia Irven Mussi, che ha deciso di inviare un breve questionario ai colleghi, con l’obiettivo di fotografare la situazione del capoluogo lombardo e provincia.

A muoverlo il fatto che «in Lombardia i tamponi nasofaringei per la ricerca di Covid-19 vengono eseguiti su pazienti ricoverati o che afferiscono al pronto soccorso oppure in situazioni particolari (calciatori, cliniche e così via) – dice Mussi – Sul territorio non sono stati eseguiti tamponi, nemmeno a pazienti fortemente sospetti per coronavirus». Quindi, ragiona, «tutti i dati sul numero dei colpiti dall’epidemia di Covid-19 in regione si riferiscono a pazienti gravi, per i quali c’è stato un accesso agli ospedali. In realtà la maggior parte dei pazienti non presentano, per fortuna, situazioni cliniche così drammatiche da richiedere il ricovero. E questi non risultano in nessun report ufficiale».

«Abbiamo chiesto ad alcuni medici di medicina generale di segnalare i casi di pazienti che hanno presentato sintomi che hanno portato il camice bianco a un forte sospetto di infezione da coronavirus – spiega Mussi – Ormai un caso sospetto, con l’esperienza clinica acquisita, è facilmente riconoscibile. Oltre i sintomi classici (febbre, tosse, dispnea), sono spesso presenti altri sintomi come cefalea, astenia intensa, mialgie, alterazioni del gusto e dell’olfatto. La diagnosi è anche facilitata dal fatto che dall’inizio di marzo non è praticamente più presente il virus influenzale stagionale».

I medici di famiglia coinvolti nell’indagine dovevano indicare il numero di assistiti, i casi fortemente sospetti per infezione da Covid-19 riscontrati tra i propri assistiti da fine febbraio a tutto il mese di marzo, il numero di casi gestiti a domicilio, il numero di Covid-positivi ricoverati in ospedale, i deceduti in ospedale e a domicilio, il numero di tamponi eseguiti ai loro assistiti a domicilio. Hanno inviato dati 20 medici di medicina generale, di cui 14 esercitano a Milano città, 6 in altre cittadine o paesi per un totale di più di 30.000 assistiti.

«Il numero di infettati da Covid-19 è risultato molto più esteso rispetto ai numeri ufficiali». Applicando le percentuali rilevate dai medici (1,5% dei totali assistiti a Milano e 1,8% in provincia), nella metropoli a marzo il contagio reale sarebbe stato nell’ordine non delle migliaia come rilevato dai dati ufficiali, ma di decine di migliaia (più o meno 30mila contro oltre 3 mila). «Un gap rilevato nello stesso ordine di grandezza, ma con numeri assoluti ovviamente diversi, anche in realtà come Bergamo e in Piemonte dove si sono fatte rilevazioni simili – fa notare Mussi – Probabilmente il numero reale è anche maggiore dei dati riportati dai medici di famiglia, in quanto sono stati riportati solo i casi fortemente sospetti per coronavirus».

Una percentuale molto alta di casi Covid (88%) è stata gestita a domicilio, prosegue il medico di famiglia. «Pensiamo quale impatto devastante avremmo avuto sui pronto soccorso se molti di questi pazienti si fossero recati in ospedale».
Un’ultima riflessione riguarda la letalità dell’infezione: «Dai nostri dati, 3% a Milano e 6% in provincia, è sicuramente molto più bassa rispetto ai dati ufficiali; anche in questo caso riteniamo che i valori dovrebbero essere ancora minori in quanto era stato richiesto di segnalare solo i casi decisamente sospetti di Covid».