Nel buio c’è ancora colore (Marco Giannotta)

Premio letterario Raccontami una storia

Come oramai era consuetudine, i colpi di tosse scandivano il risveglio di Giuseppe già dalle prime ore dell’alba. Apriva gli occhi stanchi e riusciva a distinguere solo immagini opache, eppure crudeli abbastanza da mostrargli con evidenza tutta la sua rinnovata debolezza: le braccia martoriate dai prelievi, le mani piene di grinze e tremiti, le gambe lunghe e assottigliate, a dispetto di una pancia sempre troppo gonfia.
Ogni mattina Giuseppe non si capacitava di come un uomo della sua stazza, abituato al duro lavoro e ad un fisico scultoreo, potesse essere stato stroncato così da una tale canaglia. Sì, lui tendeva a quasi a personificarla quella malattia che lo aveva sfidato, e in effetti quella malattia aveva un nome preciso e dei tratti che la identificavano inconfondibilmente: insufficienza renale. Come ogni furfante che si rispetti, certo non aveva avuto l’ardire di attaccare da sola, ma anzi si era ben premurata di portare con sé un paio di fidi alleati.
Con la testa carica di pensieri, talvolta incoraggianti e talaltra sconfortanti, Giuseppe trascorreva con semplicità le proprie giornate; l’abitudine era il metronomo che usava per conferire loro sempre il solito ritmo. Una colazione leggera, con tè e biscotti, un po’ di riposo sul divano, una passeggiata nei giardini condominiali per rivivere qualche lontano ricordo della sua infanzia nel Mezzogiorno, pranzi e cene in famiglia e lunghe ore trascorse di fronte alla TV. Forse quest’ultima poteva definirsi l’unica vera amica che gli era rimasta.
Giuseppe non era mai stato un tipo semplice: cresciuto e allevato – in verità cresciuto e abbandonato – in una casa di campagna nel sud della Puglia, l’unica scuola che aveva frequentato prevedeva duro lavoro in cambio di un minimo compenso per sopravvivere. Fin da bambino, aveva dovuto farsi adulto e perfezionare il mestiere dell’artigiano, grazie al quale sarebbe poi riuscito a riscattarsi da un’adolescenza troppo amara, formando una famiglia, emigrando al nord e comprandosi una casa tutta sua. Certo, la vita bucolica lo aveva segnato sotto diversi aspetti, presentandogli con fin troppo anticipo realtà ostili come la solitudine e la sofferenza, assorbite inconsapevolmente fino a divenire consuetudine.
Eppure mai Giuseppe avrebbe immaginato di poter sperimentare una solitudine nuova, forse ancor più lacerante: quella degli affetti. La malattia lo aveva debilitato fisicamente, ma soprattutto aveva inasprito un carattere che, per quanto buono fosse alla base, si lasciava spesso dominare dalla paura e dalla diffidenza. La dialisi, il trattamento che doveva seguire tre volte a settimana per tenere a bada l’insufficienza renale, lo indeboliva giorno dopo giorno, aggiungendo frustrazione ad un’esistenza già angustiata da tanto dolore. Non si sentiva capito, Giuseppe, né sostenuto dai suoi cari, eppure sua moglie passava le giornate ad accudirlo e rassicurarlo, sua figlia gli teneva compagnia ed ascoltava i suoi racconti dei bei tempi vissuti, gli amici lo visitavano con regolarità per lasciargli parole d’incoraggiamento.
In altri momenti, invece, Giuseppe si sentiva positivo e grato alla vita per ciò che possedeva: dispensava affetto come fosse cioccolato in una fiera, spendeva una buona parola per chiunque avesse intorno, a volte addirittura elogiava il lavoro delle istituzioni sanitarie, dalle quali invece spesso si sentiva trascurato o bistrattato. Era il suo modo di fare e di amare: alternava la veste di padre di famiglia burbero e protettore a quella di giudice spietato e fazioso. Ciò nonostante, tutti gli volevano bene per come era, anche quando metteva a dura prova la pazienza altrui con i suoi modi talora ineducati e ostili. Di sicuro non sapeva cosa fossero le mezze misure.
