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Lo incontrai mentre mi apprestavo a dormire.

Era stata una lunga giornata e mi rivoltavo nel letto stracolmo di pensieri.

«Ho il braccio schiacciato».

«Potrei finire così questo racconto».

«Perché non posso vederla? È così ingiusto».

«Ma questo rumore? Ricorda le fusa di un gatto».

Intanto i sogni si addensavano sopra di me, una nuvola variopinta pronta a balzarmi addosso, a trascinarmi nell’oscurità dell’essere. Quasi spaventato, quando la mente percepiva la loro vicinanza faceva un balzo indietro e io la maledicevo guardando il soffitto.

«Dormi!»

«Dormi e taci!»

Da piccolo, solo una volta, avevo provato a contare le pecorelle. Circolava la voce che aiutasse a prendere sonno. Posso dirvi che una notte dura circa diciottomila pecorelle. Sempre che questo numero abbia un significato; io le facevo saltare piano, le lasciavo volteggiare sopra la staccionata per qualche breve istante e queste cadevano dall’altra parte con un belato di gioia. Chissà perché erano felici poi; l’erba era uguale, che fossero a destra o a sinistra.

«Ma che sciocco questo bambino! Passare la notte a contare le pecore!».

Direte voi.

Ebbene avete ragione, ma solo una volta lo feci. Dovevo vedere se funzionava o meno. Poi non potevo abbandonare a metà il conto. Se all’ennesima pecorella fosse arrivato il sonno atteso, per il resto della vita, avrei potuto contare quei batuffoli bianchi e dormire. Magari dopo mille, magari dopo diecimila, ma sicuramente prima di diciottomila. Uno strumento invincibile per combattere l’insonnia. Però non funzionò e io non lo feci mai più.

Da grande scoprii che i farmaci funzionavano decisamente meglio.

Comunque, tornando al nostro racconto, quella sera di farmaci non ne avevo. Ero andato a comprarli ma, quando passai la carta, questa risultò vuota. Ero senza un soldo. Storia di uno scrittore fallito. Così mi rigiravo sotto le coperte pesanti. Soffocato.

«Il rumore è sparito. Fosse davvero un gatto?».

«I vicini hanno avuto un bambino».

«Domani devo trovarmi un lavoro».

«Senti come piange!».

A un certo punto vidi un paio di piedi spuntare dall’alto, a cavalcioni nella mia testa. Erano piccoli e stavano scomparendo veloci, ritraendosi nel nulla. Allora io mi allungai e veloce li afferrai. Così di botto, senza pensare. Sentii un piccolo urlo e qualcosa mi cadde addosso.

«Ahia!» esclamai tenendomi la testa.

Mi trovavo a terra con questo ragazzo tutto magrolino. Aveva i capelli neri, lunghi e lisci. Un viso affusolato che ricordava quello di un cavallo.

«Che brutto» pensai subito.

Gli occhi era grandi. Troppo grandi, vista la forma della faccia. Sentii una gran voglia di mollargli una sberla. Non per cattiveria. E nemmeno per risentimento. Certo, mi era caduto addosso e la testa mi faceva un male della malora. Si era formato persino un bernoccolo. Però in fondo ero stato io a tirarlo giù, non potevo lamentarmi. Volevo dare uno schiaffo a quella brutta faccia e vedere se cambiava. Tutto qui.

Intanto lui, massaggiatosi il sedere con una smorfia, mi guardò. Io lo guardai. Ci guardammo. Si tirò ritto in piedi. Per terra erano sparsi parecchi pennelli e li raccattò al volo, senza parlarmi.

«Chi sei? »domandai.

Lui mi ignorò.

«Parlo con te» dissi.

Mi alzai in piedi. Lui finì di raccogliere i pennelli. Li infilò tutti nelle tasche dei pantaloni con i crini per fuori. Mi diede un’altra occhiata e sgranò gli occhi. Poi si mise a correre.

«Oh! Che modi sono?» gli urlai dietro.

Poi, vedendolo sparire in fondo a un tunnel rosso, iniziai a inseguirlo. Avrei potuto rimanere là. In fin dei conti non si stava male. Era uno spazio abbastanza confortevole. E sentivo il bernoccolo in testa, chi me lo faceva fare di mettermi a correre? Vedete, il fatto è che ormai mi ero deciso. Volevo prenderlo a sberle. Se anche avessi avuto delle riserve, la maleducazione del ragazzino me le aveva tolte.

«Fermati! Fermati maledetto!» gli gridavo alle spalle. Lui si voltava. Mi guardava con quei grandi occhi. Io, ancora più, sentivo il desiderio di cambiargli i connotati.

