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Vedo i miei genitori sparire tra gli alberi, ma io continuo a fissare il vuoto. Lacrime calde, come la sera afosa, iniziano a rigarmi il volto minuto, mentre io rimango inerte. Mia sorella, rimasta accanto a me, se ne accorge. “Perché piangi?”, mi chiede. Il suono acuto dei miei singhiozzi risuona nell’utilitaria, mentre, all’esterno, le intricate nuvole di fumo atro vengono spinte dai 47 km/h di scirocco. Gli odori acri, provenienti dal bosco ormai arso, ci raggiungono nell’automobile. Stretta in un familiare abbraccio, riesco finalmente a riacquisire una misera dose di tranquillità. Intanto, colonne di gocce azzurre si levano dal sentiero, ancora cinto dal verde. Proprio da quel viottolo, cha ha inghiottito i nostri genitori, trascinandoli nel buio scarlatto, si stagliano adesso, dopo interminabili minuti, tre figure svelte. Sono loro due, illesi, che discutono vivacemente con un agente. Entrando nell’auto, percepiscono il mio stato d’animo e chiedono a mia sorella che cosa fosse successo.

«Quando vi ha visti andare via si è messa a piangere».

«Avevo paura», mi giustico io, mentre i singhiozzi risalgono lentamente la mia gola, nonostante i vani tentativi di arrestarli.

La nostra proprietà è, in parte, salva dal grande incendio.

59°36′09’’N 15°12′47’’E

Dalla finestra situata a destra del letto, nella spoglia e bianca stanza numero 54 dell’ospedale di Lindesberg, si sarebbe potuto scorgere solamente quel condominio azzurro con una manciata di appartamenti, affiancato da alcuni casolari di mattoni, simili alle costruzioni adiacenti ai centri commerciali delle città metropolitane.

Tatiana Brignone

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