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Quante parole, quando invece sarebbe meglio tacere. Fare un lungo, lunghissimo silenzio, non dire nulla, chiudere finalmente la bocca. Queste bocche così grandi, che urlano e squassano le orecchie. Zitti! E fermi! No, adesso non si muove più nessuno! Come mi piacerebbe poterlo dire. Sì, comunque, dire.
Mentre sto qui seduto ad ascoltare, la mia mente se ne va per poco, pochissimo tempo. Quante immagini possono arrivare in così pochi istanti. Mi sento in alto, non so bene in che forma, forse gassosa, sorvolo il mondo, poi plano sul mare, vedo del movimento, mi avvicino.
Voi! Che state su quel gommone, v’acchiappo io e vi tolgo da lì, perché è freddo e rischiate di affogare… con quello stronzo, lo vedo, che vi dà di quelle botte nei fianchi… a lui penso dopo. E non me ne frega niente di chi è, del perché sta lì e si comporta così. Lo correggeremo nella prossima vita. Per ora un bel calcio nel culo e zot! Scomparso! Uno sbuffo e non c’è più, facile.
Continuo, vado un po’ più in là, sento l’aria, anch’io sono aria.
Vedo altro, la nave non si può avvicinare, perché bla bla bla… avvicinati su, dai una mano, sei qui per questo. E quest’altro, cosa dice? Cosa dici? ¬«Ma i confini, i confini…» «uffaaa… i confini ce l’hai nella testa, se c’è gente che rischia di affogare, l’aiutiamo, no?» «E bla bla bla…m’hai stufato, zot!» Ecco fatto, un altro sbuffo. E basta, no? Non vi posso più sentire.
Mi giro, guardo più lontano, c’è un sacco da fare… zot! Zot! Vado avanti così, comincio a star meglio, respiro, finalmente. Riesco a fare qualcosa, in questo mare d’acqua, in questo mare di parole, riesco a risolvere problemi così lontani, e così vicini a me.
Lassù mi sento bene ma torno in me. Mi arrivano altre parole, cosa mi stai dicendo? Le tasse troppo alte, non ce la fai più, e come fai a dire ai dipendenti…
«Se ci penso, guarda, a quanti sacrifici ha fatto il babbo per mantenere la bottega… eh sì, tanti anni fa… non dico che era meglio, ma forse un po’ meglio lo era davvero. Era riuscito ad avviare il lavoro un po’ per volta… artigiano pure lui, sì, era artigiano, m’ha insegnato tutto…»
Ma che ne so io, qui pare che degli artigiani non importi niente a nessuno… “che bravo, che bello” e poi ti chiedono lo sconto! Sono lavori che non vengono mica apprezzati come dovrebbero, con tutto il lavoro che ci vuole, il tempo… che poi, intendiamoci, non è che il tempo che ci metti sia una garanzia. In dieci ore puoi fare qualcosa di bellissimo, ma anche una schifezza inguardabile. Che poi magari, se sei bravo, sei anche più veloce… ma allora, alla tua bravura, come fai a darle un prezzo? Se sei bravo e veloce e calcoli il tempo, guadagni di meno…
Quando fai un bel lavoro in poco tempo… «cazzo, che bravo!» E poi, al momento di pagare… “sì, va be’, ma tanto a te cosa ci vuole a farlo? Sei veloce, in un paio d’ore» …ma allora? Vorresti uno che lavora bene e lentamente per pagarlo quanto merita? No! Allora se ci mette di meno accetti di pagarlo di più? Ma va’, è tutto alla rovescia…Per diventare bravo e veloce, quante ore e quante giornate ho lavorato prima, ma quelle non contano, quelle no.