Non ci misi molto a raggiungerlo, aveva gambe sottili e traballanti. Era tutto sottile e traballante, ad eccezione di quei due occhi tondi. Lo afferrai per il collo. Lo scaraventai a terra. Alzai il braccio e gli diedi una sberla. Con tutte le mie forze. Gli occhi oscillarono come due grandi biglie e tornarono al loro posto. Pareva un pesce che mi guardasse attraverso il volto di un uomo.

«Chi sei? Rispondimi!» urlai minacciandolo con il braccio sollevato.

Prese un pennello dalle tasche e tracciò un cerchio nero sul pavimento. I bordi si sfaldarono sotto il nostro peso e cademmo in un locale buio. Sopra di me vedevo il soffitto del tunnel rosso, attraverso l’apertura da cui eravamo caduti. Era troppo distante per poterlo raggiungere. Mi alzai in piedi, con il ginocchio dolorante. Avevo fatto, da poco, un intervento al menisco e quella brutta caduta non mi aveva fatto certo bene.

«Non dovresti essere qui» sussurrò una voce.

Mi voltai e rigirai, le braccia che sferzavano l’aria, tese a cercare l’origine della voce. A tentoni trovai un muro ed iniziai ad esplorarlo.

«Cosa faccio adesso? Se ci scoprono sono fregato» udii da qualche parte alle mie spalle.

Dopo poco, riconobbi un interruttore e lo premetti. La stanza si illuminò.

Il ragazzino stava in piedi, al centro, con il volto spaventato e guardava a destra, a sinistra e dietro e poi me. A destra, a sinistra e dietro e poi me.

«Chi sei?» chiesi per l’ennesima volta. Feci per avvicinarmi, ma quello si ritrasse. Allora mi fermai. Il viso non era cambiato dopo la sberla. Nemmeno un segno rosso. Nemmeno un graffio. Nemmeno un lamento. Non sentivo più il bisogno di picchiarlo. Ma ero contento di avergli tirato quella manata.

«Non dovresti essere qui!» sussurrò «Torna di sopra!».

La stanza era quadrata. Una porta tutta nera su ogni parete. Un interruttore identico al mio a destra di ognuna di queste. C’erano tante file di tavolini, tutti in riga e perfettamente allineati. Tutti uguali, costruiti con legno di mogano. Uno squadrone di tavolini squadrati. Sopra ognuno di essi una macchina per scrivere. Dentro ad ognuna, un foglio, bianco e vuoto. Tutto era una ripetizione di tutto, come se avessero copiato e incollato centinaia di tavoli, macchine e fogli, tutti identici, tutti nella stessa posizione, tutti in attesa. La sola nota che stonava era il ragazzino magrolino con i pennelli che spuntavano dalle tasche.

«Rispondimi! Maledizione rispondimi! Chi sei?» mi stavo innervosendo, a furia di ripetere quella domanda.

Lui si inumidì le labbra, aprendo e chiudendo la bocca. Continuava a guardare a destra, a sinistra e dietro e poi me. Capii che stava controllando le porte e allora feci per aprire quella alle mie spalle.

«Fermo!» urlò per la prima volta lui.

Posai la mano sulla maniglia. Era gelida. Girai le spalle e lo guardai. Lui mi guardò. Ci guardammo.

«Dimmi chi sei e io non la apro».

«Sono un sogno! Solo un sogno!».

«No. Non lo sei» dissi semplicemente.

Mi guardò sbalordito. Sbatté le palpebre.

«D’accordo. Non lo sono».

Una campanella suonò. Leggera, impercettibile. Ma fastidiosa. Fastidiosissima. Sussultai, per lo stupore mollai la maniglia. Lui sgranò gli occhi, colmi di preoccupazione. Tirò fuori un pennello. Il braccio si allungò fino al soffitto, facendo un rumore di ossa slogate. Disegnò due righe verticali e tante piccole in orizzontale.

«Che fai?» domandai inorridito dalla scena.

Il bracciò tornò normale, si infilò il pennello in tasca e comparve una scala, alta fino all’apertura da cui eravamo caduti.

« Sali, veloce!» gridò.

«No! Sei un mostro!».

«Suvvia! Mi hai pure picchiato, che male vuoi che ti faccia! Sali o finiamo entrambi nei guai!».

La paura, che riconoscevo in lui, si impossessò di me. Non volevo più stare in quella stanza. Vi dirò di più, non sarei mai dovuto entrarci. Diedi le spalle alla porta e corsi verso la scala. Lui stava già salendo. Vidi i piedini appoggiarsi ai pioli ed ebbi l’impulso di tirarli giù, come all’inizio. Ma lo scacciai.

Tornammo di sopra, nel tunnel rosso. Lui toccò con un indice la scala e questa scomparve. Stava per toccare l’apertura nel pavimento, ma lo bloccai.

