Riaprono in molti ma le industrie tessili, salvo produrre mascherine, restano serrate. Fino a quando non si sa, forse il 3 maggio, ma il colpo è giù durissimo per l’economia del distretto pratese, dove al centro c’è la terza città dell’Italia centrale, e per buona parte dell’export nazionale. Non fosse che l’Italia si regge sulle sue manifatture e sui suoi brand, decine di migliaia di piccole aziende e qualche colosso, il Governo potrebbe pure aver azzeccato la scelta. Ma siccome il tessile-abbigliamento è secondo solo alla metalmeccanica, nel nostro Paese, e siccome le aziende sono altrettanto sicure di altre, la scelta pare un po’ campata in aria. A Prato si rischia, dopo che l’Italia avrà passato il gran guaio sanitario, un vero e proprio macello economico e, la gente che lavora è tanta, sociale.
Se in mattinata l’onorevole di Cambiamo, Giorgio Silli, si è rivolto con una lettera al commissario alla ricostruzione Vittorio Colao, da 24 ore un’altra lettera, indirizzata a Giuseppe Conte, circola nelle stanze importanti delle associazioni di categoria. Non sappiamo se sia stata spedita o se lo sarà, se verrà corretto il tiro o se gli organismi nazionali diranno che è meglio, al momento, soprassedere.

Per farsi intendere, tra gli imprenditori, c’è chi dice di voler bloccare la ferrovia e chi propone un sit in sull’autostrada del sole. E ancora altro. Parole che volano. Rimangono, che siano state diffuse o no, quelle scritte, a tratti davvero dure, indirizzate al premier Conte, con la velata accusa (e velata neanche troppo) che il Governo al tessile moda e a Prato non abbia proprio pensato. O abbia pensato male.

Ma la lettera c’è e l’abbiamo letta, sottoscritta dai presidenti di Cna (Claudio Bettazzi) e di Confartigianato (Luca Giusti), con il vicepresidente di Confindustria Toscana Nord, Francesco Marini. Parole chiare, che vengano messe o no a maggior fuoco nelle prossime o che siano già state consegnate con un certo riserbo.

A Giuseppe Conte, i rappresentanti del distretto pratese rammentano che «il settore Tessile Moda è, dopo la meccanica, la seconda industria del nostro paese. Conta su oltre 45mila imprese, 400mila addetti, un fatturato di 55 miliardi di euro, 30 miliardi di export, un saldo commerciale attivo di 10 miliardi di euro. I suoi prodotti sono ancora oggi il vettore del gusto e dell’unicità del “made in Italy” agli occhi dei consumatori di tutto il mondo. I suoi valori poggiano su alcuni brand molto conosciuti ma soprattutto sull’operosità e sul saper fare di filiere fatte di migliaia e migliaia di piccolissime, piccole e medie imprese prevalentemente addensate in distretti industriali».

Numeri e considerazioni che, uniti alla sostanziale salubrità delle aziende pratesi, non bastano al Governo. O che il Governo, peggio, non ha ancora preso in considerazione.

In tutto questo, Prato è il distretto più importante, il primo per concentrazioni di attività tessili, il primo per concentrazione di attività nell’abbigliamento, con un cluster molto importante di aziende che producono macchine per questi settori, specificano i due presidenti e il vicepresidente. Altri numeri? «Oltre 6mila imprese e oltre 42mila dipendenti che rappresentano l’88% degli addetti manifatturieri locali: la colonna portante di una economia provinciale che sostiene i redditi e i consumi di 260mila residenti».
E c’è un problema. Enorme. «Prato è completamente ferma, e si chiede e Le
chiede – scrivono ancora rivolti a Giuseppe Conte – che cosa sarà del proprio futuro».

Di più. A metà strada fra la puntualizzazione pura e l’affondo, la lettera aggiunge che «il Governo che Lei presiede annuncia con orgoglio provvedimenti eccezionali per sostenere le imprese. Questi provvedimenti sono necessari e vanno ulteriormente rafforzati ma c’è una cosa che il Governo non può fare: congelare i mercati mondiali e dire ai nostri clienti – a clienti per lo più esteri, con business globali che non tollerano incertezze, che devono salvare se stessi in una crisi che non risparmia nessuno – che
devono restituirci gli ordini di una stagione che stiamo perdendo e soprattutto dir loro che devono continuare a comprare i nostri prodotti».

Due i punti finali che, poi, son richieste ben ponderate e altrettanto determinate.

«Signor Presidente del Consiglio, Prato Le chiede cosa deve fare. La sicurezza è un valore fondamentale ma è anche vero che la nostra provincia è una di quelle con i minori casi di positività nel centro nord, le nostre imprese sono piccole e con un naturale distanziamento sociale, abbiamo già adottato le misure per garantirla, siamo a disposizione per tutto quello che si riterrà di fare ancora».
Attenzione, però, concludono i tre rappresentanti del distretto pratese: «Signor Presidente del Consiglio, quel che non ci può essere chiesto è, allo stesso tempo, di stare chiusi a oltranza, di non avere alcuna certezza e di salvare il lavoro della nostra amata città. Le imprese alimentari sono essenziali, non c’è dubbio. Ma sono essenziali anche quelle che consentono di comprare da mangiare».