Capisci? E’ tutto così, perché uno dice che sono le tasse che ti strangolano, ed è anche vero, ma anche la gente… tutti a pigiare con quelle dita sui tasti, per fare qualunque cosa basta spingere un bottone, un pulsante ed ecco, si fa tutto da sé… dieci dita, eppure…? «sta mano po’ esse’ fèro e po’ esse’ ‘na piuma» ah ah ah, chi è che lo diceva? Mah, non me lo ricordo mica… Con le mani si potrebbero fare tante cose, e la maggior parte delle persone le tiene lì come appendici, gli basta un dito o due…

Anche i bambini, non sanno mica più fare nulla, è diventato tutto automatico, tic, tic, tic… che ad aver le cose troppo facili non è che si è più felici… no, no… l’impegno, il desiderio, l’attesa, senza queste cose, come fai ad essere soddisfatto?! Guarda in basso, cercando chi sa che cosa, un ricordo, un pensiero sfuggito. Lo sguardo vaga… mado’, mi prende una malinconia… «… io me lo ricordo, quando hanno messo fuori lo strip strap lì, come si chiama… quello al posto dei bottoni… il velcro… che poi, guarda, me l’immaginavo… dicevo «vedrai, così nessuno saprà più allacciarsi le scarpe…» Oh, ma l’hai visto? Adesso ci sono le scarpe per imparare a fare i nodi e i fiocchi. Cazzo, lo sapevo! Ah ah ah.
Mi capita, sai, di chiedere a qualche bambino, mentre si sta lì a smartellare, se sa fare i nodi, o i fiocchi… un sacco mi dicono che non li sanno fare. Però sanno tutti usare i telecomandi, i telefoni, i computer… che poi le mamme, i papà, son tutti orgogliosi: «sapessi, si mette lì ed accende la tv, trova da solo i giochini su youtube», come se fossero cose eccezionali… ma cazzo, è normale, vedono fare quello e quello imparano! Se non lo imparassero sarebbe strano, no? … e poi non si sanno neanche allacciare le scarpe…
Che poi uno dice «va be’, chi se ne frega…» eh no, perché non è solo fare il nodo, ma sono i movimenti che fai, che sono più complessi. Guardali… guardaci… grandi e piccoli… con queste dita che spingono, pigiano, sfiorano, strusciano, non fanno altro… invece un nodo, un fiocco, tutta un’altra storia. E poi, un po’ per volta, si dovrebbero imparare cose sempre più difficili, le mani bisogna usarle, allenarle, se no quando s’impara, da grandi? E va be’, chi se ne frega, no? A suon di chi se ne frega siamo arrivati fin qui, a gente che non sa neanche immaginarlo, un processo creativo, il come si fa è diventato un atto di magia, di fede, tanto riguarda l’artigiano, l’artista, mica te!
E allora a dire «bello, ma come fai?» ti faccio vedere io… macché, dopo un po’ si stancano anche di guardare, perché anche solo a guardare si fa fatica, stare un po’ di più a seguire qualcosa è diventato troppo difficile.
E ci credo! Se guardi un film in tv è interrotto in continuazione da pubblicità, telegiornali, previsioni del tempo… ma te lo ricordi quando la prima serata finiva alle dieci? Adesso un film prima delle nove non comincia e quando è finito va bene se non è ancora mezzanotte! E dai e dai, tutti i giorni così, uno s’abitua… è come ascoltare uno che parla, se lo interrompono continuamente, come fai a capire? Ti adegui, e non segui più, non segui lui, non segui nessuno. Che poi, già, se anche sei con qualcuno, devi tener d’occhio il telefono, che qualcuno ti potrebbe chiamare, oppure potrebbe arrivarti un messaggio. E che fai, non lo leggi subito? Cazzo, sembra che se non guardi subito cosa t’hanno scritto ti piglia un colpo!
Ma…hai presente? Sei lì che parli e «drindrin! Scusa, eh?! Guardo un attimo…» e sorride. Che poi, magari, è pure un tuo amico, non lo fa mica con cattiveria…ma io dico, se stai parlando con me, rimani con me, cazzo, no? Se leggi i tuoi messaggi te ne vai, non sei più lì con me, mi stai dicendo «ho altro da fare» e io sto lì come un coglione ad aspettare te… ma va’… Mi stai dicendo che non esisto e se dico qualcosa, poi, cascano dalle nuvole! Ma è proprio questo cascare dalle nuvole il problema, perché ci hanno condizionati come topolini e neanche ce ne accorgiamo, ma vaffanculo, va’… Scusa, sai, ma quando comincio a pensare a queste cose… Sono noioso, eh?!»