«Fermo! Voglio vedere cosa succede!».

«No, ti prego!» pianse lui.

«E invece sì».

«Ma così ci scopriranno!».

Non avevo idea di chi fosse quel brutto ragazzino. Non avevo idea di dove mi trovassi. Non avevo idea di chi potesse scoprirci. Eppure capivo che dovevamo rimanere nascosti.

«Va bene. Allora apri un piccolo spiraglio» e indicai un punto nel pavimento.

Lui tentennò un attimo, ma quando si decise, rapido tirò fuori un pennello dalla tasca, disegnò solo un puntino e lo premette. Comparve una fessura appena visibile. Lo lasciai sfiorare l’apertura da cui eravamo caduti e questa subito si richiuse. Appena in tempo! Udimmo il suono di una porta che si schiudeva provenire dallo spiraglio appena aperto. Mi sdraiai per terra, tenendo stretto il ragazzino per un polso. Non volevo scappasse. Chiusi un occhio e l’altro lo incollai alla fessura.

Da una delle quattro porte usciva una folla di uomini in giacca e cravatta. Tutti vestiti di rosso. Non parlavano e si udivano solo i loro passi sul pavimento. Presero posto davanti alle macchine per scrivere, ma occupando solo un settore; solo un quadrato della stanza quadrata. Tirarono fuori dalle tasche delle piccole sedie e si sedettero sopra, con le ginocchia che arrivavano al mento. Appoggiarono le mani sopra le macchine e già mi immaginavo il ticchettio di mille lettere. Invece rimasero immobili. Tutti uguali, tutti seduti su quelle minuscole sedie. Si aprì un’altra porta. Stessa situazione. Il colore dei vestiti però era diverso. Rosso, giallo, blu e verde. Riempirono tutta la sala formando quattro quadrati identici.

«Cosa stanno facendo?» sussurrai.

Nessuno mi rispose.

Alzai lo sguardo. Tenevo stretto il polso del brutto ragazzino nella mano sinistra. Eppure lui non c’era. Il braccio si allungava e spariva in fondo al tunnel. Lasciai la presa inorridito e questo iniziò a strisciare sul pavimento, allontanandosi. Non capivo nulla, assolutamente nulla e la mia mente continua a cercare risposte. E volevo risposte.

Iniziai a correre dietro il braccio, seppure con un senso di angoscia, credendo che, dall’altra parte, ci fosse il ragazzino. Non riuscendo a raggiungerlo, dopo quelli che mi parsero cinque minuti, mi fermai.

«Ma cosa sto facendo? Se non sono in un sogno, allora dove sono?» mi domandai; «Ragioniamo attentamente» – Pensai – «Stavo a letto. E poi? Poi ho visto i suoi piedi. Sì. Sì. Da quella parte e mi girai verso la direzione da cui ero venuto «Davanti, il tunnel rosso. Il tunnel rosso. Questo tunnel rosso».

Il braccio scivolava ancora, sbattendo sul pavimento. Si vedeva distintamente anche se era lontano.

«Ma prima? Prima del tunnel?» la mia mente faticava ma era ancora lucida, una gara di tiro alla fune tra sogno e realtà; «Prima del tunnel cosa c’era? Cosa c’era? E perché il ragazzino sta correndo da quella parte? Perché? E gli uomini tutti colorati? Lascia stare gli uomini colorati, non avresti dovuto vederli. Come loro non dovevano vedere te. Tutto sta in questo tunnel. Sì. Sì. In questo tunnel.

Guardai di nuovo il braccio. Era ancora là, incredibilmente distante ma ancora nitido. Troppo nitido. Assurdamente nitido. Mi voltai. E iniziai a correre. «Cosa c’era prima del tunnel?». Arrivai al piccolo buco sul pavimento e guardai dentro. Gli uomini erano tutti in piedi, i colori mescolati tra di loro. Si urlavano da una parte all’altra agitati. Ripresi a correre.

A un tratto comparve un leone grande e minaccioso. Mi fermai.

«Tutto sta in questo tunnel. Tutto sta in questo tunnel» mi ripetevo.

Tentennai. Poi gli corsi in contro. Lui spalancò le fauci e mi balzò addosso. Chiusi gli occhi. Quando li riaprii era sparito. Ripresi a correre.

Altre scene allucinatorie comparivano e sparivano appena le attraversavo. Case in fiamme, plotoni schierati, pronti a fare fuoco, una nuvola nera. Poi tutto cessò. Arrivai alla fine del tunnel. Lì una scala a chiocciole saliva e la percorsi senza esitazione, su fino in cima. Mi ritrovai improvvisamente in una stanza con tanti quadri. Molti appesi al muro, alcuni ancora sui cavalletti. A volte riconoscevo i soggetti ritratti; il volto di una donna, le mura di un’urbe, l’ala di un gabbiano. Altri invece erano solo macchiette colorate e linee, che mi comunicavano diverse emozioni. Nel centro della stanza sedeva il ragazzo magrolino, con gli occhi sproporzionati e i pennelli nelle tasche. Mi fissava.

