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Mi hanno detto di tenere un diario dei pensieri, perché aiuta a ritrovare l’ordine nelle giornate.
Mi hanno suggerito di non frenare le emozioni, ma di metterle su carta, dare loro un nome, imparare a riconoscerle. Mi hanno assicurato che i momenti più difficili, se consapevolizzati, si superano più velocemente.
Non sono convinto appieno di tutto ciò. È per questo che non mi figuro un vero diario come interlocutore. Nessuna delle pagine di questa vecchia agenda comincia con un Caro diario. Caro per chi? Non mi è caro quasi nessuno in questo momento. Non so per quanto porterò avanti questo teatrino. Ecco perché non ho neanche datato questo inizio di conversazione con me stesso, che di questo si tratta.
Sono arrabbiato e deluso e non ho bisogno di dirmi perché. Lo so fin troppo bene. Neppure una birra in più riesce a farmelo dimenticare. Ha solo il potere di stordirmi e allontanarmi per un po’ dalla disperazione.
Non sono un alcolista e non lo diventerò mai. Conosco gli effetti di chi comincia per chiudere gli occhi sui problemi che lo assillano e poi ne è completamente fradicio.
Non intendo finire così. Solo che a volte ho bisogno di una distrazione e una birra in più è una buona compagna nelle sere più sole.
Adesso basta però, che mi sembra un po’ da deficienti parlare a me stesso.

14 giu

Questa volta ho deciso di partire dalla data, solo giorno e parte del mese, l’anno non ha importanza. Sì, insomma, scrivo per me, di me, a me. So bene in che anno siamo. Anzi, in che anno sono.
Sono solo, da mesi. Cristina e Luca scendono così poco. Ma hanno ragione. Cristina studia Mediazione Interculturale a Perugia. Tra spese universitarie, affitto, vitto e viaggi per venir qui se ne vanno via troppi soldi. Nel fine settimana lavora come cameriera nella pizzeria sotto casa. Menomale, almeno non deve farsi la strada a piedi da sola. Ha 20 anni, certo, non è più una bambina, ma resta la mia bambina. Ci sentiamo tutti i giorni, lei cerca di tenermi su. Sono molto fiero di lei.
Luca invece lavora come informatico in un’azienda a Milano. Ha 27 anni, vive lì già da due. Si è trasferito subito dopo la laurea. Si è ambientato presto, per fortuna ci sono un paio di amici con cui condivide la casa. Chissà cos’avrà pensato quando dal cortile e dai banchi di scuola si sono ritrovati a dividere l’appartamento e le bollette. Non ne abbiamo mai parlato. Io non gliel’ho mai chiesto. Coi figli maschi è sempre più difficile raccontarsi, chiedere spiegazioni. Io e Luca ci sentiamo un po’ meno, ogni 2-3 giorni. «Tutto bene pa’» mi risponde sempre e non c’è verso di cavargli qualcosa in più. Ogni tanto però mi invia su whatsapp qualche immagine divertente. È il suo modo per dimostrarmi affetto. E a me va bene così.
Solo con sua madre riesce a confidarsi un po’ di più.
Ma adesso non ho voglia di parlare di lei. Meglio chiudere quest’agenda. Guarda quant’ho scritto. A che servirà?

16 giugno

Hai visto? Oggi l’ho scritto per intero ʽgiugnoʼ.
Mi è sempre piaciuto questo mese. Comincia l’estate ed è come se iniziasse una fase di vita nuova. Sì, non solo una stagione dell’anno, proprio qualcosa in più. E infatti a giugno di 29 anni fa io e Marisa ci siamo sposati.
Sono mesi che viviamo lontani, cioè non così tanto, ma non più insieme. Ha preferito tornare dai suoi per un po’, andare a trovare per qualche tempo i nostri figli. Insomma, cambiare aria. Ne aveva bisogno, non posso criticarla.
Ma io? Io che male ho fatto? Non ho necessità anch’io di respirare a pieni polmoni aria nuova? Aria di vita?
Ecco oggi è meglio fermarmi, potrei essere cattivo e non voglio.
Io non voglio prendermela ancora con la donna che amo.
Io la amo ancora, non ho mai smesso. Ma sono consapevole di essere stato insopportabile. Ho accentrato tutto su di me, ho fatto scelte sbagliate. Lo sapevo ma non riuscivo a evitarle.
Basta, ho già detto che dovevo fermarmi.