«No, che noioso… t’ascolto volentieri…» «Grazie, sai? Grazie che hai trovato del tempo per questo povero vecchio…» e sorride, stai a vedere che una cosa buona l’ho fatta, oggi?!… Sembra che questa sia l’unica cosa che valga la pena fare, adesso, star qui, ad ascoltare. Ma chi lo sa, forse il senso è questo? Forse un po’ di senso si trova a starsi vicini?

«No, altro caffè no, grazie, che poi non dormo!» Macché, me lo versa lo stesso. Ogni volta è così. A me sembra di approfittare, invece se non accetto ci rimane male, e mi guarda con quegli occhi, zitto, in sospeso. Come il caffè, sospeso… bella idea quella lì…
«E che sarà mai?! Tu sei giovane, che male ti farà? Io sì, faccio fatica a dormire… Qualche lavoretto da fare ce l’ho, poca roba, non basta più. Però se la sera non guardo la tv mi metto giù, al banco, con la radiolina e lavoro un po’, magari sistemo una sedia, o qualcos’altro. Piano piano mi viene sonno, allora mi ripulisco e me ne vado a letto. Oh, ma lo sai? M’addormento quasi subito e poi, deng!, alle 5, non c’è niente da fare, spalanco gli occhi…e chi dorme più? Figurati…»
«Va be’, che c’entra, ci sta che col passare del tempo si dorma meno, no? Poi, boh, dipende, c’è gente che dorme tanto anche se è anziana…» dire una cosa e allo stesso tempo pensare possibile anche il suo contrario a volte è faticoso. Credere che non ci sia niente di oggettivo è un conto, ma stare immerso in una continua relatività mi complica la vita, mi riduce i pensieri ai minimi termini.
«Ma a che ora vi trovate in bottega la mattina, alle otto, no? Certo che svegliarsi tre ore prima è proprio una rottura…»
«Sì, davvero, ma sono tutti questi pensieri. Se potessi svuotarmi la testa…
Non mi manca neanche tanto alla pensione, ma così come faccio?! Mi tocca chiudere, e bisogna che glielo dica, ma mi vergogno…c’hanno famiglia pure loro, quando ci penso, guarda…»
«Sono tre, no?»
«Sì, c’è Mario che ha due figli. Son grandi, uno lavora, meno male, fa…una specie di dottore, fa i massaggi, ma non è fisioterapista…insomma una cosa di questo tipo. La Francesca, invece, fa l’università, è tanto carina, educata…studia la natura…scienze forestali.
Mario è con me da trentadue anni, era già falegname ma faceva solo finestre. Con me ha imparato tante cose. Anche dal povero babbo, eh?! Che finché è stato al mondo, non c’è stato verso di tenerlo lontano dalla bottega. E gli ultimi anni era un casino, che ogni tanto si dimenticava le cose. Allora, magari, preparava la colla, la lasciava in caldo sul fuoco, e poi si metteva a fare un altro lavoro. E quella bolliva, bolliva… quante volte s’è dovuta buttare, povero vecchio, ah ah ah. E se gli dicevi qualcosa, figurati, lui non c’entrava nulla, garantito! Che poi aveva anche ragione perché non se ne ricordava! Ohi, ohi…ah ah ah.»
Che belle, le persone, quando ridono. A volte me ne dimentico, mi prendono delle giornate…e poi basta un sorriso ed è la svolta. Mi colgono sempre di sorpresa.
Me lo dovrei scrivere da qualche parte, dovrei prendermi un appunto per ricordarmi che quando ho una giornata storta devo trovare qualcuno che sorrida. Se poi sorride a me meglio, ma mi basta che sorrida. Magari basterebbe anche un video di una persona che ride, o fotografie di persone che sorridono.