«Noi due dobbiamo parlare. Il mio lavoro sta diventando estenuante».

« Chi sei?» domandai, senza troppa speranza di ottenere una risposta.

«Stai zitto. Sono ore che me lo chiedi e adesso mi hai davvero stancato» mi apostrofò.

«Non potevi solo seguire il mio braccio? Non potevi semplicemente arrivare alla fine del tunnel! No! Tu devi tornare indietro, devi sapere! Maledetto! Quanti guai che mi fai passare!».

Ero stupito della loquacità che dimostrava.

«Ho provato di tutto. Ma a quanto pare non ne vuoi sapere di dormire stasera. Certo, è anche colpa mia. Sono scivolato un attimo e tu, “BAM!”,subito mi hai afferrato. Insopportabile».

Si passò una mano sul volto e questo mutò. Gli occhi da pesce sparirono, i lineamenti da cavallo si allargarono e mi ritrovai a fissare me stesso.

«Vuoi sapere chi sono?» chiese; «Non sono nessuno. Ecco chi sono. Non ho un nome, non ho un corpo e non ho un’anima. Ho solo un compito. Farti dormire. Farti prendere sonno. Farti arrivare alla fine di quel tunnel».

Tirò fuori un pennello, disegnò qualcosa nell’aria. Comparve, con mia grande sorpresa, la ragazza che frequentavo. Si baciarono. Poi svanì e rimanemmo di nuovo soli.

«Io ti svuoto la testa. Disegno quello che serve per svuotarti la testa. Ti metti a letto e io inizio a disegnare. Sono il confine tra la realtà e il sogno. Sono la Finzione.

Io lo guardavo confuso.

«Ti sarai mai chiesto come ci si addormenti, no?» chiese; «Ti metti a letto, un attimo ci sei e l’attimo dopo è mattina. Non ti sembra strano capitolare così velocemente? Non puoi saltare nel mondo dei sogni diretto, devi prima passare per di qua. Devi prima percorrere il tunnel. Però la tua testa si ritrae, stracolma di pensieri. E allora io devo convincerla».

«E la stanza? Quella piena di scrittori?» domandai.

«Loro? Ah, loro vengono dopo. Io disegno e quelli scrivono. Scrivono i sogni, quelli che ti aspettano in fondo al tunnel. Ne scrivono tantissimi, ma solo pochi sono buoni e te li ricordi. Gli altri finiscono per sparire, come gli scritti che invii alle case editrici. Scrittore fallito».

«Ma come ci sono finito qua?».

Lui sospirò, tirò fuori un altro pennello e comparve un letto. Io stavo disteso sopra. C’ero io, tutto confuso. C’ero io, con i pennelli in tasca. C’ero io, assopito nel letto.

«È davvero difficile farti dormire, sai? Una volta mi hai fatto disegnare diciottomila pecore. Diciottomila, te ne rendi conto? Hai idea di quanto sia difficile disegnare diciottomila pecore? E ancora non hai preso sonno. Gli scrittori sono venuti tutti a lamentarsi quel giorno. Oggi lo stesso discorso. La tua stupida testa, tentennante; dormo o non dormo? Mi sono dovuto mettere d’impegno per farti arrivare al tunnel rosso, così d’impegno, che dipingendo sono caduto e tu subito mi hai scaraventato giù. Allora ho improvvisato. Ma ancora non bastava. Ancora la tua mente voleva stare sveglia, razionale. Anche adesso, in questo momento. Sei qui. Come si fa a non avere paura di un leone, dico io? Dormi e taci per una buona volta!».

Io, che mi trovavo in quel mondo tra sogno e realtà, non sapevo proprio che dire. Mi sentivo fuori luogo e quasi in colpa per aver fatto lavorare tanto la Finzione.

«E adesso?» domandai preoccupato.

«Adesso? Adesso o rimani qua a discutere come me di quanto tu sia malato e curioso, o torni giù, percorri quel dannatissimo tunnel rosso e prendi sonno. Io, sinceramente, questa notte mi sono stancato di disegnare, quindi ti arrangi. E spera che gli scrittori non siano troppo arrabbiati e non abbiano deciso di regalarti qualche brutto incubo. Anche se te lo meriteresti, chissà che impari la lezione».a

Mogio e dispiaciuto lasciai la Finzione nel suo studio pieno di quadri. Percorsi il tunnel fino in fondo e poi non ricordo più nulla.

