«La vertigine non è… paura di cadere, ma voglia di volare» da: “Mi fido di te” Lorenzo Jovanotti

Sto vivendo un periodo della mia vita molto intenso e, tanto quanto è grande l’intensità, tanto sono grandi le soddisfazioni che mi sto godendo. Ho un lavoro a pochi minuti da casa che mi piace tantissimo, non è faticoso, posso gestire a mio piacimento l’orario di lavoro e questo mi permette di guadagnare quanto io voglio guadagnare… ho un’età in cui si decide di appendere le scarpette al chiodo e smettere di fare il calciatore ma, avendo buoni rapporti con la società, sono stato incaricato di allenare la prima squadra, i risultati che stiamo ottenendo sono semplicemente da sogno, promozioni in categorie superiori, tornei dominati e vinti… sono impegnato nel sociale facendo volontariato, dedico il mio tempo a far conoscere alle persone che vengono da altri paesi come è possibile vivere in Italia senza problemi, questo aiuta il loro inserimento nella società e, spesso, queste persone manifestano con vari doni la loro riconoscenza nei miei confronti, ma la mia gratificazione è potergli essere utile e conoscere le loro culture, questo è un tesoro immenso che nessuno potrà mai togliermi… Ma, all’improvviso, tutto questo cambia, tutto questo finisce… Da qualche giorno i miei orecchi non sentono normalmente, vivo in un mondo ovattato, i suoni, i rumori, mi arrivano attenuati, gli orecchi non captano bene ciò che l’esterno mi trasmette e, di conseguenza, il cervello non risponde bene alle varie sollecitazioni. Il dottore mi ha tranquillizzato, è un virus influenzale basta una cura pronta ed adeguata e guarirò sicuramente, dovrò solo armarmi di pazienza… Sono passate un paio di settimane da quando vivo in una sorta di limbo, isolato dal resto del mondo, la musica che mi piace tanto non soddisfa più il mio udito, le voci dei miei cari mi giungono flebili, cerco di fare una vita normale ma oltre ad essere faticoso è anche molto frustante… Stamattina appena sveglio mi accorgo che c’è qualcosa di diverso, qualcosa che stavo cominciando a perderne il ricordo, sento di nuovo tutto, gli orecchi sono tornati finalmente liberi, l’euforia si impadronisce di me, è la fine di un disagio, ma dopo un’ora, inizio a vivere il mio incubo peggiore. Improvvisamente tutto intorno a me comincia a girare vorticosamente, sembra di essere nel centro di un gorgo che ti avvolge e ti centrifuga, è come stare su una giostra del luna park, la sensazione però non è la stessa, non c’è adrenalina, in questa sensazione c’è solo insicurezza, tanta paura, mi ritrovo aggrappato alla parete e, senza sapere come, sdraiato sul letto, al buio e in silenzio… la mia vita per alcune ore passa così, e, purtroppo, queste situazioni si ripeteranno in modo molto frequente, a volte dureranno alcuni giorni… Mi ritrovo a dipendere dalla sapienza dei dottori, dopo una serie di esami, la diagnosi è Sindrome di Menière, mi dicono che non è una malattia grave ma che purtroppo potrà ripresentarsi ancora in futuro. Dopo alcuni mesi vissuti come un vegetale, le crisi spariscono, è la fine dell’incubo, penso, ma non è così… dopo un pò di tempo le vertigini ricominciano… più forti… più subdole… più silenziose… più… Quando non ho le crisi, mi accorgo che non mi sento più sicuro a muovermi solo, vivere la normale quotidianità non è più come prima, a volte, mentre sono alla guida, mi capita di dover accostare con la macchina, e per fortuna, a parte qualche minuto di disagio al traffico, non creo pericoli, ma tutto non è più come prima… Il silenzio durante le crisi mi fa riflettere su quali emozioni provo… paura… rabbia… solitudine… sono le nuove compagne del mio triste viaggio. La paura ha bussato con violenza alla porta della mia vita e si è impadronita di me… la rabbia ha portato con sè impotenza e frustrazione, guardo le persone che mi osservano pensando che probabilmente sono ubriaco o forse drogato e con i loro sguardi critici mi