19 giu 2015

Questa volta ho ri-accorciato il mese, ma inserito l’anno.
Così ciò che scrivo ha un tempo ben inquadrato, definito. Mi ha chiamato Marisa, voleva sapere come stessi, come proseguissero i colloqui con la psicologa.
Quant’è bella la sua voce. Quanto è dolce lei. Siamo stati al telefono pochi minuti. Doveva chiudere, non aveva la promozione per le chiamate gratis, aveva dimenticato di fare la ricarica e se ne era resa conto dopo aver composto il numero. Lei mi chiama sempre digitando volta per volta i numeri. Dice che è un esercizio per la memoria. Che oggi con la tecnologia si finisce per dimenticarsi le cose più importanti.
Per me è lei la cosa più importante. Vorrei che tutto andasse più veloce e più avanti, in un futuro migliorato per un presente riacquisito.
Mi sto impegnando per ritrovare l’equilibrio. Ma ho 55 anni, chi mi prenderà più?
Questa frase mi tormenta, la sento addosso sempre, quasi una condanna.
Accidenti a quando ho perso il lavoro.
Sono mesi che vivo senza orizzonti. Sono stanco e demotivato.
Chiudo.

24 giugno 2015

Oggi è S. Giovanni. Avevo un amico che si chiamava così. Ci teneva al suo onomastico, mi raccontava riti e leggende legate al giorno di questo santo. Ricordi di un’altra vita. Di quando ero felice. Di quando ero giovane e mi convincevo che avrei dominato il mondo.
O almeno la vita.
Ma poi ti sfugge, così: senza che tu lo voglia e sempre prima che te ne accorga.
Finita la scuola superiore (mi sono diplomato con soddisfazione in un tecnico industriale) volevo essere indipendente e mi sono trasferito a Torino. Ho lavorato orgogliosamente per due anni nella FIAT. C’erano un sacco di meridionali. Non mi è stato per nulla complicato fare nuove conoscenze. Ho convissuto con un calabrese e un campano.
Ricordo certe serate passate a mangiare salame piccante, mozzarella di bufala e bruschette con pomodori secchi e olio fatti da mia nonna. I sapori di Puglia. I sapori di casa. Poi la famiglia ha cominciato a mancarmi. Mio nonno, a cui ero legatissimo, si ammalò e decisi che a uno stipendio buono, che mi permetteva di mantenermi a Torino e mandare qualcosa ai miei, preferivo gli affetti. E così a vent’anni sono tornato.
Mio nonno per fortuna – o per volere di Dio, come ripeteva mia nonna fedelissima – visse altri quattro anni. Aveva un temperamento molto forte, non lo spaventava neppure il cancro.
Per mantenere la mia autonomia e non pesare sulla famiglia (avevo due sorelle più piccole) cominciai a lavorare da un meccanico. I motori mi avevano sempre appassionato. Ero bravo, mi piaceva e della paga non potevo lamentarmi.
Furono anni sereni, in cui riallacciai i rapporti con gli amici da cui ero stato lontano per via delle distanze. Ma l’amicizia è una cosa seria. Lo era soprattutto a quei tempi, ai miei tempi.
Non c’era bisogno di dirsi troppe parole, non avevamo neanche i cellulari eppure eravamo sempre in contatto. Funzionava il passaparola, l’aggiornamento discreto ed essenziale e sapevamo sempre quando intervenire se qualcuno aveva problemi.
Che tempi!
Adesso è tutto più rapido ma più fragile. Però ci sono giovani robusti, mi rincuorano.
Sto parlando come un nonno.
Devo interrompermi.

25 giugno 2015

Ho sognato Pietro, il proprietario dell’officina a cui mi riferivo ieri. Mi sorrideva e mi diceva:
«Forza ragazzo, che un giorno prenderai il mio post!. Io non ho figli, tu lo sei quasi per me.».
Ed era vero anche il contrario. Negli anni in cui ho lavorato con lui, l’ho considerato quasi un padre. Alcune domeniche mi invitava a pranzo. Sua moglie cucinava divinamente. Posso ancora sentire il sapore del ragù preparato a fuoco lento dal mattino presto.
Era mia abitudine presentarmi sempre con una bottiglia di buon vino rosso. La domenica è sempre stato giorno di festa – e del Signore! mi ripeteva mia nonna, alludendo al fatto che non andassi a messa.
Lavorai con lui per cinque anni, durante i quali conobbi Marisa.
Prima di lei, nessuna ragazza mi aveva fatto perdere la testa. Era solare, intelligente, cordiale. Aiutava una zia in un negozio di alimentari. Andavo da lei con ogni scusa e pretesto inventabile, finché ci confidammo l’amore.
Pietro fu subito felice per me. Qualche volta invitò pure lei a pranzo la domenica.
Anche lui poi cominciò a non stare bene. Spesso lavoravo in officina solo. Un giorno mi chiese se volessi proseguire la sua attività.
Mi sentii onorato e spaventato. Io? Da solo? Come avrei fatto? Coi motori me la cavavo, ma con le fatture, l’amministrazione, i fornitori…
Dovetti, mio malgrado, rifiutare.
Pietro comprese la mia paura, anche se la sua fiducia in me era più grande. Decise allora di chiudere l’officina.
Fu un colpo anche per me.
Che sciocco! Che vigliacco! Avrei dovuto accettare.
Ma la storia – anche quella personale – non si fa con i se.