Una volta, in fila alle casse del supermercato, cominciò a brontolare rumorosamente tra sé e sé, criticando apertamente la lentezza della cliente di fronte, nella speranza che quest’ultima si affrettasse per cedergli il posto. Un’altra, in vacanza nel Salento, un vicino di casa continuava a piazzargli dispettosamente lo stendibiancheria di fronte alla porta della casa che aveva affittato, impedendogli di uscire agevolmente; dopo i primi giorni di cortesi e ignorati inviti a spostare il fastidioso attrezzo, Giuseppe – preso dall’ira – scaraventò l’intero stenditoio in aria e si decise a lasciare quella casa, esasperato da comportamenti tanto incivili. La risposta del molesto condomino a quel gesto, però, fu tutt’altro che diplomatica: gonfiò il petto, si avvicinò a Giuseppe con una sedia mentre si allontanava e gliela scaraventò sulle spalle. Era guerra: Giuseppe non era certo il tipo che porgeva l’altra guancia. A ripensarci, quella situazione di pericolo ora appare davvero grottesca: Giuseppe assunse la posizione di un karateka, urlò «Io sono Bruce Lee» (una frase che tanto amava ripetere per elogiare la notevole forza che sapeva di possedere) e lo stese con un gancio destro, uno solo. Evidentemente il simpatico vicino non era abituato a misurarsi con personalità tanto accese, sicuramente la lezione l’ha imparata.
Ah, che personalità quella di Giuseppe! Con il suo istrionismo era sempre l’anima della festa, un vulcano di simpatia e buonumore, con una trascinante passione per il canto e un certo diletto anche per il ballo. Era un uomo molto sicuro di sé, ma al tempo stesso cercava disperatamente affetto in chiunque gli mostrasse vicinanza: amava le carezze e gli abbracci, gli piaceva parlare dei sentimenti e decantarli nelle giornate buone, non si vergognava nel dare e nel chiedere, né aveva paura di mettere una parola fuori posto. Forse è anche per questo che, dopo la malattia, si era chiuso così tanto in sé stesso. Quella sensazione di non avere più utilità per gli altri, l’impossibilità di dedicarsi agli hobby che lo appassionavano (come girare per i boschi in cerca di funghi e castagne), la necessità di sottostare alle direttive di medici, infermieri e assistenti sanitari (lui proprio non era fatto per seguire le regole, non ne aveva mai avute), il confronto costante con il dolore e quella insistente percezione che gli altri non potessero assolutamente comprenderlo…tutto questo lo faceva sentire solo ed indifeso.
Gli anni della malattia sono stati lunghi e, a malincuore, sono degenerati repentinamente. Chissà cosa pensava Giuseppe quando si affacciava malinconico alla finestra o quando, con il suo bastone, passeggiava da solo nelle mattinate più calde. Quanta tenerezza si provava nel vederlo raggomitolato nel letto, oramai fattosi piccolo, in una quiete che proprio non gli apparteneva. Spesso Giuseppe non capiva che alla sua frustrazione di non essere capito si affiancava la disperazione di coloro che davvero desideravano aiutarlo a stare meglio, ma non riuscivano ad offrire nessun tipo di supporto considerato concreto. Ma quand’è che il supporto ad un ammalato può dirsi concreto? La risposta a questa domanda, Giuseppe, l’avrebbe appresa soltanto in seguito.
Nei primi mesi in cui Giuseppe aveva scoperto della sua malattia, molti erano stati gli amici e i parenti che avevano bussato alla sua porta per raccogliere i cocci di un animo devastato da una novità così sgradita. All’inizio, si sa, dispensare una parola di conforto ai meno fortunati è prammatica, è una sorta di obbligo morale al quale non ci si può sottrarre. Tuttavia, se a dettare questo comportamento è solo la necessità di sentirsi in pace con sé stessi, allora quella chiacchierata con l’ammalato sarà probabilmente anche l’ultima, sicuramente ci sarà qualcun altro ad occuparsi di lui in maniera più approfondita. Questo atteggiamento è forse quello con cui Giuseppe doveva confrontarsi più spesso: l’ipocrisia dei benpensanti, generalmente insensibili a problemi che non fossero i propri.
Comunque sia, se da una parte la malattia aveva contribuito a scremare la cerchia di tutti quegli affetti che tali non potevano definirsi, la stessa aveva portato con sé un inaspettato beneficio: l’acuita capacità di riconoscere i legami autentici. Generalmente, in ogni situazione critica della vita, per ogni abilità che ci viene sottratta ce ne viene regalata un’altra, spesso più difficile da assimilare. Giuseppe lo aveva imparato a sue spese, ma quanta fatica per riconoscere questi nuovi doni! Quanta fatica per comprendere che la solitudine e l’abbandono che sentiva in realtà erano solo il frutto di un’illusione creata dalla sua incapacità di guardare oltre.