hanno già etichettato con un: «Ma questo non è normale!!!», e io vorrei dire loro che hanno ragione, non sono normale, ma loro non sanno cosa darei per tornare ad essere normale, a riappropriarmi della mia semplice vita… ma non posso, non sono più io che dirigo il gioco, non sono più io a decidere quando salire sulla giostra, farmi un’altro giro che non so quanto dura e a che velocità va, so soltanto che alla fine del giro di giostra, mi ritroverò ancora una volta a guardare dentro me stesso e chiedermi se riprovare a vivere o rassegnarmi a vegetare… in quei momenti gli altri non sanno quanto sono solo, e forse, o sicuramente, non lo so nemmeno io… Il silenzio, la paura, la rabbia, che si sposano con la solitudine, mi costringono a vivere e raccontare a me stesso, e solo a me stesso, le mie emozioni… La paura, la rabbia, la solitudine sono diventate la mia corazza, non so più se amare od odiare le vertigini che mi costringono a letto, al buio… la solitudine è diventata il mio rifugio di pace in quei momenti tristi, è così ammaliante che sento di amare la mia nuova compagna di viaggio… Da oggi mi sento come un filo d’erba sferzato da venti forti, non sono un’albero forte e temprato che resiste a tutte le intemperie, ma un filo sottilissimo d’erba veramente debole!!!… Come può sentirsi un filo d’erba sbattuto dal vento?… non lo so, lo immagino però rabbioso e particolarmente impotente nei confronti del vento beffardo e prepotente. Arrivo al punto che mi sento poco considerato dagli altri e passo il tempo a sognare malinconicamente una vita più ricca di considerazione e affetto, penso questo tutte le volte che nel buio silenzioso della mia stanza, ho riflettuto, immaginato la malattia paragonandola alle stagioni, all’inverno quando la natura è ferma e immobile, così come lo sono io durante le crisi vertiginose, alla primavera che rappresenta il risveglio della vita, la ripartenza di nuove avventure… ma dopo l’inverno c’è sempre una primavera… è il miracolo della vita che si rinnova. La certezza di trasformare la solitudine, quella solitudine che ti spinge a chiederti quale significato e quale importanza dai all’esperienza della malattia, del dolore e della sofferenza derivante da quella condizione, ti spinge ad attraversare il dolore, accettarlo e andare oltre, serve un’atto di coraggio nella vita, la ricompensa sarà il tesoro nascosto in quella parte di noi stessi che non sapevamo di avere, la vittoria di un’uomo comincia dalla rottura di un’abitudine, quando smetti di pensare con la testa e cominci a sentire cosa ha da dirti il cuore, è in quel preciso istante che accetti di iniziare il viaggio ed attraversare il tuo dolore, è attraverso l’amore che arriva quel momento… un uomo privo d’amore, non saprà mai quale forza sta portando nel cuore, solo attraverso l’amore quella forza si risveglia, inizia ad essere viva, si trasforma da latente potenzialità in realtà visibile… Decido di usare la fede, di entrare realmente in contatto, attraverso la preghiera, con la parte di me “debole e malata”, grazie alla preghiera mi trovo faccia a faccia con la realtà e realizzo di aver fatto una scoperta dura e difficile da accettare, sempre grazie alla preghiera però, accetto di affrontarla deciso a risolvere il problema. Così riesco a trovare i medici giusti, con il loro aiuto e delle strutture di recupero alle quali mi hanno indirizzato, ho scoperto che non devo vergognarmi di essere menièrico, non ho nessun motivo di vergognarmi della mia malattia. Con la preghiera ho riscoperto la profonda gioia di essere capace di vincere in ogni difficoltà o prova che la vita regala ogni giorno, per questo voglio prendermi cura della malattia, di far finire l’inverno e far sbocciare finalmente la primavera, di tirare fuori quel coraggio che non avrei mai creduto di avere, di imparare ad amare il mio corpo… In un singolo istante ho acquisito fiducia nella possibilità di rinascere, ho deciso che