Good Night

Lo incontrai mentre mi apprestavo a dormire.

Era stata una lunga giornata e mi rivoltavo nel letto stracolmo di pensieri.

«Ho il braccio schiacciato».

«Potrei finire così questo racconto».

«Perché non posso vederla? È così ingiusto».

«Ma questo rumore? Ricorda le fusa di un gatto».

Intanto i sogni si addensavano sopra di me, una nuvola variopinta pronta a balzarmi addosso, a trascinarmi nell’oscurità dell’essere. Quasi spaventato, quando la mente percepiva la loro vicinanza faceva un balzo indietro e io la maledicevo guardando il soffitto.

«Dormi!»

«Dormi e taci!»

Da piccolo, solo una volta, avevo provato a contare le pecorelle. Circolava la voce che aiutasse a prendere sonno. Posso dirvi che una notte dura circa diciottomila pecorelle. Sempre che questo numero abbia un significato; io le facevo saltare piano, le lasciavo volteggiare sopra la staccionata per qualche breve istante e queste cadevano dall’altra parte con un belato di gioia. Chissà perché erano felici poi; l’erba era uguale, che fossero a destra o a sinistra.

«Ma che sciocco questo bambino! Passare la notte a contare le pecore!».

Direte voi.

Ebbene avete ragione, ma solo una volta lo feci. Dovevo vedere se funzionava o meno. Poi non potevo abbandonare a metà il conto. Se all’ennesima pecorella fosse arrivato il sonno atteso, per il resto della vita, avrei potuto contare quei batuffoli bianchi e dormire. Magari dopo mille, magari dopo diecimila, ma sicuramente prima di diciottomila. Uno strumento invincibile per combattere l’insonnia. Però non funzionò e io non lo feci mai più.

Da grande scoprii che i farmaci funzionavano decisamente meglio.

Comunque, tornando al nostro racconto, quella sera di farmaci non ne avevo. Ero andato a comprarli ma, quando passai la carta, questa risultò vuota. Ero senza un soldo. Storia di uno scrittore fallito. Così mi rigiravo sotto le coperte pesanti. Soffocato.

«Il rumore è sparito. Fosse davvero un gatto?».

«I vicini hanno avuto un bambino».

«Domani devo trovarmi un lavoro».

«Senti come piange!».

A un certo punto vidi un paio di piedi spuntare dall’alto, a cavalcioni nella mia testa. Erano piccoli e stavano scomparendo veloci, ritraendosi nel nulla. Allora io mi allungai e veloce li afferrai. Così di botto, senza pensare. Sentii un piccolo urlo e qualcosa mi cadde addosso.

«Ahia!» esclamai tenendomi la testa.

Mi trovavo a terra con questo ragazzo tutto magrolino. Aveva i capelli neri, lunghi e lisci. Un viso affusolato che ricordava quello di un cavallo.

«Che brutto» pensai subito.

Gli occhi era grandi. Troppo grandi, vista la forma della faccia. Sentii una gran voglia di mollargli una sberla. Non per cattiveria. E nemmeno per risentimento. Certo, mi era caduto addosso e la testa mi faceva un male della malora. Si era formato persino un bernoccolo. Però in fondo ero stato io a tirarlo giù, non potevo lamentarmi. Volevo dare uno schiaffo a quella brutta faccia e vedere se cambiava. Tutto qui.

Intanto lui, massaggiatosi il sedere con una smorfia, mi guardò. Io lo guardai. Ci guardammo. Si tirò ritto in piedi. Per terra erano sparsi parecchi pennelli e li raccattò al volo, senza parlarmi.

«Chi sei? »domandai.

Lui mi ignorò.

«Parlo con te» dissi.

Mi alzai in piedi. Lui finì di raccogliere i pennelli. Li infilò tutti nelle tasche dei pantaloni con i crini per fuori. Mi diede un’altra occhiata e sgranò gli occhi. Poi si mise a correre.

«Oh! Che modi sono?» gli urlai dietro.

Poi, vedendolo sparire in fondo a un tunnel rosso, iniziai a inseguirlo. Avrei potuto rimanere là. In fin dei conti non si stava male. Era uno spazio abbastanza confortevole. E sentivo il bernoccolo in testa, chi me lo faceva fare di mettermi a correre? Vedete, il fatto è che ormai mi ero deciso. Volevo prenderlo a sberle. Se anche avessi avuto delle riserve, la maleducazione del ragazzino me le aveva tolte.

«Fermati! Fermati maledetto!» gli gridavo alle spalle. Lui si voltava. Mi guardava con quei grandi occhi. Io, ancora più, sentivo il desiderio di cambiargli i connotati.