29 giugno 2015

Nel 2011 l’azienda presso cui lavoravo ha iniziato a riscontrare difficoltà.
Oltre 300 lavoratori a rischio. Un’azienda importante nella provincia barese che rischia il fallimento è un dramma per un sacco di gente.
I malumori sul posto di lavoro e a casa erano all’ordine del giorno, come le preoccupazioni e le paure. Col tempo mi ero incupito, ero sempre più spesso mentalmente assente, preso da ipotesi di svolte e soluzioni che non erano attuabili e sufficientemente adeguate.
Marisa percepiva la mia ansia, ha tentato come meglio ha potuto di rincuorarmi, darmi forza, ribadire la fiducia e l’amore nei miei confronti. Anche i ragazzi non hanno mai chiesto più di quello che era possibile dar loro.
Ma per me l’idea del fallimento aziendale e del licenziamento erano diventati un’ossessione. Dormivo pochissimo o malissimo e fumavo più del dovuto. Era il modo più immediato per scaricare agitazioni e tensioni.
Un bel giorno ci fu riferito di essere in cassa integrazione.
Il baratro della disperazione non era più solo nella mia testa.
Ho toccato il fondo con il licenziamento due anni fa.
Siamo andati avanti con la disoccupazione e i risparmi che avevamo. Ma non è semplice. Marisa ha ripreso a fare la sarta, fino a quando tre mesi fa ha deciso di andarsene.

«Non è un abbandono né una fuga» mi disse con calma e fermezza «ho solo bisogno di ricordarmi cosa vuol dire che la vita è bella, che il sole c’è sempre e che l’amore permette di superare ogni cosa. Tornerò quando anche tu avrai ripreso in mano la tua vita. Sei tu la mia vita o l’hai dimenticato?».

Non ebbi parole per replicare. Non avevo mai pianto, mai. Ho sempre tenuto il dolore dentro. Ma quella volta, dopo aver chiuso la porta, crollai.
Non ho mangiato per tre giorni. A malapena sono andato in bagno. Poi ho cercato di andare avanti.
I ragazzi erano al corrente di tutto.
Qualche mattina dopo che Marisa era andata via, mi accorsi di un bigliettino attaccato al frigorifero. C’era il contatto di una psicologa.
«Accidenti a lei!» io non sopportavo gli psicologi.
Trascorsero altri giorni e poi un pomeriggio ci andai.
È stato meno imbarazzante di quanto immaginassi.
Marisa doveva aver messo già al corrente la dottoressa.
Sono stato da lei per qualche colloquio – più sfoghi che sedute!
E poi il consiglio di scrivere.
Sto meglio, devo ammetterlo. Ma continuo a non individuare un orizzonte preciso nella mia vita.
2 luglio 2015

«La pazienza è la virtù dei forti!» mi ripeteva sempre mio padre, quando andavamo a pesca. Era un’abitudine che abbiamo mantenuto per anni la domenica mattina. E adesso posso dargli ragione.
Ieri mi ha telefonato la psicologa. Ho ipotizzato che volesse riconvocarmi per verificare i miei progressi. E invece no. Aveva bisogno di un meccanico.
Sono andato immediatamente da lei. Erano anni che non mettevo mano al motore di un’auto.
Con l’officina di Pietro si era chiusa quella mia esperienza lavorativa e una parentesi della mia vita. L’azienda da cui sono stato licenziato costruiva carrelli elevatori. Eppure, non ho avuto alcuna difficoltà, nessun attimo di esitazione.
Finalmente mi sono sentito di nuovo utile e competente.
Certo, la mia vita è ancora quella del disoccupato ma è pur sempre un segno.

6 luglio 2015

È pur sempre un segno ho scritto qualche giorno fa… e così è stato. Non volevo crederci.
La dottoressa mi ha richiamato il giorno dopo. Un suo amico d’infanzia cercava un socio per gestire l’officina elettro-meccanica ereditata dal padre e io le ero sembrato il miglior candidato.

Mi sono fatto la barba dopo tre mesi, ho messo la camicia bianca a righe (la mia preferita) e sono corso da Marisa, con un mazzo di girasoli e narcisi (i suoi preferiti) e adesso sono pronto a ri-cominciare la mia vita. Più deciso e forte di prima.
Luigi

Susanna Maria de Candia