non avrei più avuto paura di cadere ma avrei imparato a volare, e ho basato la mia rinascita sul coraggio e sull’amore… Credo fortemente e fermamente che la speranza non deve mai essere abbandonata, è il sentimento confortante che può condurci a una condizione migliore, imparo che la speranza non nasconde né sminuisce gli ostacoli e le insidie che incontriamo strada facendo, che non è illusione fine a se stessa… oggi, dopo anni di lotta, ripenso che sarebbe stato un peccato non aver provato ad amarsi… Amarsi è l’opera d’arte di un’architetto dilettante di nome IO che provando, sbagliando e correggendosi, impara a realizzare un progetto che prima non esisteva. Nella mia mente, improvvisamente, ha cominciato a girare questa domanda: «Che cosa significa per me amare la vita?». Rifletto sul fatto che sono talmente abituato ad occupare il mio corpo che a volte lo abito come un’estraneo distratto dalle molte incombenze, senza avere tempo o intenzione di ascoltare la sua voce che spesso ha un grande discorso da fare ad ognuno di noi e la malattia ci fa dono della facoltà di comprendere il nostro corpo, con essa la persona acquisisce la capacità di accogliere tutti gli aspetti che possono contribuire a realizzare una pienezza della vita, è grazie al corpo che vediamo, ascoltiamo, percepiamo, prendiamo coscienza della realtà… è il nostro corpo che manda segnali alla nostra mente e la esorta ad evitare pensieri sfavorevoli, d‘opposizione, di rimpianto, ed incoraggia ad azioni e pensieri positivi, sicuro che tutto questo ha una ripercussione positiva e benefica sulla totalità dell’essere. Vivere consapevolmente la propria vita e la propria malattia è dare un impulso potente a beneficio di noi stessi e di tutti coloro che soffrono, sembra un pensiero ambizioso, ma sappiamo che nell’universo nulla si crea e nulla si distrugge, ma incredibilmente il pensiero buono, positivo, arriva a destinazione con fini di benessere… intraprendere questo percorso aiuta a conoscere meglio se stessi per comprendere meglio gli altri e la realtà che ci circonda, la vera guarigione inizia dentro di noi, nella nostra coscienza, a quel punto iniziamo a rinascere e crediamo fortemente che la vita è un dono talmente prezioso che non possiamo assolutamente sminuirlo. La forza della vita a questo punto diventa la nuova corazza che mi avvolge e mi protegge da ogni attacco, a volte può essere faticosa da indossare, ma alla fine ripaga sempre degli sforzi fatti… un’atleta, ad esempio, durante la sua gara, sa che dovrà affrontare un momento critico, chiamato il chilometro di piombo, in questo chilometro di piombo i suoi pensieri diventano pesanti come le sue gambe, la mente si rifiuta di affrontare il dolore e vorrebbe fermarsi al lato della strada… in quel momento l’atleta, l’essere umano, decide se ritirarsi o resistere, in quel momento decide se fuggire dalla gara o continuare a credere nel suo sogno di arrivare in fondo, sa che arrendersi adesso vorrebbe dire arrendersi sempre, per tutta la vita, e allora fa una scommessa con il proprio destino, scommette sui suoi limiti e decide di oltrepassarli, allora decide di fare un metro, un altro ancora, e poi ancora uno, finchè le gambe e la mente tornano ad essere leggere… Ecco, questa sarà la mia nuova vita, una lunga corsa in cui mi allenerò ogni giorno per raggiungere i miei obiettivi, nei miei allenamenti metterò determinazione, gioia, amore e positività con cui riempire i miei sogni, con questi ingredienti affronterò il mio chilometro di piombo e, una volta raggiunto il traguardo, potrò essere fiero di me stesso… io il mio chilometro di piombo l’ho accolto, l’ho affrontato, ho tentennato dubitando di riuscire a farcela, ho resistito stringendo i denti , mi ha trasformato, l’ho superato e l’ho vissuto appieno godendomelo fino in fondo… da adesso posso finalmente urlare al mondo intero che non ho più paura di cadere ma tanta voglia di volare.

Leonardo Pavia