Cofferati

Uniti alla meta

Raccontami una storia premio letterario

Manuele Marigolli (La Parte Mancina)

Da più parti, nel Paese, si stanno facendo tentativi di ricostruire una sinistra con un profilo di governo, alternativa al PD. Il compito è arduo, difficile e complicato ma può riuscire, a condizione che ogni soggetto che partecipa all’impresa sia disponibile ad un atto di generosità. Rinunciare a qualcosa di proprio, in nome di un bene superiore. Tutti devono essere disponibili a mettere da parte piccole cose che possono dividere e valorizzare invece le tante cose che uniscono. Molti commentatori in questi giorni hanno ricordano che la sinistra è più brava a dividersi che a mettersi insieme e che i vari tentativi che nel tempo si sono susseguiti sono miseramente falliti. Perché questa volta dovrebbe andare diversamente? Perché il contesto oggi è profondamente diverso: a renderlo differente ci ha pensato Matteo Renzi. Di fatto le scelte compiute dal Governo in materia di lavoro, di riassetto istituzionale e di controriforma della scuola hanno reciso ogni residuo legame che teneva il suo partito (che fino a poco tempo fa era anche il mio) ancorato alla tradizione della migliore sinistra riformista italiana. Essere riformisti non significa essere per il cambiamento qualunque esso sia. Essere riformisti significa ridurre le distanze fra i più forti e i più deboli, fra i più ricchi e i più poveri. Consentire a quest’ultimi di avere più opportunità, un numero maggiore di occasioni su cui esercitare le scelte, il libero arbitrio, per costruire il viaggio delle propria esistenza. I cambiamenti varati, approvati a colpi di fiducia che il Governo ostinatamente continua a chiamare riforme, altro non sono che la riproposizione di vecchie politiche conservatrici. Per cui oggi il tema non è quello di costruire una sinistra radicale che faccia da pungolo, da anima critica ad una sinistra moderata, ma quello di ricostruire un punto di vista di sinistra che tenga i riformisti come i radicali. La parola sinistra ha ancora un senso perché le ragioni per cui è nata sono ancora tutte lì, oggi più valide di ieri. In questa globalizzazione senza regole, dove anche la democrazia diventa ancella del capitalismo finanziario, le diseguaglianze sono aumentate. Una sinistra, se non vuole essere solo opinione, deve essere fortemente ancorata ai temi del lavoro, declinati in senso moderno, senza nostalgie ma con la persuasione che il lavoro è qualcosa di più di una semplice merce. Con la convinzione che il lavoratore è la parte debole che contrae il patto e per questo necessita di tutele. La sinistra italiana, sia quella comunista che quella socialista, si è sempre posta il problema delle alleanze, del blocco sociale di riferimento: basta ricordare come lo stesso Togliatti lo espose in “Ceto medio e Emilia rossa”. Oggi circa il 50% degli elettori ha rinunciato al voto, molti di questi erano elettori del PD che difficilmente potranno riconoscersi in una forza di semplice testimonianza. Per questo la ricostruzione non può essere affidata solo a ciò che resta dei partiti della cosiddetta sinistra radicale ma deve coinvolgere un insieme ben più ampio di forze e di soggetti in cui un ruolo importante può essere giocato proprio dalle associazioni. Le associazioni rappresentano una ricchezza, sono un luogo in cui discutere, orientarsi reciprocamente e favorire per questa via la nascita di un nuovo soggetto che non parta dai leader ma dalle cose da fare. A Prato le associazioni La Parte Mancina e Left Lab, in un tardo pomeriggio torrido, hanno provato a dare un contributo in questa direzione. Il numero dei partecipanti ha dimostrato come vi sia ancora spazio per una sana passione civile e politica.
Ora sarebbe opportuno costruire un coordinamento tra le varie associazioni, una sorta di patto federativo per strutturare questo bisogno di partecipazione.

Manuele Marigolli