Non ci misi molto a raggiungerlo, aveva gambe sottili e traballanti. Era tutto sottile e traballante, ad eccezione di quei due occhi tondi. Lo afferrai per il collo. Lo scaraventai a terra. Alzai il braccio e gli diedi una sberla. Con tutte le mie forze. Gli occhi oscillarono come due grandi biglie e tornarono al loro posto. Pareva un pesce che mi guardasse attraverso il volto di un uomo.

«Chi sei? Rispondimi!» urlai minacciandolo con il braccio sollevato.

Prese un pennello dalle tasche e tracciò un cerchio nero sul pavimento. I bordi si sfaldarono sotto il nostro peso e cademmo in un locale buio. Sopra di me vedevo il soffitto del tunnel rosso, attraverso l’apertura da cui eravamo caduti. Era troppo distante per poterlo raggiungere. Mi alzai in piedi, con il ginocchio dolorante. Avevo fatto, da poco, un intervento al menisco e quella brutta caduta non mi aveva fatto certo bene.

«Non dovresti essere qui» sussurrò una voce.

Mi voltai e rigirai, le braccia che sferzavano l’aria, tese a cercare l’origine della voce. A tentoni trovai un muro ed iniziai ad esplorarlo.

«Cosa faccio adesso? Se ci scoprono sono fregato» udii da qualche parte alle mie spalle.

Dopo poco, riconobbi un interruttore e lo premetti. La stanza si illuminò.

Il ragazzino stava in piedi, al centro, con il volto spaventato e guardava a destra, a sinistra e dietro e poi me. A destra, a sinistra e dietro e poi me.

«Chi sei?» chiesi per l’ennesima volta. Feci per avvicinarmi, ma quello si ritrasse. Allora mi fermai. Il viso non era cambiato dopo la sberla. Nemmeno un segno rosso. Nemmeno un graffio. Nemmeno un lamento. Non sentivo più il bisogno di picchiarlo. Ma ero contento di avergli tirato quella manata.

«Non dovresti essere qui!» sussurrò «Torna di sopra!».

La stanza era quadrata. Una porta tutta nera su ogni parete. Un interruttore identico al mio a destra di ognuna di queste. C’erano tante file di tavolini, tutti in riga e perfettamente allineati. Tutti uguali, costruiti con legno di mogano. Uno squadrone di tavolini squadrati. Sopra ognuno di essi una macchina per scrivere. Dentro ad ognuna, un foglio, bianco e vuoto. Tutto era una ripetizione di tutto, come se avessero copiato e incollato centinaia di tavoli, macchine e fogli, tutti identici, tutti nella stessa posizione, tutti in attesa. La sola nota che stonava era il ragazzino magrolino con i pennelli che spuntavano dalle tasche.

«Rispondimi! Maledizione rispondimi! Chi sei?» mi stavo innervosendo, a furia di ripetere quella domanda.

Lui si inumidì le labbra, aprendo e chiudendo la bocca. Continuava a guardare a destra, a sinistra e dietro e poi me. Capii che stava controllando le porte e allora feci per aprire quella alle mie spalle.

«Fermo!» urlò per la prima volta lui.

Posai la mano sulla maniglia. Era gelida. Girai le spalle e lo guardai. Lui mi guardò. Ci guardammo.

«Dimmi chi sei e io non la apro».

«Sono un sogno! Solo un sogno!».

«No. Non lo sei» dissi semplicemente.

Mi guardò sbalordito. Sbatté le palpebre.

«D’accordo. Non lo sono».

Una campanella suonò. Leggera, impercettibile. Ma fastidiosa. Fastidiosissima. Sussultai, per lo stupore mollai la maniglia. Lui sgranò gli occhi, colmi di preoccupazione. Tirò fuori un pennello. Il braccio si allungò fino al soffitto, facendo un rumore di ossa slogate. Disegnò due righe verticali e tante piccole in orizzontale.

«Che fai?» domandai inorridito dalla scena.

Il bracciò tornò normale, si infilò il pennello in tasca e comparve una scala, alta fino all’apertura da cui eravamo caduti.

« Sali, veloce!» gridò.

«No! Sei un mostro!».

«Suvvia! Mi hai pure picchiato, che male vuoi che ti faccia! Sali o finiamo entrambi nei guai!».

La paura, che riconoscevo in lui, si impossessò di me. Non volevo più stare in quella stanza. Vi dirò di più, non sarei mai dovuto entrarci. Diedi le spalle alla porta e corsi verso la scala. Lui stava già salendo. Vidi i piedini appoggiarsi ai pioli ed ebbi l’impulso di tirarli giù, come all’inizio. Ma lo scacciai.

Tornammo di sopra, nel tunnel rosso. Lui toccò con un indice la scala e questa scomparve. Stava per toccare l’apertura nel pavimento, ma lo bloccai.

