Lun 19 Ottobre 2020
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Narrazione

Narrazionee malattia

Si parla tanto dei romanzi storici o dei racconti di fantascienza che hanno narrato la follia umana durante le epidemie. Ma in questi giorni, si ricorda spesso anche la creatività che può scaturire da situazioni di isolamento, guardando talvolta ai tempi nei quali una malattia contagiosa poteva causare, o ha provocato,centinaia di migliaia o addirittura milioni di morti.

di Barbara Caputo

Una scena che illustra il Decameron di Giovanni BoccaccioNel Decameron, Giovanni Boccaccio ha avversato con il buonumore e l’erotismo della narrazione, il senso di morte apportato dalla peste del 1348. Ma al tempo stesso non ha mancato di sottolineare come il terribile flagellio scatenasse i lati peggiori dell’essere umano, con le persone che abbandonavano i propri parenti o spogliavano di ogni avere i padroni in fin di vita.

Ben 500 ani dopo, Alessandro Manzoni ha ambientato I promessi sposi durante la peste del Seicento, descrivendo il diffondersi nella credenza degli untori, che potevano essere identificati nel primo passante.
E in tempi ancora più recenti, José Saramago, premiato con il Nobel per la letteratura, ha scelto una cecità contagiosa e dispotica per mostrare come la natura umana sia facilmente esposta all’esclusione e alla degradazione dell’altro, laddove la cecità è una malattia simbolica dell’incapacità dell’essere umano di essere solidale nei confronti dei suoi simili.

Il tema del contagio ha a che fare con la purezza in due sensi: quello culturale e quello patologico. Nell’opera Purezza e pericolo, che non è narrativa ma saggistica insuperata, l’antropologa Mary Douglas ha mostrato come la purezza, sempre legata al pericolo, fondi l’identità di un popolo o un gruppo. Come ad esempio chi astenendosi dal cibarsi di un certo alimento, di solito d’origine animale, si annovera tra i puri, mentre coloro che lo mangiano sono impuri. Abbiamo assistito a una distinzione simile in questi giorni: i cinesi sarebbero impuri perché i loro wet markets, dove si mangia ogni sorta di animali impuri (Lévi-Strauss direbbe che non sono nemmeno buoni da pensare), sono sporchi, e quindi veicolo di contagio. Come se tutti i cinesi li mangiassero in tutta la Cina. E non è così.

Ma nel momento in cui il Covid-19 ha iniziato a diffondersi tra la popolazione italiana, impuri e pericolosi hanno iniziato a diventare i clienti del supermercato, gli avventori del bar, i passeggeri sull’autobus, in poche parole chiunque. In una società nella quale l’altro è impuro, pericoloso e contagioso, ferme restando le precauzioni che dobbiamo prendere, la società perde il suo senso di identità disgregandosi, e l’individuo da animale sociale si trova a essere homo homini lupus, individuo solitario il cui timore del contagio scade nel vissuto patologico: quello della psicosi, per cui l’altro è pericoloso e cospira contro di noi, e quello dell’ossessività, in virtù della quale le persone si perdono nei loro rituali di pulizia ed evitano qualsiasi contatto con gli altri, compreso lo scambiarsi due parole a un metro di distanza.

Ci troviamo nel mezzo di una seria epidemia, e sono state prese rigorose misure del contenimento del contagio, ma queste non appaiono sufficienti ai puristi, per i quali ci si deve chiudere in casa e, quando si esce come previsto per lo stretto necessario, si striscia mentalmente o di fatto contro i muri. Chiudersi in casa diviene allora qualcosa di diverso dalla pragmatica e indispensabile osservanza delle regole in un momento difficilissimo e, almeno da 75 anni a questa parte, inedito. Diventa una sorta di purificazione e l’untore dei nostri tempi diviene chi dichiariamo colpevole di godersi la vita, anche se costui in realtà si limita a prendere un caffè al bar prima di entrae in ufficio o si fa una passeggiata nel pieno rispetto delle norme.
Viene così però a cadere ogni idea di socialità, per vivere la quale non c’è del resto bisogno di guardarsi in faccia a 20 centimetri di distanza, che si basa sul riconoscere nell’altro il proprio simile. I patiti di #iostoacasa, gente un po’ diversa da coloro che rispettano le norme e riducono al minimo le uscite, ricordano Daniel 25, clone protagonista di La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq, romanzo nel quale la morte è stata sconfitta a prezzo dell’isolamento totale e della morte della vita stessa e delle emozioni.

Elsa - FrozenPur in una situazione difficile, ora ci tocca applicare il motto stay alive, stay human non a qualche lontano e sfigato consimile che vive in altre catastrofi, ma a noi stessi nei confronti del nostro consimile che non rinuncia al caffè e brioche, alla passeggiata, alla lettura del giornale, quello di carta, comprato in edicola. Queste sono le cose che si possono fare. Il coronavirus fa paura ma dobbiamo trasformare il terrore in prudenza per batterlo e non tanto farsi prendere dalla psicosi. Altrimenti continueremo a trovarci con qualche scellerato che va a far gruppo su e giù per l’Italia e qualcun altro per il quale ogni suo simile è un pericoloso untore.

Il rischio, se non la battiamo, è che questa paura ci paralizzi, trasformandoci in manichini tanto disumani quanto violenti. Non si può non pensare al cartoon Frozen. La principessa Elsa ghiaccia tutto quello che tocca, tanto da non poter giocare con sua sorella o stringere la mano a nessuno. Da noi ogni contatto umano viene ghiacciato dalla paura, che rischia di estendersi a tutto il regno di Arendelle. Solo l’amore sincero potrà guarire la principessa. E l’amore consiste nell’essere compassionevoli, nel non vedere nell’altro l’untore cattivo e incivile che sparge il virus e che finiamo per insultare, avendolo magari sostituito a uno straniero divenuto quasi invisibile e residuale in questo panorama. Quando nell’altro vedremo il simile e non un soggetto riprovevole, l’incantesimo sarà caduto e riusciremo a vivere questo periodo drammatico con spirito gentile e maggiore serenità.