Luigi Vitiello

Riscopriamo la morte per tornare a vivere. Vitiello: «È il nuovo tabù»

Raccontami una storia premio letterario

Togliete la morte dal dimenticatoio e tornate a vivere. La consapevolezza della morte, propria e altrui, permette addirittura di godersi in pieno, senza cadere da un baccanale all’altro, i piaceri della vita. Non vi par possibile o vi fa paura? Nessun problema. Via i tabù e provate.
Di morte come di preparazione e di accompagnamento alla morte stessa, si è parlato nelle ultime settimane a Merigar West, la comunità Dzogchen fondata ad Arcidosso da Chögyal Namkhai Norbu, in una serie d’incontri alla luce di diverse esperienze. Buddhista ma anche cristiana.
E ora ne parliamo con Luigi Vitiello, napoletano classe 1950, dottore in medicina e psicoterapeuta, allievo di  Chögyal Namkhai Norbu, esperto di medicina tibetana e autore di conferenze sulla morte nella tradizione buddhista.

Merigar Arcidosso
Merigar West ad Arcidosso

La morte non è argomento allegro, per carità. Oggi però sembra esser stato del tutto rimosso. Non trova?
«È vero. Si dice che nella società occidentale la morte abbia preso il posto, come tabù, che una volta era del sesso: tutti sanno ma nessuno deve parlarne».

Come è successo?
«Padre Bormolini, qui a Merigar, durante il suo seminario L’ultimo viaggio ha posto in evidenza come questa rimozione sia giunta con lo sviluppo del consumismo».

Perché?
«Probabilmente perchè la morte ci ricorda che tutto finisce, comprese le cose che noi possediamo e che, come si dice, non possiamo portarci dietro. Il consumismo invece ci spinge ad accumulare sempre di più come se dovessimo vivere per sempre. 
Quando la nostra attenzione viene continuamente rivolta ai beni materiali, si perde il contatto con gli aspetti più profondi della nostra esistenza e la fine, la morte, viene vista come una tragedia mentre, quando  avviene in età avanzata, è solo la normale conclusione della vita».

Che cosa vuol dire togliere il tabù sulla morte?
«Riportare l’attenzione sulla realtà della morte è ridare pieno valore alla vita. Ricordate che quando Calipso propose l’immortalità al saggio Ulisse lui la rifiutò, perchè sentì che la vita avrebbe perso significato?».

Come possiamo procedere in tal senso?
«Il nostro Maestro invitava sempre a osservare bene se stessi. Cosa ci rende veramente sereni e cosa ci genera sofferenza? È importante recuperare il senso di tutte le esperienze.
Cercare di evitare ad ogni costo anche piccoli livelli di stress alla fine ci rende più fragili: lo dimostra l’incremento della sindrome da attacco di panico nei giovani, che spesso vengono troppo “protetti” dai genitori.
Accettare il fatto che la vita prevede anche molte difficoltà, le malattie e la morte ci rende più forti e pronti a confrontarci con questi aspetti dell’esistenza meno graditi, mentre la loro rimozione ci lascia impreparati».

Oggi tutto è più veloce. In fondo, anche le possibilità offerte dalla tecnologia possono ricondursi alla velocità, dei contatti, dei rapporti. In assenza di una capacità comprendere questo fenomeno, le cose si complicano rispetto alla vita stessa?
«Tutto sembra più facile, e certamente scorre più veloce, soprattutto la comunicazione; ma questa velocità finisce con l’essere una specie di centrifuga che ci porta sempre più verso l’esterno, rischiando di allontanarci dall’ascolto di noi stessi. Forse proprio per questo stiamo assistendo a un rinnovato interesse per le pratiche meditative».

Luigi Vitiello
Luigi Vitiello

Una volta tornati noi stessi, possiamo così prepararci alla morte. E alla vita, ovviamente…
«Sì ma non possiamo pensare che un viaggio tanto importante si prepari in mezza giornata. Alla morte bisogna prepararsi per tempo, un po’ prima…».

Accompagnare gli altri nelle ultime settimane e nelle ultime ore di vita, invece, che cosa comporta? Che cosa bisogna fare?
«Nella visione buddhista si considera che la coscienza sia capace di contatto con il mondo esterno anche quando il corpo perde le sue capacità sensoriali. Quindi è importante continuare un contatto sia fisico che verbale con il morente per rassicurarlo che non ci sarà un annullamento della coscienza.
Nel momento della morte la fede può essere di grande aiuto, ma soprattutto è importante essersi allenati nel mantenere la presenza mentale per non cadere nel panico».

E così?
«Noi siamo convinti che la coscienza non si dissolva dopo la morte del corpo fisico. 
Se parliamo con chi sta morendo, lo aiutiamo a sentire che la sua coscienza c’è e ci sarà anche dopo l’uscita dal corpo. Un’altra indicazione importante è quella del contatto fisico: la pelle è l’ultima a perdere la sensibilità».

Come possono prepararsi le persone anziane?
«Forse con meno difficoltà. Hanno attraversato un’epoca nella quale la morte era una realtà concreta, forse hanno ricordi della guerra, quando era facile morire… sono meno sprovveduti e meno condizionati dalla società materialista. 
Penso anche che sia importante l’ascolto che gli possiamo offrire, permettendogli di raccontare la loro vita e di rivalutarne il senso».

Come potremmo aiutare un materialista convinto sul letto di morte?
«Parliamogli allo stesso modo. Perché non instillare anche in lui un felice dubbio all’ultimo momento, che anche dopo la morte del corpo qualcosa rimane…?».

Qual è il rapporto tra i più giovani e la morte, se c’è?
«Credo che la maggior parte dei giovani non siano mai entrati in contatto con la realtà della morte e questo non è bene. Così la morte rischia di essere solo quella che si vede nei film o nei videogiochi.
Se in famiglia muore un nonno, per esempio, è importante che i bambini partecipino agli eventi: ovviamente vanno aiutati a capire quanto accade. Il ruolo dei genitori è essenziale, ma spesso anche loro sono impreparati… Invece vanno trovate le parole per aiutarli, fin da piccoli, a capire che tutto ha una fine, che la vita è importante, ma prima o poi finisce. 
Oggi la prima causa di morte tra i giovani è il suicidio e questo deve far riflettere su quanto loro sappiano della morte».

Fabio Barni