Potrei fare un cartellone…si facevano a scuola i cartelloni, chi sa se si fanno ancora…comunque sì, un cartellone pieno di facce che sorridono, e tenerlo lì a portata di mano. Quando ho bisogno vado e lo apro, ah, che bellezza! Appeso aperto no, ci si abitua a tutto, basterebbero pochi giorni e mi ritroverei a non farci più caso. Ci passerei davanti senza guardarlo più.
Quando abitavo vicino al Duomo, ci passavo davanti spesso. Che bello, sì, il primo giorno, il secondo, il terzo, ma non potevo stupirmi ogni volta, non ce la facevo a scoprire sempre un dettaglio nuovo. Così l’ammirare è diventato guardare, e poi vedere, e poi trapassare con lo 4

sguardo, e poi ignorare. Un giorno mi sono voluto fermare a guardarlo di nuovo, come se non l’avessi mai visto prima: «Ma è meraviglioso, come posso essere diventato così indifferente?»
Ho capito che non sono capace di entusiasmarmi ripetutamente per la stessa cosa con la medesima intensità. Averlo sotto gli occhi tutti i giorni me ne allontanava e così ho cambiato casa.
Le rare volte che arrivo in quella piazza, mi si apre il cuore per tanta bellezza. Ed ora che sto più lontano mi sento più vicino. Come siamo fatti strani…
«… e poi ci sono Gianni e Luigi. La ditta è piccola, lo sai già.»
«Sì, sì, è che non mi ricordavo i nomi. Poi, non avendoli mai conosciuti, faccio proprio fatica a ricordarmeli. Con i nomi ho dei problemi. Se una persona non la vedo, poi, e me la descrivono soltanto, e come faccio?!» Sto zitto un attimo.
«…e tu, piuttosto, com’è che ti chiami?»
«Ah, ah, ah, che vigliacco che sei… meno male che c’hai sempre voglia di scherzare…» tace, di nuovo lo sguardo si perde, se ne va, forse ricorda. Tutti quegli anni passati insieme, ma poi in quel modo. A lavorare fianco a fianco questi qui son diventati anche amici. Renzo, poi, lo so che carattere ha, è così preciso, rispettoso, di sicuro li ha sempre trattati con attenzione.
Quando si ragiona sui grandi numeri si perdono i dettagli, il vissuto delle persone, le esperienze, le emozioni, che poi forse sono le cose più importanti…almeno credo.
«Via, non c’è altro da fare, te l’ho detto, domani glielo dirò, ma c’ho un pensiero, povera gente…a mia figlia non volevo mica dire nulla. E che facevo, le davo questa preoccupazione? Poi lei si agita, è ansiosa, come la sua povera mamma… sapessi, era tanto brava, ma quando diceva di farsi prendere dall’agitazione…ma te l’ho detto di quando si fece quello scherzo a Gianni? Lo chiamammo alle sei la mattina che venisse di corsa perché s’era allagata la bottega… quando arrivò tutto agitato, te l’avrei fatto vedere, con la camicia fuori dai pantaloni, gli occhi strabuzzati, quanto si rise! Ah ah ah! Ma quante ce ne disse…
E la Lucia, tutto il tempo a dire «poverino, ma che spavento gli fate prendere, ma lasciatelo stare» figurati, abita vicino, son cinque minuti, lo spavento gli sarà durato un quarto d’ora. Ma quanto s’incazzò, se ci ripenso, ah ah ah…
E poi sai come andò a finire? S’andò al bar a prendere il caffè, si cominciò a lavorare alle 7 e si smise un’ora prima. O che dramma sarà mai stato? E ora, invece, eccoci qui, che anche se s’andasse in bottega alle dieci non s’avrebbe nulla da fare…come farò a dirglielo?»
«Renzo, tu hai fatto tutto ciò che potevi, da questo punto di vista puoi stare tranquillo. Certo che a ritrovarti con tutta ‘sta gente che non pagava, alla fine tanta scelta non ce l’hai avuta. Le difficoltà in qualche modo si superano, vedrai. Adesso è tutto brutto e difficile, ma in qualche modo si sistema. E poi, vedrai, anche tua figlia ti starà vicino, magari un po’ agitata, ma se è fatta così pazienza, no?»