Non riusciva a rendersi conto di ciò che lo attorniava quotidianamente. Ogni mattina, sua moglie gli preparava il tè caldo e gli faceva trovare in tavola soltanto i biscotti che lui preferiva – o delle fette biscottate, se quel giorno non era in vena di biscotti. D’inverno, sul divano non mancavano mai abbondanti coperte, comodi cuscini e una borsa d’acqua calda da stringere per placare i brividi, mentre d’estate i ventilatori erano posizionati strategicamente per mantenere fresca tutta la sala. Accanto al divano era sempre posizionata una sedia su cui trovare il telecomando della TV, le medicine del caso e un pacchetto di sigarette (rigorosamente con posacenere a fianco), un vizio che Giuseppe aveva ripreso per fronteggiare il nervosismo (e, chissà, forse anche per sentirsi nuovamente forte e svincolato, come ai tempi di una gioventù consumatasi troppo in fretta). Il lavoro impediva a sua moglie di essere presente in casa tutto il giorno, ma l’occorrente per preparare il pranzo era sempre disponibile in dispensa e in frigo, un espediente che ha dato a Giuseppe anche l’occasione di affinare l’arte della cucina, benché non sempre volentieri. Durante il giorno, la moglie restava sempre reperibile per ogni piccola commissione necessaria – e quante cose c’erano da fare! – mentre il pomeriggio e la sera si faceva trovare a casa, pronta a dare aiuto nelle misurazioni mediche, nel cambio degli abiti, nella preparazione della cena e nella sistemazione del letto per la notte, in cui non sempre Giuseppe riusciva a prendere sonno.
Tutti i giorni, sua figlia, che al tempo non aveva un impiego fisso, trascorreva molto tempo con lui: sopperiva ad eventuali commissioni che la madre non aveva modo di portare a termine, aiutava il padre nell’uso della tecnologia, che gli consentiva di sentirsi più inserito nel mondo contemporaneo, si prodigava con lui nel tentare di decifrare tutti quei complessi referti medici con quelle parole e quelle percentuali così complicate (e puntualmente finivano per chiamare il medico), si sedeva accanto a lui e insieme commentavano tutti gli show televisivi e i film nei quali incappavano, soffermandosi sui preferiti da Giuseppe. Anche lei, come la madre, offriva tutta l’assistenza che poteva, improvvisandosi spesso infermiera per far sì che al padre non mancassero tutte le attenzioni di cui aveva bisogno, alcune delle quali non sempre richieste con gentilezza.
Giuseppe aveva anche altri due figli maschi: anch’essi, a loro modo, cercavano di dare conforto come potevano. Il maggiore dei due aveva un carattere molto simile al padre, perciò gli offriva tutto il proprio umorismo affinché avesse il morale sempre alto e continuasse a guardare alla vita con positività. Gli aveva anche donato un nipotino, del quale Giuseppe andava pazzo e al quale ripeteva sempre di essere un gladiatore che lotta con forza contro una bestia tiranna. Il minore dei due, invece, offriva un atteggiamento più distaccato, ma non per questo meno terapeutico: con sano pragmatismo, cercava di mettere in luce tutto ciò che di positivo ancora era rimasto nella vita del padre, a cominciare dall’autonomia che aveva in buona parte conservato e dal caloroso affetto sprigionato da tutta la famiglia che era stato in grado di costruirsi. Spesso, però, Giuseppe si sentiva semplicemente abbattuto, non riusciva ad accettare la maledizione inferta dalla malattia che lo aveva colpito.
Nelle ultime settimane della sua vita, quando oramai la malattia si era unita ad un tumore stremandolo quasi del tutto, Giuseppe fu ricoverato in ospedale. Un malato certe cose se le sente: il suo tempo stava per scadere. Ora che si trovava circondato da dottori di ogni tipo, in stanze piene di macchinari e vuote di colori, sperimentava il vero isolamento, sebbene non fosse il suo primo periodo di degenza. Adesso, la pacca bonaria che l’infermiera gli dava sulla spalla non aveva lo stesso calore delle candide carezze di sua moglie, i pasti cucinati dalla mensa dell’ospedale non avevano lo stesso sapore di quelli che era solito prepararsi con gli ingredienti sapientemente selezionati per suo conto, le conversazioni su quel programma televisivo con altri pazienti del presidio non assomigliavano neanche lontanamente a quelle condotte con la figlia sul proprio divano caldo.
