Sujata Massey

Sujata Massey e Le vedove di Malabar Hill

Raccontami una storia premio letterario

Copertina di Le vedove di Malabar Hill

Che il nome indiano non tragga in inganno. Sujata Massey è cittadina britannica, nata a nel 1964 da padre indiano e madre tedesca, e trasferitasi negli Stati Uniti a cinque anni, dove dopo la laurea ha lavorato come giornalista, creando in seguito una serie di polizieschi con un protagonista californiano-giapponese, Rei Shimura.

In seguito si è riavvicinata all’India per produrre nel 2018 un bel giallo, Le vedove di Malabar Hill (Neri Pozza, pp. 448, 18 euro), dedicato alla figura della prima donna avvocato indiana, una farsi, Cornelia Sorabji, la prima donna a essersi laureata all’Università di Bombay, a fine Ottocento. La Sorabji iniziò a esercitare occupandosi di vedove purdahnashin, donne musulmane che vivevano in reclusione e non potevano incontrare uomini se non il marito e il rappresentante della famiglie. È proprio ciò di cui si occupa Perveen Mistry, protagonista del romanzo e procuratore legale, fortunata figlia di una famiglia farsi che la vuole istruita e professionista, pur nei limiti delle regole del tempo che le impediscono l’accesso al Tribunale. Perveen si trova a occuparsi dell’eredità delle tre vedove purdahnashin di Omar Farid, di cui pare vogliano fare dono al waqf, il fondo di beneficienza di famiglia, stando alle affermazioni del loro amministratore Faisal Mukri, uomo ostile e aggressivo. Mentre Parveen inizia a occuparsene e a districare la matassa delle doti delle tre vedove, Faisal viene però trovato ucciso.

Al tempo stesso se la deve vedere con un passato drammatico, quello del suo precedente matrimonio con il rampollo di una famiglia farsi di Calcutta, nota produttrice di bibite gassate. Il flashback ci porta nel cuore di tradizioni poco favorevoli alle donne, e di un rapporto tra i generi poco distante da quelli attuali, in tema di manipolazioni e disincanti. Il percorso di Perveen è quello di ogni donna che si trova a dover scegliere tra amore, famiglia e affermazione di sé. Al tempo stesso il giallo è un’immersione interessantissima nel clima dell’India coloniale, tra facoltosi e potenti funzionari dell’impero, borghesia indiana, regole arcaiche e prime aperture alla modernità.

Certo, più passa il tempo e maggiormente assistiamo a gialli o romanzi non site specific. Un franco-armeno come Ian Manook scrive di un commissario mongolo descrivendo in modo suggestivo il paesaggio di yurte di Ulan Bator, e ora Sujata Massey reinventa una sua India della memoria, pur regalandoci un pezzo importante di storia delle donne.