«Ma tu lo sai che altri nella mia condizione si sono ammazzati? Guarda, li capisco, eh?! Che, a dire il vero…» si alza e va verso la credenza, un sospiro pesante, prende un foglietto dal cassetto, è ripiegato in due. Me lo mette davanti.
«Cos’è, Renzo?» Ma lo so già, va be’ vivere nel non oggettivo, non ovvio né scontato, ma ho un intuito nella media. Lo chiedo perché vorrei sentirmi dire «la lista della spesa, ci pensi tu, per
favore?» perché mi pare così brutta questa cosa. Lo guardo negli occhi, giusto un attimo. Niente da fare, non è la lista della spesa, mi tocca aprirlo «scusatemi, non ce la faccio, scusatemi tutti, Renzo».
«Renzo, quando l’hai scritto questo? Ma che volevi fare?» Una domanda stupida non bastava, ce ne voleva un’altra…
«Senti, te l’ho detto, una vita a lavorare, con passione, soprattutto con dignità e poi, a finire così… sapessi che vergogna, che peso sul cuore. Giorno e notte non pensavo ad altro, non sapevo che fare, mi sentivo così solo.
Ma guarda che solo così non mi son sentito neanche quando è morta la mia povera Lucia. Allora c’era la Giulia, è vero che è ansiosa, ma è anche tanto affettuosa. E anche suo marito, i bambini, i miei amici. Insomma, non posso dire nulla, mi son stati tutti vicini. Ma quando mi chiamò la banca, credi, è stato un colpo, mi son sentito un fallito, che brutta cosa, mi sembrava di non esser più buono a nulla. E a chi lo dicevo? A questi tre colleghi, amici di tanti anni di lavoro? Alla Giulia? Che facevo, ne parlavo con gli amici del bar? Macché, la dignità m’era sparita di dosso, mi sembrava come se… se non esistevo più. Come se quel faticare, impegnarsi, tutto quel da fare non fosse servito a niente. Sono stato così un po’ di giorni, mi pareva d’impazzire. Ho pensato «sai che? Prendo una bella manata di sonniferi e mi tolgo dai coglioni!»
Davvero, sai? Tanto, i sonniferi ce l’avevo. Ne prendo raramente, così me li son fatti segnare dal dottore e li ho messi con quegli altri nel cassetto. Erano diventati un bel po’.
Mi sentivo tranquillo, tanto ormai avevo deciso, cosa c’era da agitarsi? Scrivere il biglietto è stata la cosa più difficile ma tanto l’hai visto, giusto due parole, e che altro dovevo scrivere? L’ho messo qui, sul tavolo e poi…uno per volta mi son preso i miei sonniferi e mi sono steso sul divano.
Insomma, ora tu mi vedi qui, è perché non m’è riuscito neanche d’ammazzarmi. Mi son fatto una dormita, che non ne facevo lunghe così non so da quanto. Mi son svegliato col telefono che squillava, era la Giulia, che poi m’ha passato i nipotini. Ero un po’ intontito ma sapessi che gioia a sentirli, che felicità! Poi ci ho parlato, con la Giulia, col marito, e s’è pianto tanto, ma almeno sono ancora qui.
E allora domani glielo dirò, a questi amici, che il lavoro non c’è più, ma in qualche modo si farà, hai ragione tu, in qualche modo si farà…»
Adesso che mi guarda, mi sento così piccolo e insulso. E lui che è in questa situazione così difficile, mi sembra un gigante. Che fortuna poterci essere e poterci stare vicini. E che altro posso fare, oltre a star qui ad ascoltare, ad essere presente? Vorrei davvero poter volare in alto, e magari portarmi pure lui un po’ per aria, lontano da tutto questo peso.
Potessi trovare una soluzione a tutto… zot!

Monica Sarandrea

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