«Fermo! Voglio vedere cosa succede!».

«No, ti prego!» pianse lui.

«E invece sì».

«Ma così ci scopriranno!».

Non avevo idea di chi fosse quel brutto ragazzino. Non avevo idea di dove mi trovassi. Non avevo idea di chi potesse scoprirci. Eppure capivo che dovevamo rimanere nascosti.

«Va bene. Allora apri un piccolo spiraglio» e indicai un punto nel pavimento.

Lui tentennò un attimo, ma quando si decise, rapido tirò fuori un pennello dalla tasca, disegnò solo un puntino e lo premette. Comparve una fessura appena visibile. Lo lasciai sfiorare l’apertura da cui eravamo caduti e questa subito si richiuse. Appena in tempo! Udimmo il suono di una porta che si schiudeva provenire dallo spiraglio appena aperto. Mi sdraiai per terra, tenendo stretto il ragazzino per un polso. Non volevo scappasse. Chiusi un occhio e l’altro lo incollai alla fessura.

Da una delle quattro porte usciva una folla di uomini in giacca e cravatta. Tutti vestiti di rosso. Non parlavano e si udivano solo i loro passi sul pavimento. Presero posto davanti alle macchine per scrivere, ma occupando solo un settore; solo un quadrato della stanza quadrata. Tirarono fuori dalle tasche delle piccole sedie e si sedettero sopra, con le ginocchia che arrivavano al mento. Appoggiarono le mani sopra le macchine e già mi immaginavo il ticchettio di mille lettere. Invece rimasero immobili. Tutti uguali, tutti seduti su quelle minuscole sedie. Si aprì un’altra porta. Stessa situazione. Il colore dei vestiti però era diverso. Rosso, giallo, blu e verde. Riempirono tutta la sala formando quattro quadrati identici.

«Cosa stanno facendo?» sussurrai.

Nessuno mi rispose.

Alzai lo sguardo. Tenevo stretto il polso del brutto ragazzino nella mano sinistra. Eppure lui non c’era. Il braccio si allungava e spariva in fondo al tunnel. Lasciai la presa inorridito e questo iniziò a strisciare sul pavimento, allontanandosi. Non capivo nulla, assolutamente nulla e la mia mente continua a cercare risposte. E volevo risposte.

Iniziai a correre dietro il braccio, seppure con un senso di angoscia, credendo che, dall’altra parte, ci fosse il ragazzino. Non riuscendo a raggiungerlo, dopo quelli che mi parsero cinque minuti, mi fermai.

«Ma cosa sto facendo? Se non sono in un sogno, allora dove sono?» mi domandai; «Ragioniamo attentamente» – Pensai – «Stavo a letto. E poi? Poi ho visto i suoi piedi. Sì. Sì. Da quella parte e mi girai verso la direzione da cui ero venuto «Davanti, il tunnel rosso. Il tunnel rosso. Questo tunnel rosso».

Il braccio scivolava ancora, sbattendo sul pavimento. Si vedeva distintamente anche se era lontano.

«Ma prima? Prima del tunnel?» la mia mente faticava ma era ancora lucida, una gara di tiro alla fune tra sogno e realtà; «Prima del tunnel cosa c’era? Cosa c’era? E perché il ragazzino sta correndo da quella parte? Perché? E gli uomini tutti colorati? Lascia stare gli uomini colorati, non avresti dovuto vederli. Come loro non dovevano vedere te. Tutto sta in questo tunnel. Sì. Sì. In questo tunnel.

Guardai di nuovo il braccio. Era ancora là, incredibilmente distante ma ancora nitido. Troppo nitido. Assurdamente nitido. Mi voltai. E iniziai a correre. «Cosa c’era prima del tunnel?». Arrivai al piccolo buco sul pavimento e guardai dentro. Gli uomini erano tutti in piedi, i colori mescolati tra di loro. Si urlavano da una parte all’altra agitati. Ripresi a correre.

A un tratto comparve un leone grande e minaccioso. Mi fermai.

«Tutto sta in questo tunnel. Tutto sta in questo tunnel» mi ripetevo.

Tentennai. Poi gli corsi in contro. Lui spalancò le fauci e mi balzò addosso. Chiusi gli occhi. Quando li riaprii era sparito. Ripresi a correre.

Altre scene allucinatorie comparivano e sparivano appena le attraversavo. Case in fiamme, plotoni schierati, pronti a fare fuoco, una nuvola nera. Poi tutto cessò. Arrivai alla fine del tunnel. Lì una scala a chiocciole saliva e la percorsi senza esitazione, su fino in cima. Mi ritrovai improvvisamente in una stanza con tanti quadri. Molti appesi al muro, alcuni ancora sui cavalletti. A volte riconoscevo i soggetti ritratti; il volto di una donna, le mura di un’urbe, l’ala di un gabbiano. Altri invece erano solo macchiette colorate e linee, che mi comunicavano diverse emozioni. Nel centro della stanza sedeva il ragazzo magrolino, con gli occhi sproporzionati e i pennelli nelle tasche. Mi fissava.

