Ci sono le viscere della terra e ci sono quelle della mente umana. Fisica, magma, sangue e immaginazione. D’immaginazione, d’espressione, di vita si nutrono. Se la vita che incontrano è quella di Valentina Banci, chiedendole di dar loro carne, voce e una sorta di ripristino della loro dignità perduta, questi elementi restituiscono al pubblico un’esperienza che in pochi potranno permettersi il lusso, quello vero, di ricordare.

I giganti della montagna nella cava di Figline di Prato è questo. Creatrice e al contempo interprete, con la collaborazione preziosa di Lorenzo Banci e Giulia Barni, Valentina Banci ha portato Luigi Pirandello dove nessuno avrebbe osato condurre. E dire non poteva trovarsi scenografia più naturale e antropizzata, più usurata e abbandonata, del tutto in linea con l’opera, per l’ultimo e incompiuto lavoro – lo finì il figlio Stefano sugli appunti presi dal padre – del drammaturgo siciliano.

Una storia che racconta della morte della poesia e più in generale dell’immaginazione, della libertà di pensare, di desiderare, non può che compiere il gesto disperato di farsi rappresentare con una scenografia di sassi verdi, scuri, tra le cosce di una collina che, là dove nei secoli son state scavate, offrono una platea naturale, lunare finché non è proprio la luna a rischiarare gli sterpi e i pochi pini attaccati con tutte le radici alla terra. Quella pietra è il marmo delle cattedrali toscane, di Prato come di Siena o Firenze, che oggi custodiscono tesori e poesia per offrire l’oscenità dei marmi alle masse di turisti e all’immaginario mainstream.

Ma è da lì, dove Valentina Banci porta a morire la poesia, che tutto può ricominciare. La pietra può tornare lava e nella lava possono tornare a mescolarsi i minerali che formano la serpentinite, il marmo verde.

Pirandello in una cava che ha permesso di scrivere libri e libri di storia dell’arte e oggi dimenticata da ogni sorta di divinità.

Pirandello recitato con una sola bocca e tante voci, da un’interprete sublime quanto la cava con la quale Valentina Banci riesce nel difficile gioco di fondersi e staccarsi, per riferire della scomparsa dal mondo della poesia. Quella poesia tagliata via dal mondo, sia perché assassinata dalla supponenza dei ricchi giganti per i quali la massima espressione dell’estetica non può che risiedere in un matrimonio da re, sia perché ammazzata dal popolo ormai incapace di riconoscerla.

E infine, a dirla tutta, tre atti concentrati sempre in un unico corpo, pochi oggetti di scena, movimenti ed espressioni precisi e decisi di mani, volto, dorso: quello ripreso dal testo di Pirandello, che ragiona sul tema riproponendo l’idea già presente nei suoi lavori del teatro nel teatro, quello che si fa voce narrante, pur sempre la stessa ma registrata e fuori campo, per raccontar l’epilogo tragico vergato da Stefano, e l’invettiva finale scritta dalla stessa Valentina Banci. Quella del pugno – un pugno… impugnato dalla protagonista e scolpito da Emanuele Becheri – che risorge dalla tomba, per scagliarsi sul volto dell’impresario di turno – metteteci il direttore generale, il manager che volete – proprio come potrebbe risorgere un giorno il magma che ha formato il monte e dal monte la pietra delle cattedrali. Dal caos e dal magma, qualcosa verrà fuori. Ma senza poesia, non quel giorno potremmo non esserci più.