Come gli antropologi, scienziati sociali, spiegano da quasi un secolo, le classificazioni, vale a dire la divisione degli oggetti ed eventi del mondo in categorie, non sono frutto di un ordine oggettivo e naturale, ma di criteri umani e simbolici, che hanno a che vedere con specifiche culture e continuamente variabili.
Le classificazioni non sono criteri uguali per tutti ma semplicemente dominanti, e sono sottoposti a lotte di contestazione. Per dare un esempio banale, prendiamo quelle di genere di tipo tradizionale, con la donna che si vuole donna, madre, casalinga, e l’uomo lavoratore, volto al mondo esterno. Due categorie oramai sempre più sfidate. Prendiamo ancora quelle di salute e bellezza, legate a una disciplina ferrea nella nutrizione, alla magrezza, all’esercizio fisico.

Tutte questa categorie sono state sfidate, appiattite, velocemente ricreate nel momento in cui il Coronavirus ha fatto la sua dirompente comparsa. Si è velocemente creata una conflittuale divisione tra chi si è chiuso in casa, ferocemente determinato a salvaguardare la “nuda vita biologica”, e chi era altrettanto ferocemente determinato a salvaguardare una rappresentazione di benessere psicofisico, legata al movimento e all’esercizio. La nuda vita si è legata o quasi al concetto di “essenziale”, un essenziale certamente diverso da quello dei runners o dei genitori che invocano a tutti i costi una boccata d’aria per i figli.
In un mondo in cui l’aria, da spazio benefico, è diventata veicolo di morte, le autorità ufficiali, insieme a un’altra miriade di attori, hanno tracciato lo spartiacque, piuttosto controverso, tra beni essenziali (al mantenimento in vita) e no. La vita nuda si è spogliata di ogni connotato estetico ma non del piacere orale, gratificazione primaria e immediata. Nei supermercati, quasi gli unici esercizi aperti, è stato posto il veto a libri, talvolta giornali, piante, cancelleria, mutande e calze (evidentemente non dei salvavita), biberon, apriscatole, e a chi questo si rompe affar suo se non potrà nutrirsi a scatolame. Le vetrine dei negozi di vestiti e scarpe sono lì immobili, come per incantesimo, a esporre oramai gli stessi beni da due mesi.

In compenso non è mancata l’orgia alimentare, attestata da assalti ai supermercati, che hanno potuto fornire agli italiani sofferenti colombe, uovo di Pasqua, agnello e qualsiasi altra prelibatezza. Mostrando al tempo stesso come, insieme alla sazietà, ciò che caratterizza la vita umana è la celebrazione dei riti.

Dopo Pasqua scatta la fase 1,5, se così la vogliamo definire, con apertura di alcuni esercizi ritenuti quasi indispensabili: librerie, cartolibrerie, negozi di abbigliamento per bambini. E qua la lotta per le classificazione si fa dura sia a livello istituzionale sia popolare, con prese di posizione frammentarie. C’è chi considera i libri necessari per l’anima, chi pensa sia sufficiente ordinarli online. Una madre milanese traccia un quadro frivolo dello shopping quando considera un immorale divertimento il farsi una passeggiata di un’ora tra librerie e negozi spargendo il contagio in un’aria mortifera e legata all’immoralità, vale a dire tutto ciò che non è manutenzione della vita nuda. Il governatore Fontana, in una Lombardia ancora piegata dal flagello, decide di mantenere chiusi i negozi in barba alle ordinanze governative, dando così uno schiaffo alle case editrici, in maggioranza milanesi.
De Luca, deciso alla linea dura in una Campania mitemente interessata dal Covid-19, vieta addirittura l’attività delle pasticcerie, contrassegno dei giorni festivi napoletani, e la consegna a domicilio delle pizze, simbolo universale della napoletanità.
Vi è da chiedersi se non vi sia in questi atti, e nello spionismo da balcone che censura runners, bambini e anziani in cerca di un refolo d’aria, un’attitudine sacrificale che alla vita biologica ha da offrire come unico pegno la morte culturale.