Privato anche dei suoi pochi passi sotto il sole e della tranquillità delle sue abitudini e della sua dimora, Giuseppe passò le ultime settimane con ancora più tempo libero da dedicare ai suoi pensieri, così finì per ripercorrere con la mente tutta la propria esistenza, che si apprestava a salutare. Di tempo per pensare ai bei momenti, come il matrimonio con l’adorata moglie e la nascita dei suoi amati figli, ne aveva avuto a sufficienza, ma si sorprese nel realizzare quanto poco lucidamente avesse riflettuto sulla sua condizione di ammalato. Aveva speso così tanti momenti a sentirsi vano e triste che non si era reso conto di quanto gratuito amore aveva invece radunato accanto a sé.
Fortunatamente, non era tardi per aprire gli occhi, ed ecco che in quelle ultime settimane di dura sofferenza Giuseppe ha sfoggiato i suoi tratti migliori: senza nascondere un po’ di comprensibile commozione, si assicurò di abbracciare moglie e figli ad ogni loro visita, mostrandosi aperto anche a quegli amici e parenti che da tempo avevano preferito non incontrarlo. In cuor suo, era profondamente grato per ogni piega del cuscino sistemata, per ogni cucchiaio di minestra portato alla sua bocca con delicatezza, per ogni battuta su questo o quel personaggio televisivo, per ogni stretta di mano vigorosa. Provava grande riconoscenza e amore per coloro che – anche quando costretto sulla sedia a rotelle – lo avevano assistito con pazienza e accompagnato in auto fino all’ospedale, evitando con cura le buche dell’asfalto, che tanto lo innervosivano. Aveva riscoperto l’amore per la vita e la vita per l’amore.
«Nonno, ma perché ci racconti questa storia triste?» – interruppe allora uno dei tre bimbi in ascolto.
«Al contrario! Vedete, piccoli, Giuseppe era un carissimo amico di vostro nonno Ippolito. La malattia ci ha accomunato, così ci siamo conosciuti e abbiamo parlato per ore, un ottimo modo per ingannare il tempo durante il lungo trattamento della dialisi. Gli sono stato vicino e ci siamo tenuti tanta compagnia, ci siamo voluti molto bene. Proprio per questo vi dico che la storia che vi ho appena raccontato non è triste, tutt’altro: vi ho raccontato di Giuseppe perché è una storia di amore, perdono e rinascita. Non abbiate paura mai di donare, perché nel vostro dono c’è tutto ciò di cui un uomo ha bisogno: che sia il vostro tempo, che sia un regalo ben pensato, che sia un sorriso di conforto…non trattenetevi mai dal dare voi stessi, perché – là dove la cura sembra non esserci – il vostro amore può lenire tanti dolori, molti dei quali non potrete neanche comprenderli o conoscerli».
«Vuoi dirci che ci stai lasciando anche tu? Noi non vogliamo vederti andar via!» – aggiunse allora un altro dei tre bimbi.
«Ma no, caro, non ti preoccupare, il nonno sta bene ed è fortunato per questo. La mia malattia è sotto controllo e non si è aggravata, ma sappiate che il merito è anche vostro. Ora forse è presto per capire, ma ognuno di noi può fare la gioia dell’altro; Giuseppe mi ha trasmesso proprio questo, e spero che un po’ di questo insegnamento venga poi tramandato anche a voi. Quando è venuto a mancare, dovevate vedere quanta gente si è raccolta per recargli un ultimo omaggio! Avrà anche avuto un temperamento infuocato, a volte aggressivo e indomabile, ma ha saputo fare del bene e depositare anche ricordi lieti nelle memorie di tutti coloro che ha incontrato nella sua vita, me compreso, al punto che ora ne sentiamo tutti la mancanza.
Sapete? L’altro giorno parlavo giustappunto con sua figlia: mi diceva che il giorno dopo la morte del padre, un passerotto è entrato dalla finestra fin dentro il loro salotto, posandosi sul davanzale interno, un evento bizzarro che aveva meravigliato un po’ tutta la famiglia. A me, così come a sua figlia, piace pensare che quel tenero passerotto fosse un messaggio inviato dal buon Giuseppe, un buon augurio per una vita serena e un ringraziamento sentito per l’amore ricevuto».
«Forse l’uccellino era proprio Giuseppe, nonno!» – esclamò eccitato il bimbo che ancora non aveva parlato.
«Ah ah ah! Sai, Tommy, potresti proprio avere ragione! Chissà che quel passerotto, così innocente e indifeso, non fosse proprio Giuseppe che veglia su tutti noi, pronto a prendere il volo per una nuova felicità.»

Marco Giannotta