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Sono oltre 2 milioni l’esercito di giovani NEET che bisogna reinserire nel processo lavorativo, non basta investire nell’eccellenza, bisogna farlo anche nella normalità, siamo entrati in una specie di dopoguerra, alle prese, come in altri momenti della storia dell’umanità, con la ricostruzione dalle fondamenta della società e delle nostre economie ci aspetta un lavoro immane, che i nostri padri riuscivano a svolgere molto più frequentemente di noi, oggi è difficile considerarlo passaggio “normale” della nostra esistenza, anche se ricco di opportunità oltre che di insidie.

Per ricostruire non si può lasciare indietro nessuno serve l’apporto di tutti, del 100% della popolazione, nessuno può essere ignorato, nessuno può tirarsi indietro, c’è un’esigenza molto concreta, si vince solo se a remare siamo tutti e tutti dalla stessa parte e nello stesso momento, senza che nessuno si ammutini senza che nessuno tiri i remi in barca.

Non si possono lasciare 2 milioni e 100mila giovani italiani tra i 15 e i 29 anni a bivaccare sul divano con le mani in mano, una cifra enorme, oltre il 25% di quella fetta di popolazione, più del 50% sono concentrati nel Sud Italia, metà donne e metà uomini, comunemente definiti Neet, l’acronimo coniato dai nostri amici anglofoni, not in education, employment or training, con cui identifichiamo i giovani che “non vanno più a scuola, non cercano un lavoro e non partecipano ad alcun programma di formazione.

Non esiste uno studio; del perché decidono di “astenersi” da ogni attività di studio, formazione o dal cercare un posto o un reddito. né conosciamo come utilizzano il loro tempo libero, molto probabilmente alcuni sono in giro per il mondo a riflettere, viaggiano verso mete lontane grazie alle opportunità offerte dai viaggi low-cost, altri, in preda alla depressione, stanno chiusi in casa, su un divano davanti alla tv, accuditi da genitori premurosi che non sanno che fare,con questi la famiglia svolge il ruolo di assistenza sociale compito allo stesso tempo positivo e negativo, molti di questi ragazzi vivono dei sussidi o delle paghette si genitori e nonni premurosi, qualche solone direbbe che le famiglie, troppo spesso minimizzano, giustificano, assecondano.

Altri bivaccano per strada, a riempire i muretti delle periferie, dei comuni del Sud, di quei paesini dimenticati e vuoti di cui è ricco il nostro entroterra montuoso.

Sarebbe utile avviare un censimento su cosa fanno e su dove sono finiti oltre due milioni di persone, andare in profondità e provare a capire le motivazioni e le ragioni reali di queste scelte, magari ricorrendo ai social network, unica attività tracciata da cui probabilmente essi non si astengono.

La prima a uscirne sconfitta è la scuola con la sua missione storica, che dovrebbe occuparsi del 100% dei suoi giovani, al di là di; censo, territorio e contesto culturale da cui provengono.

La scuola deve essere al centro del progetto di recupero di questo esercito fantasma ,ma, occorre dotarsi di strumenti, mezzi, idee, smettendo per una volta di giudicare e parlare di eccellenze, di talento, di numeri primi.

Quando escono dalla scuola i Neet dovrebbero cercarsi un lavoro, ma… i centri per l’impiego sono il vero buco nero del nostro sistema di gestione delle politiche attive per il lavoro , la vera fonte di enorme spreco di denaro, tollerato perché il welfare nel nostro paese lo fanno le famiglie, le pensioni dei nonni, il lavoro nero, occorrerebbe mettere un punto a questo andazzo, premere il tasto reset e ricominciare daccapo, c’è qualcosa di molto profondo da correggere nel sistema.

In questi ultimi anni,un po’ abbiamo contribuito tutti a ridicolizzare la normalità, a disprezzare il lavoro ordinario e fatto bene, a disconoscere la serietà delle cose semplici, i valori di cui la società si nutre.

L’eccellenza non avrebbe senso se non esistesse una buona e diffusa normalità, abbiamo bisogno di moltissimi idraulici bravi e di pochi scienziati in ingegneria idraulica.

Tutti questi ragazzi, abbandonati a se stessi, in un inferno apatico, devono essere chiamati a dare il loro contributo in base a ciò che possono e sanno fare, non saranno dei talentuosi, ma sono altrettanto utili alla società, occorre chiamarli a gran voce, far sentire loro che sono indispensabili, dire loro che non possono girare la faccia dall’altra parte.

Le famiglie devono sapere che così le cose non vanno bene, la scuola deve sapere che ha il compito di andarli a recuperare, i centri dell’impiego o chi per essi devono sapere che su questo obiettivo sarà misurato la loro efficacia.

Tutti dobbiamo avere la consapevolezza che ogni ragazzo riconquistato alla causa del lavoro, inserito produttivamente, è un piccolo contributo al futuro di tutti noi e al benessere della società.

Alfredo Magnifico

Segretario Generale

Confintesa Smart