«Noi due dobbiamo parlare. Il mio lavoro sta diventando estenuante».

« Chi sei?» domandai, senza troppa speranza di ottenere una risposta.

«Stai zitto. Sono ore che me lo chiedi e adesso mi hai davvero stancato» mi apostrofò.

«Non potevi solo seguire il mio braccio? Non potevi semplicemente arrivare alla fine del tunnel! No! Tu devi tornare indietro, devi sapere! Maledetto! Quanti guai che mi fai passare!».

Ero stupito della loquacità che dimostrava.

«Ho provato di tutto. Ma a quanto pare non ne vuoi sapere di dormire stasera. Certo, è anche colpa mia. Sono scivolato un attimo e tu, “BAM!”,subito mi hai afferrato. Insopportabile».

Si passò una mano sul volto e questo mutò. Gli occhi da pesce sparirono, i lineamenti da cavallo si allargarono e mi ritrovai a fissare me stesso.

«Vuoi sapere chi sono?» chiese; «Non sono nessuno. Ecco chi sono. Non ho un nome, non ho un corpo e non ho un’anima. Ho solo un compito. Farti dormire. Farti prendere sonno. Farti arrivare alla fine di quel tunnel».

Tirò fuori un pennello, disegnò qualcosa nell’aria. Comparve, con mia grande sorpresa, la ragazza che frequentavo. Si baciarono. Poi svanì e rimanemmo di nuovo soli.

«Io ti svuoto la testa. Disegno quello che serve per svuotarti la testa. Ti metti a letto e io inizio a disegnare. Sono il confine tra la realtà e il sogno. Sono la Finzione.

Io lo guardavo confuso.

«Ti sarai mai chiesto come ci si addormenti, no?» chiese; «Ti metti a letto, un attimo ci sei e l’attimo dopo è mattina. Non ti sembra strano capitolare così velocemente? Non puoi saltare nel mondo dei sogni diretto, devi prima passare per di qua. Devi prima percorrere il tunnel. Però la tua testa si ritrae, stracolma di pensieri. E allora io devo convincerla».

«E la stanza? Quella piena di scrittori?» domandai.

«Loro? Ah, loro vengono dopo. Io disegno e quelli scrivono. Scrivono i sogni, quelli che ti aspettano in fondo al tunnel. Ne scrivono tantissimi, ma solo pochi sono buoni e te li ricordi. Gli altri finiscono per sparire, come gli scritti che invii alle case editrici. Scrittore fallito».

«Ma come ci sono finito qua?».

Lui sospirò, tirò fuori un altro pennello e comparve un letto. Io stavo disteso sopra. C’ero io, tutto confuso. C’ero io, con i pennelli in tasca. C’ero io, assopito nel letto.

«È davvero difficile farti dormire, sai? Una volta mi hai fatto disegnare diciottomila pecore. Diciottomila, te ne rendi conto? Hai idea di quanto sia difficile disegnare diciottomila pecore? E ancora non hai preso sonno. Gli scrittori sono venuti tutti a lamentarsi quel giorno. Oggi lo stesso discorso. La tua stupida testa, tentennante; dormo o non dormo? Mi sono dovuto mettere d’impegno per farti arrivare al tunnel rosso, così d’impegno, che dipingendo sono caduto e tu subito mi hai scaraventato giù. Allora ho improvvisato. Ma ancora non bastava. Ancora la tua mente voleva stare sveglia, razionale. Anche adesso, in questo momento. Sei qui. Come si fa a non avere paura di un leone, dico io? Dormi e taci per una buona volta!».

Io, che mi trovavo in quel mondo tra sogno e realtà, non sapevo proprio che dire. Mi sentivo fuori luogo e quasi in colpa per aver fatto lavorare tanto la Finzione.

«E adesso?» domandai preoccupato.

«Adesso? Adesso o rimani qua a discutere come me di quanto tu sia malato e curioso, o torni giù, percorri quel dannatissimo tunnel rosso e prendi sonno. Io, sinceramente, questa notte mi sono stancato di disegnare, quindi ti arrangi. E spera che gli scrittori non siano troppo arrabbiati e non abbiano deciso di regalarti qualche brutto incubo. Anche se te lo meriteresti, chissà che impari la lezione».a

Mogio e dispiaciuto lasciai la Finzione nel suo studio pieno di quadri. Percorsi il tunnel fino in fondo e poi non ricordo più nulla.